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40 (ontra me mormorar Venere Nea, 8 E lire a gli occhi,& a le labbra aſteſe, Rauuiſai la vergogna, che pingea Ne le tue guancie il bel roſior paleſe; Non sſido a barme l'inclita tua Dea,
er non confonder le inclite mie impreſes
Ma d huopo, gioua ch'a tuo honor ridica,
Che a coftei mia virtu ſempre è nemica.
1 Denere in ira allbor:rbo! ſereno,
Ediſſe: Ate nemica anch io in eterno, Viòni, che ti fard. Non tien piu freno
A lo ſdegno Pipinz fu Lgial uferno,
O Furia: Hor tauto ardiſciꝰ ſenza meno Senece,is ſpada Sehere lo ſcherno;
a&ͤan arme al improuiſo In ſeſi ſtringe, e ſi dila 22, vn Sühee
. 4* O Re, ſoggiunſe, metti in bando l'ire,
Iaprai, cheòl mio dir non mai ti offende,
Venga ella, che vedra, ſe io ³⁰ ferire,
Milone in mexzo,& altri i pio diftende,
Tentan di ordit la DPace; E'l Re ſalire Fanno al ſuo Tron A Lenere, che'n fronte aſſai feroce
Staſi, e minaccia con ſommeſſa voce.
43 e7 queſto il Re comanda, che 7 Se non ſi rende di ſpontanea darhese Zada in prigione, e faccia ſua difeſa, Che inani a la ſua Dea preſſo la ſoglia, Preſſo al trono non fu per fare offeſa A la ſua maeſtd, ma ſe ne doglia De la temerita nel riferire La Ambaſcieria con ribellante ardire.
Si indice il bando, eenb In sâ la cote di ragion M'accende tal, che L'odir, che a dirne il vero,ò Tanto piu ſtima, e nobile, e hen degno Fardir de l'alma ſua, che ad alta voce Rimproueri quel vitio, che a lei pare, Venere d'altri vitij il maggior mare.
(mila ſdegno
feroce
0. En atto humil ſi rède
quato ba piu d indegno, ſi odia,ò nuoce;
DEcCIMo. 115
45— (hiama a larme Artemiſia, a che ſi bada? Al Cãpo vſciamo, e, chi ne vuol prigione, Proui le mie difeſe con mia ſpada; Venga ella la laſciua a latenone, Venga de vitij ſuoi lempia maſnada Di queſla deftra inuitta al paragone, Doue taglian queſte armi non è laccio, Che per trarmi a prigiõ mi ſia d impaccio- 6
4 (oſtantin la concorre, oue(umilla Accinta èin arme co' ſuoi fidi a lato, Ei piu Franchi Guerrier gloria tranquilla Le apportan con offrirſi ognuno armato, E per lei di grande ira arde, e sfauilla Il Franco,& il Roman prode ſoldato, Nonu è però, che col partir non laudi Ceder la ſua virtude a le altrui fraudi.
47 Diſſe ella. Duolmi di laſciar la Guerra- Foi Duci, voi, de le mie eccelſe impreſe, Donna al voſtro conſiglio vnqua non erra: Partirdò con ſperar, che a tempo inteſe, Come da Dio, cosi da Regi in terra Sian mie ragion ſenæa maggior conteſe; Inuendicata io parto, o, ſe ritorno, Colmo di gloria ſorgerd quel giorno. 8
4 (oſtantin voi del Roman ſangue degno Rendete al Re que ſta, par gabbia d'oro, Dai Veneti ſi mãda; Hor fid qul il ſegno, O' di Guerra, ò di Pace al parlar loro; Dite, che incontro al Re nõ fu mio ſdegno, Ala ſido amor ver lui, cui tanto honoro, Spero, che purgherd ſuo graue errore, Col troppo giouenil laſcino Amore.
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(inti d hor rore al ſuo partir ſi ſanno Quei, da cui par, che a la pietd ſi aſpiri, Il pio&omanu, con generoſo affanno, Ciunto al Re ſciolſe il dir dai rei ſoſpiri: Di pace, ò guerra da quei piu, che ſanuo, Del nemico il parlar muto s'ammiri, Che d'vna gabbia d'oro al Re fau douo, Veueti, 6 han da lui gratie, e perdono.
„(amilla


