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Venetia libera : poema heroico / Camillo Pancetti da Serraualle
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SEcosi detto: I ſonno con grande ali Si ſpande,& ella il ſegue a lenti paſy, Ed egli i ſenſi lega de mortali Con benigni vapori acceſi, e laſſi, Acerebro conforta, e i corſi mali Oblia di Guerra, onde a la porta fidſſt Del cor s', che non vi entri alcun penſiero

Di impatiente, ò pur deſio ſeuero. 101

gi placa il may e ſerra in Ciel la porta De'tuoni, e'ombra teme, e nulla cura, Soaue a le fatiche vn'otio apporta, Dolcemente a la vita il tempo fara, Vola innani il Sileutio, e fa la ſcorta, Che alcun vento non deſti la paura, Al baſton de la morte egli ſi appoggia, Doue ſi ſuona dolce ei queto alloggia.

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eAporte chiuſe anco nel cor penetra Sicuro tra gli eſerciti ſen paſſa, Quelli con! herbe, e queſti con la cetra, Aolti col vino addormentati abbaſia; Per doue èl gioco ei ſcorre, e non sarretra, le cuſtodie in lor vicenda laſſa, Entra ne le Cittd, fugge i ſublimi Forti, doue flaà il lume, è'n guardia ĩ primi.

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¶he appoggiati in sul hafta, al grã caſiglio Eran ridotti, oue il negotio preme, Ch'è Peuento di Guerras& il periglio, Quindi ſi traſſe, e vide in pene eſtreme Angelo in mar legato al morto figlio, Si deſta a la paura, e laſciò inſieme De la morte il baſton cadere, in parte Toccò il battellonel ſonno andoò in diſparte.

104 Quinei ſen vola, e ſi riempie il grembo D'on tepido vapor de aria algente: Poſcia forma del humido vn gran nembo, Stende in Venetia! ali, e pigre, elente, Diſuela, e sfalda da la veſta il lembo, Onde ripreſo ogni animal, che ſente, Si corca, adagia, e dorme, ed ei ſtendendo Lali abbraccia nel ſen, chi muor dormẽdo.

Da gli ſcogli, oue il mar canuto freme,

105 Fa londe conuertirſi in bianca ſpuma, Tace! Adria marina, ò pur ſen geme, Ma par, che ſerrar gli occhi preſuma; Ne fra quei Senatori vnirſi ha ſpeme Se l'amor de la Patria in Guerra alluma Le menti in maturar varij conſigli, E fra incerto ſperar certi perigli.

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Staſſi il ſonno ad vdir dotti, e facondi Diſcorſi di quei Padri, allbor ben defto, Con querele il diſcorſo ne i Deaunas Petti de i Senator ſente moleſto, Ala porta del cor trarſi infecondi Fenfßere. affanni, ode narrarſi il meſto Fatto, di che ciaſcun ſente flagello, Come Angelo a Venetia ere⸗ ribello.

107 N'odi al fin publicarſi il erudo bando-. Che a la Ribellion ginſto conuiene/, Cosꝭ fugg le lagrime ſtillando, E laſciò i Senatori in varie pene, Per mai ſempre vegghiar prõti fin quando De la ſomma Giuſtitia il ſommo bene Tra lor diſcorſi non ſcorga il periglio Cui forteXa ſoppongaie lor conſiglio. . 10

Sen vola entro a TPalagi, e dice: Io ſoglio Le belle Donne accarexæarmi in ſeno, Hor qul adagiarmi nel bel grẽbo io voglii De la mia Diua, hor qul godermi a pieno⸗ Dal ſonno la piu bella, come ſcoglio Si ſtaua oppreſia, onde ei baci non meno- Che da le membra vn dolce odor godea, Che dal ſudor nel viſo ſi ſpargea.

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Linannellato crin con belle corna Di Cintia al vſo con la propria mano De le argentee ſue brine,e pinge,& ornd' Pai le guance incolora, e bacia vano, E ribacia si ſpeſſo, che diftorna I ripoſo, e deſtata a mano a mano 2 Si ſcuote dal timor',&h chi mi tocca? Diſſe, e chi bacia mia pudica bocca 62