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38 CANTO 110
N vecchio Duce, che'n ſua verde etade, vsò pregar Dio ne la matura, Proſtrato a lui deſta nel cor pietade, Che lo cangia in Angelica natura. Dice, o Dio per quell alma humanitade A noſtra fo riſguarda intatta, e pura, Debh, ſe per fede il Sol nel Ciel s'arrefia, Ai noftri danni il tuo ſoccorſo appresta.
. 111 No ti ſcopro, Signor, mia pura fede, Spiu non prego, ſe non di lei frutto; Vieni, deh vieni con ricca mercede, A te mi rendo ſupplice del tutto; Vedi il periglio da l'eterna Sede, Fra querte onde alto muro ſia coftrutto Da le tue man Diuine ad onta, a ſcherno De gli infedeli, e del nemico Inferno.
112 (i detto, gli occhi ſgorgano due fonti, Si videro flillar perle, e criſtalli, Par torrente cader da gli alti monti, Che precipiti il pianto in cupe valli; Sa la fede, elamor par, che ſormonti Dal core a lalma, che fra gli interualli De i ſoſpir ſpargea ardente, e largo pianto, E balenò l'amor dal petto ſanto.
113 Quineci ſi traſſe con lo ſpirto ardente, Pregò il Senato, qual piu ſaggio veglio, Oue vn Ciel di virtuù chiaro eminente I Padri copre, ou'arde al huom lo ſpeglio, Ode le Historie il Sol luce ala mente, Che ſcorge de gli flati il huono, e'l meglio, Da Dio s'infonde loro vn lume, ò dono, Che ſi mantien h'alma Giuſlitia in trono.
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T ERZ0O. 114
Danno i laſciui ſempre piu bramoſi Di goder la lor Venere impudica, Vau parlando ne i mari periglioſi D'Amor', e del bel Regno de l'amica; AMa la Spada di Dio contra i ritroſi Pendeua da vn ſottil filo nemica, Pur nõ ſi auuedel huom, che brama, e dice, Se gioua, piace, e quel, che piace, lice.
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Onde auuien poi, che lor deſio cocente Per piu godere il bel non ſatio reſta,
Anzi creſce maggior la ſete aidente,
Quanto al ben deſiato ognun v'appreſta;, Il deſtrier nel furore il freno ſente/, E nel corſo, e nel giro anco Sarreſta; Ma ſe al deſio la ſpeme ebra ſi meſce, Correl amante, come al eſca il peſce. 116 4
&l ecco appar di Venere il gran porto, Sono iterati i gridi, ecco il bel Regno, Ecco il Regno di Venere, o conforto,
La Maga allbor ſi traſſe dal ſuo legno,
Poi riceuè la Spoſa:& vi ſopporto,
Diſſe, o Veneti voi, popolo indegno
Di viuer meco, o Peſcatori al mare
Ite cangiati in peſce, ite a nuotare. 117
O come ſcalda il foco, o come ſplende, Aa ſe lo tocchi, o come arde, e conſuma, Se ti inftamma laſciuia, e cieco rende, Che non miri di Venere la ſpuma,
uando mor da begli occhi ſi cõprendt, Et in due treccie bionde come alluma, Se'l ſuo deſio col tuo volere ei meſce, Ti cangerd fatto laſciuo in peſce.
Il fine del Canto terzo.
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