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Venetia libera : poema heroico / Camillo Pancetti da Serraualle
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10 Hor queſta mia beltd, che nel bel prato He la mia giouentude ha vn verde Aprile, Infiora piu, quanto egli è piu irrigato Da l'acque pure al boneſta ſimile; Emular la virtuù de l'buomo amato, Queſta è virtù de la Donna virile, A canto lui poſarmi, ò'n Guerra,ò in Pace, Ma non è bel, cidò, che a virtù non piates 11 Non mi ſi dica poĩ: tu ſerui Amore Armata, e baldauoſa, e troppo ardita, Seruir di notte,e pronta a tuttel bore Poſarti al padiglion de la tua vita, E Scudiero arrogarti il poco honore Del nobil ſangue, e d'houeſtd gradita: Ma che poſio io, ſe per ſaluare il Padre Seruo al mio Mmor fra le nemiche ſqua-

Di Milon la Pietàd ſcoccò lo ſtrale, Ond io di ſua virtu ſon ſerua, amante, Se altro piu ben non curo,ò chè fatale, O' Mago Amor nel bel diuo ſembiante, Chamar mi sforza,e'l mio volere aſiale, Par, con lo sforzo natural lo incante, Aeiò ragion mi inclina, amar mi eſorta Viriu, Pietade, Amor, ch'egli a me porta.

13 Chi pud far,che non arda al foco appreſſo? Et al ſereno Sol non miri lume? Se io non mi accenda, non mi ſcaldi ſpeſeo? Par, che vn verme amoroſo mi conſume, Ma dal mio amor ciò, che di ben commeſſo M'habbia non mai potria turbar coflume D'amante cor con procurar l'effetto, Che l ybbidire è di Pietade affetto. 14 (omandata dal Coute io men' andai A Venetia, e ben ſcaltra, altrui naſcoſta Com pariua al Senato, onde iſpiegai In hbreue ftil pietoſa la propofla; Ahi me infelice Io pianſi,& ammirai Za ſtrage de la Patria, e la riſpoſta Apportai grata al mio Campion, che viue Barbata, e vedra il ver da ciò,che ſeriue.

9 1 oOA 2NoTVOTIAS

11 Diſi: A voi Senatori vn pio Guerriero Vi accerta, che morran tutti i prigioni, Tra quali Angelo è quel, 6& hauea lImpero De la Veneta Claſſes Altri Campioni Agenorre,& Hettor ſoftegno vero De Tinclita Venetia; Amor vi ſproni Solleciti a ſaluare i voftri figli, NRincorateui, e ſian au iconſigli. Aci ſottraſſi al martir per non mirare De la Patria s' graueeſtremo il danno, Ohuando diſſi al Conte: E viua, appare Da la lettra,e non può miſchiarui ingãnos Barbara è viua, onde ama anco le rare Voſtre virtuù, ma, ſe poi dal Tiranno, Edala Maga il Padre fia ſaluato, Viobbliga il cor, ch'ò voſtro, innamorato-

17 Dolciſſimo riſponde eglite ᷣammira, 2

Che ſia ſalua dal marꝛfę riſo in faccia, Bacia la lettra, e in leggerla ſoſpira; Ciò detto, dal deſio par, che ſi sfaccia, E per ſuo amor Barbara in ſuon ſoſpira, Come ſouente repetir le piaccia Cid, che a lei piacque di vergare in carte, Quel, che dettando Amor parlò con arte.

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La bianca mano,e penna, e carta preſe, E tinſc i bei caratteri d'inchioftro, Eco' diti leuati il ſenſo atteſe Dal cor, che fonte del ſuo dir s'ò moſtro; Quando il concetto dal ingegno appreſe Di ciòd, che dettò il cor', e c' ha dimofſtro Loggetto, e la ſua brama a la ſua mente Scriue, e parla al ſuo Amor, come preſente.

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Al gran Milone: al pio Signor d' Anglante, progenia vera del famoſo Orlando, Barbara indegna ſerua al fido amante Scriue,e piauge il ſuo cor cosi pregando: Deb,che ſard del mio Padre coſtante? Trema la man, la penna,e n lagrimando gi cancella lo ſcritto, ah prego aita, Deh che ſard? da voi ſperiam la vita.

Quel