n| SUPPLIMENTO AL GIORNALE DI AGRICOLTURA, ARTI E COMMERCIO LI ISU RACCOLTA DELLE SCOPERTE, INVENZIONI, MIGLIORAMENTI ED OSSERVAZIONI IMPORTANTI RELATIVE ALL'INDUSTRIA AGRICOLA, MANIFATTURIERA E COMMERCIALE, ED ALLA ECONOMIA UNIVERSALE 3: DEL LCANN0 1823 GONERELAZTO n Ra Di Ta 9 A Bla ei T AI DA ANTONIO CATTANEO DOTTORE IN AMBE LE LEGGI, EC. EG. Vigilando, agendo, bene consulende prospere omnia cedunt. SALLUSTIUS, MILANO DALLA TIPOGRAFIA DI FELICE RUSCONI contrada di S. Paolo, N.° 1177 1524 A spese del Compilatore. ali: ORA iti O SIOE par Jl presente è posto sotto la tutela delle veglianti Leggi, essendosi adempiuto a quant O..esse prescrivono. ua x __—————— i) 4IIA1S0. VAIINAIA/IAAN PORCO non ti rechi maraviglia come a que- sto Giornale d’Agricoltura, Arti e Commercio del 1823, che tocca appena la metà dell’ an- no(1), io adatti un Supplimento; a farlo, i° mi trovai forzato. Una delle ragioni si è, che cessando io dalla compilazione(2), perchè tras- eorso il tempo utile del contratto mio, restava un’opera imperfetta per i molti articoli appena incominciati, e per altri molto avanzati, ma non finiti; e per la data parola, e fin allora non avverata, di farti conoscere il risultato di alcune sperienze che stava facendo, alla qual cosa non mi era più possibile adempiervi con questo Gior- nale. Tu avresti cercato chi era imputabile del ritardo e della mancanza, e qualcuno avrebbe gridato, il compilatore. Ebbene: ho voluto le- varmi di dosso questa taccia, ed ecco, l’altra ragione, per cui ho riputato pregio dell’opera il giuntarvi questa fatica; il far vedere la pub- (1) Non sono usciti che sei fascicoli, in tutto Vl anno 1823, quando in vece dovevano esser dodici. (2) Ho assunto il carico della compilazione del Giornale di Farmacia-Chimica, ec., ed ha già veduto la pubblica luce il primo fuseicolo. blica luce a questo Su pplimento, ed a mie spese. Il seguito degli articoli, de quali il comincia- mento lo rinverrai ne'sei fascicoli pubblicati, era già pronto, ed a questi articoli, molti altri ho unito ed ho formato un tutto per undici fogli di stampa e quattro tavole incise. Ho fatto in modo che una copertura,a bella posta stampata, potesse servire a formare con i fascicoli pubbli- cati, e con questo Supplimento wr volume, a cui ho messo a capo il'ritratto dell'Hlustre Dottore A. Tnarr, al quale ho dedicato l’opera, e vi ho pure aggiunto il frontispizio con bella vi- gnetta, e tanto l'uno quanto l’altra da esperti bulini incisi. In tal modo ornata l° opera mia sarà, lo spero, a te più gradita, e questi or- namenti serviranno a non ti lasciar armare delle lenti della critica per andare alla cerca di quelle mende che, di tratto in tratto, potre- sti forse rilevare in gresto mio lavoro. Ora che hai ascoltate le ragioni a mia. difesa, mi avrat pertanto giudicato. Sappialo lettore, che to non miro ad. altro maggior vanto che di essere utile a’ miei simili con le scierzze e con le arti, che professo; e se giungo ad arrecar vantaggio a taluno 3 0 a servire al progresso dei lumi nelle scienze, l'animo mio è soddisfatto, ed ho ottenuta la più bella delle ricompense. Ala. Mie SPese, Ominciz: MEMORIA cali Ta ii== CRON; TM Ji SUL PERFEZIONAMENTO DELLA VINII ICAZIONE Ubi ho DI; fogli CHE SERVE DI SCIOGLIMENTO (1877) Dati Pata, AI DUE SEGUENTI QUESITI(1). Bbli “Cui È tore« Qual è la forma del vaso vinario la più adattata alla e oi« vinificazione la più perfetta?» la vi-« Qual è il marimum© il punto di capacità che deve speri« avere il vaso vinario, tanto per la perfezione nella { l a. n» « qualità del vino, quanto per la formazione della t ma Dn ST. « più grande quantità di alcool?» îl OP= bacia L SIG. ELIA DRU DEL SIG. A DRU. Cerca potre; Î stegglelle, umvenzioni westdaie tasti UA maggior parte delle invenzioni e dei processi i + Ora più utili alle arti sono lentamente giunti a quel punto ;;: NE ì È 3 î st, di perfezione, che procura 1 vantaggi, de’ quali ora re, che gode la socictà. che di Lal ri >£(00(1) Questa Memoria;, fra le molte presentate al concorso, fu quella che ottenne il premio dalla Società d’Agricoltura del arreca” di ba iù RE Dipartimento di Gers, nella pubblica seduta. del 30. novem- gresso bre 1810. distalto, Noi siamo venuti ora nell’intenzione di far conoscere questa Memoria, perché, dietro molte esperienze e nuove osservazioni pete fatte da quell’ epoca a questa. parte, fu rettificata dall’ autore stesso, ed accresciuta in molte sue parti(Compilatore) e epr TIT at n Rini Son— RE Mita eg I miglioramenti de’ quali era suscettiva Parte della vinificazione sono stati, da più secoli, un oggetto di studio per buon numero di dotti agronomi, che, a mal- grado la varietà del loro metodo, non hanno potuto raggiugnere il fine ch’ eglino si erano proposto. Pari a quelli, io era stato colpito dagli stessi vizj e dagli inconvenienti, che erano il risultato dei diversi metodi messi in pratica fino a’ nostri tempi, poichè al- cuno di essi non poteva iscansare le dannose influenze di certe cause fisiche, e conciliare in un tempo stesso l'economia e la concentrazione dei prodotti; giacchè lo scioglimento di questo problema doveva produrre un aumento di vantaggi per una delle più ricche produ- zioni del nostro suolo, e favorire sempre piùimezzi di guadagno tanto nazionali come particolari. Occupato, da più di dodici anni, nella ricerca dci mezzi i più adattati onde rimediare a questi vizj di manipolazione, tanto con ripetute esperienze e variate in ogni autunno, quanto con le osservazioni le più scru- polose nell’ andamento, e sui fenomeni, che segnano il carattere di questo sublime favoro, e riconoscere finalmente tutte le cause che hanno influenza tanto relativamente al suo miglioramento come alla sua rovi- na, quest’è, dico io, e con Vajuto di questi mezzi che io sono pervenuto al fortunato risultato a cui io am- biva, quello di poter presentare ai proprietari di. vigne un nuovo processo, ma vantaggioso, poichè egli aumenta di un sesto il prodotto ch’eglino ricavano da questa sorta di proprietà, di più, che non col metodo ordinario(1).€ (1) Fra questi vantaggi vi è compreso il piccolo vino, molto migliore in qualità, tanto s' egli viene messo nella caldaja, quanto se viene adoperato come bevanda, - Fatte dell "Oggetto dl che, a mal- lanno poli osto, lessi viz] e dei diversi poichè al- e influenze po stesso giacchè lo rodurre un he produ- uimezzi di Icerca dei ti viz di e variate le più scru- le segnano riconoscere fluenza tanto alla sua rovi esti mezzi che a cul lo ame etari di vigne ) egli aumenta da questa sorta rdinatio(1). È pen plo vino; moli î ti op aldaja, puo) ni questo con un processo che non consiste che nell’uso di una botte, le cui proporzioni e disposizioni concor- rono evidentemente a questo grande vantaggio. In tal guisa io penso di rendere un grandissimo ser- vigio all’agricoltura, facendo di pubblico diritto un compendio de’ miei lavori in questa parte. Della sinificazione, e delle cause che segnano î veri caratteri del suo iniglioramento, o V'alterazione dei suot prodotti. lo. non pretendo di ripetere. ciò. che hanno dettato molti dotti su la teoria, ed i principj. che costituiscono la fermentazione spiritosa; io mi limiterò solamente a pubblicare certe osservazioni, a far conoscere il risul- tato di alcune esperienze, ed a proporre sopra ogni cosa i cambiamenti che mi sono sembrati indispensa- bili, tanto nella forma e la disposizione dei tini vinari, come per il modo di dirigere l’operazione, condizioni essenziali, che pare sieno sfuggite alla sagacità di commendevoli autori che hanno trattato questa maravigliosa operazione, la cui perfezione è indubitatamente legata con accrescimento dei mezzi di ricchezza nazionale, e, da questo lato, conside- rata come uno dei più preziosi vantaggi, che possono acquistare l'industria ed il commercio. Egli è adunque per mezzo dell’ incoraggiamento, ed allo sviluppo, che uomini celebri hanno dato all’ana- lisi de’ suoi princip), che molte prove sono state fatte in vari paesi; che utili rettificazioni si operano in ciascun anno, e producono di già ai nostri vinì un sensibile miglioramento; egli è, dico io, dopo aver A._—___O_ao_ mmm nno erre, 8 messo in pratica diversi processi indicati; che o ho riconosciuto‘che la varietà dei prodotti della fermen- tazione vinosa‘avea per cause incontestabili le seguenti: 1.° La presenza più o meno grande del principio zuccherino nel liquido. 2.° Il sapore e l’aroma particolare delle sostanze che lo producono. 3.° L'influenza della temperatura del luogo ,.\in cur‘si fa l'operazione, e la purezza dell’ aria che vi domina. /.° 11 volume della massa che fermenta, 1 intensità dell'interno suo calore, che è sempre relativo, ed in ragione della quantità degli clementi che lo producono. 5.° Là forma e la proprietà dei vasi ne’ quali si fa il lavoro. 6.° L'accesso più o meno grande dell’ aria ambiente, ed i suoi funesti effetti al successo della vinificazione, soprattutto se dopo averne sviluppato il primo lavoro il liquore continua ad averla in contatto, e specialmente se la temperatura del luogo oltrepassa il quindicesimo grado. 7.° La durata dell’operazione, il tempo del travasa- mento, determinato non dalla cessazione quasi assoluta della fermentazione, ma dal sapore e grado di colore del liquore, che mon deve per quanto è possibile; ri- cevere il contatto dell’ aria che allorquando la sua tem- peratura è ancora più alta di alcuni gradi di quella del luogo ove sì opera la fermentazione: ciò che non è sempre osservato. Si può nulla obbiettare sulla necessità di far concor- rere l'intelligenza, e tutte le cause accessorie con 1 principj manifestati, all'oggetto di ottencre, secondo la natura dell’uve, lo stato dell'atmosfera, c la temperatura 9 he io ho del luogo, la fermentazione la più favorevole allo svi- I fermon- luppo ed alla concentrazione dell’ alcool. seguenti: Fino all’epoca che io feci conoscere il mio processo, mol- principio te osservaziori cd esperienze mi avevano dimostrato, che i diversi metodi adoperati fino allora non raggiugnevano nze:che lo scopo desiderato; che vi esistevano delle cause as- solutamente estranee alla natura del suolo ed a. quella mit dell’uva, poichè si osservava una differenza sensibile nia fra i vini di una stessa vigna: la ragione portava adun- na que a credere che questa causa proveniva non solo dai Si diversi modi di dirigere la fermentazione secondo le VENA località e la quantità del mosto. sul quale si operava, LE ma più particolarmente alle forme più o meno viziose dei vasi adoperati in questo lavoro. Questa conseguenza Aci fu sì bene sentita, ch’ella divenne oggetto di premio NR a quello che sapeva indicare la miglior forma del vaso icazione,£ hu vinario, e determinava la capacità la più conveniente ii A ad accrescere lo spirito al vino(1). Questo fu per rispon- peri dere al comune voto, che io sottoposi allora il risulta- LIO mento delle sperienze, che io aveva fatte a questo fine, | indicando il processo che pareva il più conveniente, e el travaso: sottoponendo ad esame, ed all’ approvazione un model- ci sso...». sile scesa lo di tino, che per la sua forma e la sua disposizione Ù| p di cao mi sembrava assolutamente suscettivo d’ adempiere le sibile;© condizioni che furono proposte. la sua fell { qué(1) È cosa indubitata adesso; che tutte le specie di capacità che 0 È convengono, e sono indifferenti, allorchè la vinificazione si fa in botte chiusa, o con la valvola; che preservata con questo mezzo (ay conce! dalle influenze dell’aria, ella percorre con regolarità tutti i ri n suoi periodi, qualunque siasi il volume della materia fermentan- sop 1 te, che non può acquistare alcun eccesso di calore, se è costan= secondo È temente ritenuta in immersione. temperatura sa 10 Io ho stabilito il principio che la causa della maggior parte delle alterazioni che subivano i vini era dovuta non solamente alla mancanza dei princip] essenziali nelle uve; ma ancora alla poca cura che vi ha nella direzio- ne del lavoro, e più particolarmente alla forma ditet- tosa da tini adoperati nell'operazione; delle loro pro- porzioni più convenienti al volume della vendemmia; del diametro della loro apertura, che è spesse volte mag- giore a quello della loro base; del libero accesso dell’aria con lo strato superiore della vendemmia; della fermentazione troppo prolungata in una tempe- ratura elevata, e del cattivo stato dei vasi al momento del travasamento: ecco, dico io, da dove procedono queste varietà di difetti, ed il germe di tutti gli ac- cidenti che sopravvengono ai nostri vini, e soprattutto nelle annate poco favorevoli alla raccolta dell’ uva. Egli è ,evidentemente riconosciuto che la fermenta- zione vinosa si opera senza l’accesso dell’aria esterna, o con la sua influenza diretta, ma con delle modifi cazioni e dei risultamenti molto differenti, così com’ io lo mostrerò in seguito; che i primi indizj di lavoro si manifestano nell’uno e l’altro caso per un aumento di volume, e di calore interno(1); che è la de- composizione della parte zuccherina del mosto, che produce gradatamente uno sviluppo di acido carbomico, e dei vapori acquosi combinati alle parti le più vo- latili dell’alcool, ed all’aroma; che la concentrazione dei tre ultimi princip) costituisce la quantità e qualità dei (1) Nel vaso chiuso, il volume della massa aumenta di un sesto: egli è per questo che il quarto di vòto lasciato al tino€ assolutamente necessario al giuoco ed allo sviluppo del lavoro. maggior dovuta nali nelle direzio- 1 difet- 0 pro- 2: del mag- cesso ma cMpe- \ mento cedono glì IC- prattutto 19 ‘UVA. ermenta- esterna, - ì com io di lavoro n aumento è la de josto. chi carbonica; le più V0- trazione de qualit di [pun menti l! n] no€ uo a del Jay JU» IT liquore, come la loro espansione nell’ aria libera lo impoverisce, e ne diminuisce il volume di un di- ciottesimo, se Jo strato superiore della vendemmia ha la libertà di sollevarsi, e si trova in contatto con l’aria. Da. questa. verità...all’ evidenza: dimostrata ne segue, che se queste emanazioni trovano un momen- taneo ostacolo alla loro fuga in un vaso chiuso senza che ricevi molta compressione, il prodotto sarà molto più spiritoso, e tanto più se vi esiste in questo Stesso vaso una certa porzione di spazio libero su- scettivo di favorire la loro ascensione in tempo che stanziano in questo vaso; giacchè questi vapori, di- venendo allora più densi che il gas carbonico per l’ef- fetto della loro ripreduzione, l’abbandonano per combi- narsi di nuovo coi liquidi, mentre che il primo sfugge quasi solo, facendo sforzo contro la valvola, allorquando egli sia troppo compresso: il contrario. succede quando la materia in fermentazione è in contatto con| aria in un diametro spesse volte più considerevole che la sua densità, il liquore in questo caso sarà altrettanto più mediocre, quanto vi sarà meno spazio fra i bordi del tino e la parte superiore della materia. Non è ancor questo il più grande inconveniente che occasiona| innalzamento del cappello della materia: il calore prodotto in questo periodo di lavoro, accrescendo la volatilizzazione delle parti le più spiritose ed aroma- tiche, la fa passare rapidamente dalla fermentazione vinosa alla fermentazione acida, comunicando alla massa il germe, di quasi tutte le alterazioni, che subiscono i vini, particolarmente quelli di mediocre qualità. Per rimediare a tutti questi vizi di manipolazione, e COMpIgtUE, per così dire, l’arte di fare î VINI, era ne- 12 cessario di immaginare un tino la cui forma e le dispo- sizioni fossero tali che 1.° la massa contenuta non potesse produrre che il calore il più conveniente alla- zione, cioè quello di undici a quattordici gradi di Reau- mur(1). 2.° Che il ristringimento dell’apertura di questo tino presentando maggier ostacolo all’ innalzamento del cap- pello della materia, dasse maggiore facilità a chiu- derne l’orifizio per lazione dell’ aria atmosferica, senza nulladimeno che venga troppo compressa quella che si produce, e deve svilupparsi dal lavoro. 3.° Che con un mezzo qualunque si possa ritenere nel liquore per tutto il tempo dell’operazione i grappi e la pellicola de'l’uva, secondo l’uso e I’ abitudine dei pacsi, all’oggetto di evitare la fermentazione acetosa, che si manifesta quasi sempre verso il fine dell’operazione al cappello della materia, il quale per l'eccesso del ca- lore ch'egli acquista, accelera l'esalazione di una porzione dei principj essenziali(2). 4.° Che per un altro mezzo sì. procuri al mosto la facoltà di sviluppare e mandar fuori liberamente tutto il gas acido carbonico prodotto dall'operazione all’ og- (1) Benchè si sia preteso che al disopra del dodicesimo grado vi succeda dispersione di spirito, questo può succedere in vaso scoperto ed in un’ atmosfera di temperatura superiore; ma egli è certo che in botte chiusa la fermentazione si sviluppa anco vantaggiosamente, parimente un poco al di sopra di questo termine, ma solamente in un periodo più corto, 10 mi sono in- dotto a convincimento le molte volte. (2) Questa disposizione ha di più il vantaggio di ritenere ed impedire la precipitazione nel liquido di tre quarti di deposito che risulta dal lavoro della fermentazione; e questo dà al vino etade e splendor di colore, come dice il Palladio( Compilatore). cun le dispo- Ml potesse vinifica- di Rea to tino ol cap- chiu- Senza he si \{enere guppi ine del 1959, che erazione del ca- Jorzione osto la e tutto ) succede 1 superore; p ci stiluppa ] Tuesto ra(I q mì ERI ritenere ed A tn nosito DoSIt 1 dial vio Tompila sono Il ite) 13 getto di ottenere la più perfetta e la più pronta vini- ficazione, ed evitare con ciò una troppo forte compres- sione, e l’esplosione della botte a valvola che io ora de- scriverò. Questa disposizione ha di più il vantaggio di ovviare in tal guisa i perigliosi effetti dell’ espansione dei vapori gazosi ne? luoghi mancanti di aria corrente, ove spesse volte gl’individui incaricati della sorveglianza e dei lavori non possono rimanere lungo tempo senza correre 1 più gravi perigli. Il tino che io propongo, tutto comprende lo scopo, è poco costoso e di una esecuzione facile per qualunque operajo falegname; la sua altezza è eguale al suo fondo o base, e la sua apertura o orifizio ad un quarto meno di diametro: cioè a dire$° egli ha sei piedi di altezza ed altrettanti di larghezza alla sua base, deve avere quat- tro piedi e mezzo alla sua parte superiore. Siccome l’operazione in vaso chiuso con la vendem- mia ritenuta nel liquido produce un aumento di volume di circa ur sesto di quello che erano in prima gli ele- menti messi in fermentazione, converrà adunque di non riempire questo stesso vaso che a tre quarti della sua altezza, e che a questo punto sieno interiormente si- tuati due cerchi, che, comprendendo la circonferenza, sieno separati di un pollice l'uno dall’altro, e destinati a: ser- vire di canaletto e di appoggio ai legni che devono com- porre il tramezzo, il cui oggetto è di ritenere ip immer- sione il cappello della vendemmia. che tende sempre ad innalzarsi(1). Una delle parti non meno essenziali di que- (1) Egli è necessario che i pezzi di questo tramezzo, essendo situati, lascino molte ineguaglianze od intervalli fra loro, a fine che il gonfiamento del legno, nell’aumentar di superficie, non sr 14 st'apparecchio, è il coperchio che deve chiudere ermetica- mente, per mezzo di una piccola imbottitura formata sotto una fascia di pelle attaccata alla parte superiore delle do- ghe che compongono il giro della sua apertura: si vedrà ch'egli è indispensabile che prima di tutto la grossezza di queste doghe sia di nuovo stata unita colla pialla. Il diametro di questo coperchio deve avere alcuni pollici di più dell’ apertura del tino, per. poter formare uno sporto, o orlo proprio, e stabilirvi o viti o broletti di ferro suscettivi di ritenerlo solidamente al luogo. Si può supplire a questi mezzi caricando semplicemente questa chiusura di alcuni quintali di pietre; ed a fine d’im- pedire una compressione troppo forte nel tino, la quale, nel rallentare gli effetti del lavoro ratterrà infallibil- mente lo sviluppo del principio zuccherino, un’ apertura di tre o quattro pollici quadrati è praticata al centro del coperchio per facilitare l’uscita del gas sovrabbondante, che deve nulladimeno stanziare un poco nel voto prima di uscire. Per raggiugnere lo scopo, una mobilissima val- vola, facilita questo sviluppo ed intercetta tutto il con- tatto dell’aria esterna; questa valvola per 1 gran tini, può essere costrutta di un piccolo pezzo di asse, su cui sarà incollato un quadrato di pelle, il cui orlo potrà servire di cerniera, finalmente ella debb’essere costruita in modo tale che possa chiudere perfettamente il tino, e null’ostante obbedire al più leggiero sforzo dell’interna dilatazione. Io ho osservato ancora che per il miglior successo della fermentazione egli è essenziale che la chiusura del intercetti troppo la circolazione delle bolle di aria che sfuggono a traverso la vendemmia. ermetica- lata sotto delle do- si vedrà SeZza di pollici e uno ti di i può juesta dim que, pfallibil- apertura nitro del Jondante, to prima ssima val- o 1 cone gian Tm agse, Su CUI | orlo potrà ser costruita mente il tino, 70. dell'inera glior su0cesso N la chiusura© LÒ tino sia fatta entro le ventiquattro ore, che succederanno al riempimento fino al posto fissato; giacchè le- guenti sovrapposizioni intercettano il cominciamento del lavoro, ritardano, ed arrecano nocumento al suo prodotto. Io osserverò di più che per favorire la condensazione delle parti acquose e spiritose nel vòto del tino, ed im- pedire ch'esse non s'impregnino nelle pareti del coperchio, e non lo facciano piegare, egli è conveniente che que- sta superficie sia ricoperta di una sostanza resinosa. 0 semplicemente intonacata di cera. È parimenti di un grande interesse che la parte. su- periore di questo coperchio sia rivestita di forti stanghe bene assicurate, per impedire ch’egli non si smuova, ciò che succederà infallibilmente senza questa- cauzione. Io tralascerò qui di ripetere come superfluc, tutte le minute circostanze che risguardano le diverse prove re- lativamente a riconoscere e ad indicare adesso tutti i vantaggi della fermentazione chiusa, e con la valvola; io mi limiterò solo a fare di pubblica ragione alcune notizie sulle rettificazioni e leggieri cangiamenti, che un seguito di nuove esperienze ha mostrato necessarie alla costruzione del mio apparecchio, che era suscettivo di essere ancora migliorato, e questo per un: semplice aggiunta e poco costosa, il cui merito è di abbre- viare di un terzo il tempo che percorre ordinaria- mente il lavoro della fermentazione in vaso chiuso; di modificare la sua azione tumultuosa, ed un poco troppo compressa sotto il cappello della vendemmia, e per con- seguenza di procurare al mosto la facoltà di portare più rapidamente alla vinificazione tutto ciò ch’egli contiene di zuccherino. agevolando l’intiero sviluppo del. gas 16 carbonico, e di quel restante che tiene sempre al mosto, ar a e che distingue quasi sempre il vino nuovo, particolar- = mente al momento del travasamento. Io detterò adunque la descrizione di questo pezzo accessorio e della sua ef- e eat ficacia, come il compimento del metodo mio(1). errinotago Questo consiste in un tubo di latta, che ha un dia- metro di due o tre pollici, secondo la capacità del tino al quale viene accomodato; questo tubo è poggiato per- pendicolarmente nell’interno del tino dopo introdottavi|s la materia a fermentare. La sua base, che è chiusa con un turacciolo di paglia, appoggia sul fondo del tino, e la sua parte superiore, che è aperta, ha un poco meno del-| V’altezza del voto di questo recipiente, cioè a dire dopo la chiusura vi devono essere tre o quattro pollici d’in- tervallo fra l'estremità superiore di questo tubo ed il coperchio del tino. Conseguentemente questo pezzo, passando nel centro del falso fondo, deve alzarsi al disopra di questo tra- mezzo circa un piede, ciò che è indispensabile all’ og- getto che il mosto all’ apogeo della sua elevazione, che è qualche volta di dieci a undici pollici, non porti nel| tubo le particelle vischiose ch'egli spinge alla superficie. Tutta la porzione di questo tubo traversando la ven-| demmia ed il liquido, deve avere molti piccoli fori, o tagli, simili a quelli sui coperchi delle lanterne; questi| fori sono destinati a lasciar passare il gas prodotto, ma a non lasciar entrare i grani nè le pellicole nell’in- Li| (1) Io osservo di più che per il completo successo della fer-| mentazione chiusa, egli è necessario un terzo di più di tempo onde percorrere tuiti i suoi periodi, allorchè lo sviluppo dei gas| ch’ ella svolge non è favoreggiato dal tubo dilatatore. 510 A e al mos i ERA IO Fas terno del tubo, il cui scopo, come già dissi, è di dare partcola un'uscita più libera alle bolle di aria, e di favorire lo o aduuque sviluppo del mosto ed una libera circolazione, e rapida la sua e del gas carbonico, ch'egli trasmette in proporzione della 5 7 5 Pao] I sua riproduzione nella parte vota che debb’ essere fra Ja un dia- superficie del liquore, che sormonta. il tramezzo è la del tino chiusa del tino; egli preserva inoltre dai danni, che pos- lo per- sono essere l’effetto di una troppo forte compressione lottavi sotto la vendemmia. sa con Egli è adunque per la successiva trasmissione di que- n0, e la sto gas, che trascina seco una piccola porzione di alcool eno del- e di vapori acquosi, che si opera la condensazione di nre dopo questi ultimi per lo stanziare che fa nel véto il gas hci d'in- a cuì essi sono uniti, giacchè avendo fra loro più af- bo ed il finità che con il gas carbonico, essi si separano allor- chè, per il giuoco della loro riproduzione, divengono l centro più pesanti di lui; allora, ricadendo sulla massa del testo tra- miscuglio, essi aumentano la quantità e lo spiritoso del e all'og- liquore, come lo dimostrano le osservazioni fatte in vasi zione, che di vetro descritti in fine della prima parte di questa pot nd Memoria. a serie SQiosto lo tubo toglie ancora un piccolo inconve- lola vere niente, che risulta dall’ essere troppo compatta la ven- aaa demmia sotto il falso fondo; ciò che produceva al mo- ene mento del lavoro un mormorio risonante, e questo, a Ùi to, causa dell’ ostacolo che il gas provava nel suo svi- % ep luppo; ciò che ritardava di alcuni giorni il termine del dt travasamento. ° Finalmente, per mezzo di questo tubo, l'apparecchio sso dell non lascia nulla a desiderare, tanto relativamente alla più di tempo sua efficacia ora bene riconosciuta, quanto relativamente a ilupp?‘ I gd tore. 19 alla sua semplicità, ed al poco dispendio che si ri- chiede per la sua esecuzione. I vecchi tini, le cui proporzioni saranno discoste il meno da quelle prescritte, potranno benissimo servire, provvedendo con poca spesa gli accessori mancanti, i quali possono essere fatti con alcune braccia di asse per la chiusa ed il tramezzo, con sei pezzi di latta per il tubo, ed un pezzo di pelle per la piccola imbottitura, che deve rinchiudere la parte superiore dell’orifizio del vaso, che può essere circa di sei piedi, e può valutarsi in totale a venti o venticinque lire. italiane, compresa- vi pure la mano d’opera: in tal modo il proprietario della classe la meno ricca sarà abbondantemente inden- nizzato per l’anticipazione del primo anno, dall’utile che egli ne ricaverà. Di già io ho fatti mettere in pratica molti di questi cangiamenti, che hanno costato meno di quello ch° io-lo credeva, avendo adoperato per il tramezzo dell’ interno piccole asse sottili di un prezzo più mediocre di quelle più forti di legno di quercia, indispensabili per ia co-| struzione della chiusura, che debb’ essere lutata e for- nita di due forti traversi all’esterno, ed intonicata la superficie interna di un miscuglio di cera e resina, senza di che essa piegherà in quel modo com'io Pho di già osservato. Io ho più volte avuto occasione di vedere colle prove| di confronto eseguite in vasi di vetro, che ciò che con- tribuiva singolarmente a condensare le parti gazose con- tenute nel vòto del tino a valvola, ritenendo la vendemmia nel liquido, era lo slanciarsi istantaneo di una certa nebbia, prodotta dall’esplosione delle bolle di aria, che vengono a scoppiare alla sua superficie; questa nebbia, he sì ri liscoste il 0 servite, Meanti,| di asse 1 per il titura, io. del lutarsi presa- vietatio e inden- utile che di questi ò ch'ioo ell’interno di quelle per la co- ita e fore sutonicata l | resina, senz o Vho di ai lere coll pro e ciò diete tì guoni cone o Ja venderla o di pe certa Je dia che hl, quest 1ebDI, 19 che altro non è che particelle vinose, ha assolutamente il colore ed il sapore. fo ora indicherò questo mezzo di osservazione, che induce moltissime curiosità, e partico- larmente per quelli che amano di stadiare la natura, ed a riconoscere l’ordine ch’essa mette nelle sue funzioni: a quest’effetto, è necessario di procurarsi due grandi vasi di vetro bianco, di dividere in eguali porzioni tanta uva, pigiata e sgranellata nell’uno e nell’altro; di collocare sulla superficie del miscuglio contenuto in uno di que- sti delle piccole lastre forate, o di legno 0 di latta, per formarvi un tramezzo destinato a ritenere le vinacce im- merse, per mezzo di due piccoli traversi di legno aventi due caviglie, o cime, le quali alzandosi fino al livello dell’orifizio del vaso, sono ritenute dalla chiusura a val- vola, che è formata di un pezzo di forte cartone into- nicato di cera, e di una valvola formata di una piccola lastra di piombo incollata su di un pezzo di pelle, che le serve di cerniera; si colloca nell’ interno un pic- colo tubo dilatatore, tale come io l'ho descritto; il tutto è mantenuto al posto a causa del peso di alcuni pezzi di quadrelli sovrapposti al coperchio, in modo però a non sturbare il giuoco della valvola. Il vaso di raffronto sarà lasciato aperto, e la materia fermentante in libertà di alzarsi: a questo effetto i vasi non saranno riempiuti che a tre quarti della loro capacità al più. Se la temperatura è al di sopra dei dieci gradi, allora bisognerà favoreggiare il primo sviluppo della fermenta- zione; collocando i due vasi su di un scalda-vivande, e mantenervi un piccolo fuoco per 1 tre primi giorni, per alzare la temperatura del miscuglio a undici o do- dici eradi. € EFFETTI. Nel secondo giorno, discendono al fondo dei due vasi de’ piccoli fiocchi di sedimento; lo strato di queste fecole aumenta nel vaso scoperto. Il terzo ed il quarto giorno, delle bolle di aria spinte verso la circonferenza dello stesso vaso, cominciano a circolare lungo le pareti del vetro ed attraverso: la vendemmia: allora le vinacce s’in- nalzano, e si staccano dal fondo di circa un sesto dello spazio occupato dal liquido. Il quinto, sesto e settimo giorno, il lavoro va sempre crescendo: il colore del li- quore piglia dell’intensità; le bolle d’aria si succedono più rapidamente; le vinacce si alzarono del doppio, tanto alla sua base, quanto alla sua parte superiore, che oltre- passa i liquidi. La feccia non cessa di precipitarsi, e produce dei piccoli mucchi sulla circonferenza, e dirim- petto 1 punti ove le bolle di aria passano più liberamente: questa intensità di colore, di lavoro, di innalzamento delle vinacce e di deposito continua con la stessa forza fino al decimo giorno, in cui la superficie delle vinacce si disecca, e comincia a manifestare un odore vinoso. Il dodicesimo giorno, il lavoro comincia a decrescere, il cappello della vendemmia allora ha un terzo della sua densità al di sopra del liquore, che ha acquistato un poco più di coloramento, senza avere più di trasparenza. Il sapore vinoso essendo quasi tutto sviluppato, egli è il tempo allora di svinare; giacchè se il lavoro è sospinto più lungi in questo primo apparecchio, il calore delle vinacce ed il suo acido si sviluppano sempre più, ed è in questo stato che lazione diretta dell’aria esercita pro- gressivamente i suoi più funesti effetti. due vasi > fecole 210120, dello ), TADW he oltre- tarsi; è e dinm- ‘mente: ato delle x fino al | disecca, Jecrescere, terzo della equistato un Jsparenta. I I re più, Ul esercita pl?” 2I Nel vaso coperto, benchè i primi indizj del lavoro sieno a un dipresso gli stessi, egli prova in quest’ultimo delle modificazioni molto differenti, il terzo ed il quarto giorno, le vinacce sono ancora allo stato di mescolanza, e non co- minciano a staccarsi dal fondo che il sesto; allora le bolle d’aria circolano, come nel primo vaso, il lungo delle pareti del vetro, e di più per il tubo dilatatore; allora il liquore oltrepassa il tramezzo circa un’ottava parte della sua pri- mitiva densità. Il settimo, l'ottavo ed il nono giorno, il lavoro prende una forza più grande, il vino ha un co- lore più vivo, che non quello del vaso scoperto; la massa aumenta ancora di volume per l’aria rattenuta nella sua parte inferiore. Non vi succede quasi più deposito al fondo del vaso, poichè la più gran parte si trova ferma sulla su- perficie del tramezzo. AI decimo o quindicesimo giorno il movimento è lo- stesso, e le vinacce sono allora staccate dal fondo solamente per la metà dell’altezza alla quale si sono innalzate quelle del vaso scoperto; il liquore, che è bene depurato, e del più bel colore, ha acquistato tutto il gusto vinoso, e conservato il suo aroma. Siccome il lavoro è più graduato in quest’ ultimo apparecchio, egli è ancora assai lento a terminarsi. L'indicazione del travasamento deve adunque essere determinata, com’ io il dissi, non dalla assoluta cessazione della fermentazione, ma dal grado di coleramento, di sapore e di decre- scimento nel suo volume, che rimane nulla ostante da un quindicesimo ad un diciottesimo in sugo di più di quello ricavato con il vaso scoperto; così quelli che de- siderassero ripetere e studiare più scrupolosamente tutti i fenomeni che si manifestano in questa sperienza, pos 2 22 sono, per così dire, scrivere i risultati dietro il dettato della natura. Egli è bene di osservare di più che il vino prodotto in vaso chiuso prova un lavoro secondario, molto più lento dopo il travasamento, e che questo non è che dopo il secondo lavoro finito, che si riconoscono nel liquore tutti i vantaggi nella sua qualità. Obbiezioni appoggiate ai risultati di alcune prove, per dimostrare l'errore di certe asserzioni messe avanti in un’ opera che pervenne a mia conoscenza, la quale ha per titolo: Opuscules sur la vinification, par mademoiselle Elisabeth Gervais. Qualunque sia il mio rispetto per le attestazioni, le quali sembrano giustificare l’opinione dell’autore sull’ef- ficacia, e l'insieme del suo metodo, io dirò che esse si limitano solamente a rendere palpabili alcune verità di già conosciute sul vantaggio della quantità e della qua- lità del liquore, che si ottiene con la fermentazione chiusa, comparativamente a quello ricavato con imetodi ordinari; io sono adunque d’accordo con Vautore, e gli onorevoli attestanti relativamente a questo punto, poichè, dopo dieci anni, io non ho cessato di propagare questa scoperta tanto preziosa per l’industria nostra, e di ap- poggiarla con tutti i fatti che possono rendere evidenti i vantaggi che devono derivarne; ma ciò che io mi ri- fiuto di assentire, si è la credenza in cui è la sig. Eli- sabetta Gervais di attribuire all’azione del suo refrige- rante questa grande differenza, che ella dice di trovare nel prodotti di confronto. dettato prodotto olto più é che (0) nel We, lesse nza, an, on, le sull’ef= esse sì rità di la qua- atazione ni metodi {ore, è gl to, poiché, rare. uesta 9' e di- 4 } e evidenti sjonin la sg. fli- 10 refnige- di frocare 23 Nuove esperienze ed un seguito di osservazioni fatte dopo la pubblicazione della mia prima Memoria nel 1810, tanto sulle cause influenti, quanto sui fenomeni che ca- ratterizzano la fermentazione del vino, mi inducono ad obbiettarli come evidente: 1.0 Ch'egli è bastante che questo lavoro si operi in vaso chiuso senza molta compressione, e che vi esista un certo spazio voto fra la parte superiore degli cle- menti fermentabili ed il coperchio del tino, per ovviare mon ad uno sperdimento di dieci‘a quindici per cento, ma solamente di seì e a sette per cento, o la quindice- sima o diciottesima porzione del liquore, secondo che il tino scoperto o di confronto si troverà più o meno riempiuto da quantità eguali di materie fermentabili; 2.° Che questa differenza fra il lavoro chiuso e quello ad aria libera, non è dovuta che all’azione di questo agente sul cappello della vendemmia, il quale sviluppa, secondo le masse e le superficie ch’egli ha in contatto, un calore qualche volta superiore di dieci a quindici gradi a quello che comporta ordinariamente la vendemmia tenuta immersa nel vaso chiuso, che, nel primo caso, questo eccesso di calore del miscuglio sviluppa progres- sivamente, e nelle relative proporzioni, con una porzione di liquido, le parti le più volatili dello spirito e del- laroma; che le osservazioni fatte, sono cinque anni, nei possedimenti a vigna e d’intorni, mi hanno messo in istato di riconoscere che l’intensità di questo calore e di questo consumo, era in ragione del maggiore 0 minore voto che si trovava nel tino scoperto tra la superficie della vendemmia ed i suoi bordi, mentre io sono stato alla portata di verificare più volte, che lor- quando il cappello della vendemmia si solleva al livello, DIA; e qualche volta al di sopra di questi stessi bordi, il calore e questa perdita erano molto più considere- voli, che quando vi esiste un certo spazio voto fra dessa e l'orifizio del vaso; che in tal modo questa man- canza è sempre relativa a questa differenza: ed eccone la ragione. Il gas carbonico che è svolto dal mosto essendo più pe- sante dell’aria atmosferica, ne risulta che gli strati suc- cessivi di questo gas stanziando in questo voto per tutto il tempo del lavoro, si oppongono come una barriera continua agli effetti dell’aria ambiente, solo veicolo del calore, ed è senza dubbio per la stessa causa che il vino nuovo perde poco della sua qualità nei vasi aperti ov'egli è collocato, perchè la fermentazione ch'egli prova spinge sempre alla sua superficie una piccola porzione di carbonio fino all’intiera decomposizione dello zucchero; se al contrario questo cappello della vendemmia è al livello o sorpassa i bordi del tino, lazione dell’aria è altrettanto più funesta, perchè percuote immediatamente la sua superficie, e ne divora non solo le emanazioni le più preziose, e le più abbondanti per l’eccesso del ca- lore che vi cagiona, massime quando lo stato dell’ at- mosfera vi è contrario; ma ancora fa passare bene più rapidamente questa stessa vendemmia dalla fermentazione vinosa alla fermentazione acida, che, come già sì sa, è la causa principale dell’alterazione del liquore. Qualunque osservatore un poco istrutto delle leggi della fisica non può far di meno di riconoscere evidenti le dimostrazioni di queste verità. Ora io devo rendere ragione, per ciò che già dissi nel dimostrare in qual debole proporzione è I evaporazione dei principii essenziali in un vaso chiuso ed a valvola, er landi DI e soprattutto lorchè vi esiste un voto del quarto della xl, il capacità, e se la superficie interna del suo coperchio è idete- ricoperta di una sostanza resinosa, così, come è rive- oto n stita questa stessa parte nel mio modello. fa man- Io indicherò prontamente gli effetti salutari e la dif- eccone ferenza di temperatura, che produce la disposizione in- terna del mio tino, tanto per l'efficacia del tramezzo che Ù pe- si oppone all’innalzamento della vendemmia, e che ri- suc- tiene la più grande porzione di sedimento prodotto dalla utto fermentazione, che per l’uso del tubo dilatatore, situato riera al centro, onde operare più prontamente lo sviluppo dal del gas troppo compresso sotto le vinacce, ed iscansare \e 1 in questo modo gl’inconvenienti che potrebbero avvenire aperti alle botti, e particolarmente a quelle di grande capacità. i puva Se la temperatura del luogo ove è situato il tino co- De perto è di dieci gradi, e che Î’uve adoperate in hero buono stato di maturanza, e che le vinacce abbiano la tag] libertà di alzarsi alla superficie del mosto, la massa to- la tale acquisterà un calore al maximum del suo lavoro, Sie verso l’ottavo e il nono giorno, di tredici a quattordici se gradi, ed il vino che si otterrà, benchè molto spiri- ha toso, avrà al travasamento un colore meno intenso, e la riterrà più gas, che se le vinacce fossero state ritenute 7 ep nel liquido, giacchè la temperatura del mosto in que- Je i st'ultimo caso oltrepassa rare volte il dodicesimo grado; ‘mentazione A! A; VE; î Du Leva, termine il più utile alla vinificazione per venti ettolitri là sis,© di mosto. n i Questa ragione mi ha dunque determinato a preferire dell 155 questo mezzo come il più favorevole ad ottenere un vino ge cilea più sprovvisto, ed una vendemmia esente da qualunque so- i spetto di acido, per conseguenza più convenevole a pro- a di durre un vinetto migliore per la sua qualità e la sua paporazione qV ali ola, ari — io e A ni eo P Pn Pra at i Fi 26 conservazione: ora dunque, questi fatti essendo eviden- temente provati, 10 passo a questa quistione, per dimo- Strare cosa possa essere la svaporazione in vasi chiusi. Qual è la quantità di prodotto acquoso e spiritoso, che potrà dare un liquore tale come il vino, se si tenesse per lo spazio di dodici a quindici giorni in un alambicco, ad una temperatura solamente di due atre gradi al di sopra di quella dell’atmosfera? Il meno istruito nell'arte della distillazione non ri- sponderà egli, che qualunque sia il volume sottoposto a questa prova per questo tempo, egli quasi nulla darà nella storta. Mi si potrà fare| obbiezione che a mal- grado questa debole differenza di temperatura, il gas carbonico deve sempre tenere unita una assai conside- revole porzione di spirito rettore ed inebriante; in fatti, quand’egli non sia stato spogliato per la. stazione ed il giuoco delle parti acquose, che penetrano continuamente e diventano più di lui pesanti. To dirò, di più, che queste emanazioni si condensano quasi in totalità nel vòto, ed a poca distanza della superficie del liquido, che oltrepassa il falso fondo, so- prattutto quando l'apertura della valvola.‘non è molto grande. Per convincere più utilmente della verità di quest. fatti, io darò letteralmente le più minute circo- stanze di una prova eseguita a questo oggetto, sono due anni, dal sig. Delaveau, figlio maggiore, nego- ziante a Bordeaux, che. fa egli pure uso del tino a valvola. Ecco ciò che ha dettato questo negoziante istruito, in seguito ad alcune altre estranee notizie che conteneva la CIrCo-« tordici a quindici gradi nel vaso di vetro che ha rì= ), son« cevute le emanazioni, il quantitativo di una bottiglia, peo:« di un liquido chiarissimo, senza odore, che si è tro- SI« vato essere un’acquavite di quindici a sedici gradi.» Siccome io aveva dubbio che il mezzo, di cui si era ilo| servito il sig. Delapeau, non era stato tanto scrupoloso gora per operare un’ intiera condensazione, particolarmente ad 28 una temperatura tanto alta quanto quella di quattordici a quindici gradi, e che il suo tubo circondato di tela bagnata non poteva pareggiare l’utile di un serpentino contenuto in un vaso d’acqua, per potere stabilire la verità a questo riguardo, io ho eseguito, in queste ultime ven- demmie, la stessa esperienza con un piccolo tino di prova, che mi serve da lungo tempo: questo tino è a valvola, provveduto del suo doppio fondo e del suo tubo dilatatore. Io ho situato. da una parte un’altra. piccola botte sfondata da una estremità, all’oggetto di formare un tino che fosse scoperto e di raffronto; ecco com’ io ho operato. Il giorno 8 ottobre 1822 io ho diviso in due tini e per eguale porzione quattrocento libbre di uva nera sgranellata ed un poco pigiata; questa metà di duecento libbre ha bastato per riempire quello a valvola fino al livello del primo cerchio interno, servendo di appoggio al tramezzo; il tubo indicato nelle altre sperienze è stato collocato al centro, di questo stesso tramezzo: tutto questo eseguito, il vaso è stato ermeticamente chiuso col suo coperchio. Io ho accomodato e lutato all’apertura che ricopre la valvola, un imbuto rovesciato, il cui tubo curvo andava ad aggiustarsi con la parte superiore di un serpentino contenuto in un barile riempiuto di acqua; la parte inferiore di questo serpentino terminava con l’a- pertura di un vaso di vetro destinato a ricevere il pro- dotto condensato, permettendo nullameno la più libera circolazione dei gas che si formavano. La temperatura del luogo è stata costantemente di nove a nove gradi e mezzo per i quindici giorni che ha durato l’operazione. Il lavoro operato in questo vaso è stato regolare e bene sostenuto ad una interna tem- a trdioi RE ci 4 ltd peratuia,e media di undici a dodici gradi; per Mclo: io scerla, io ho A un secondo toro:al coperchio del n tino, dal quale io introduceva cun piccolo termometro 1 di vetro; questo foro è stato diligentemente chiuso da o br un turacciolo, immediatamente, e ad ogni volta che lo È di strumento veniva levato. i Î Per i quattro primi giorni, il prodotto condensato è th stato quasi nullo; dal quinto al nono, il liquore ha oa cominciato a stillare a goccia a goccia nel vaso: il suo Ue sapore era quello di un’ acqua leggermente alcoolica; lo dal decimo giorno a quello del travasamento, che è stato eseguito il quindicesimo, e determinato da un co- ini loramento, e da un gusto vinoso perfetto, la continua- Nera zione del lavoro non ha accresciuto di un sesto il vo- cento lume dell’ acqua ricevuta, di modo che la totalità di o al questo liquore, dopo smontato lapparecchio, si è trovato ggio pesare solamente libbre» once» grossi 9 |; è Il vino ottenuto dal travasamento, 210: compresovi quello ricavato dalla uso compressione delle vinacce, è tura stato del peso di 117”” i tubo Le vinacce o residuo ben conser- di un vato si è trovato del peso di Br”»” qua; la Di più del peso acquistato per il nil tinello, che fu di nuovo pesato. 3 5» pr Per conseguenza il defici che ri- i Jie sulta dalla dissipazione dei gas carbonico ed ossigeno sfuggiti ted è stato di 22 14 7 eni che I, io Totale pari all’uva impiegata lib. 200»"» pi Vi sì trovava maggior quantità di feccia sul tramezzo 1a tele di questo vaso, che nel suo fondo inferiore. n-# A, Abi nt=_= —” “En=" eee- ur: 3"= dll e rn Tr eZ n re E n ai nie ost occ ESE a re 30 Il lavoro del tino scoperto ha nello stesso modo con- tinuato per tutto questo tempo, con bastante regolarità, e con questa sola differenza, che il settimo giorno il cappello della vendemmia sviluppava un calore di tre- dici gradi; questo calore si è alzato il nono giorno, fino ai quattordici e mezzo, in seguito egli ha provato un decrescimento sensibile; ed il cappello della vendem- mia ha manifestato un odore un poco acido fino al 23 ot- tobre, giorno del travasamento, in cui allora la ven- demmia si era abbassata della quarta parte del suo in- nalzamento. Siccome la temperatura atmosferica è stata pochissimo alzata, quest'anno, nel tempo del travasamento, io sono indotto a credere che il vino sarà più facile a serbarsi che Pultimo anno, nulla ostante che in generale non sia così generoso; il provento di quest’ ultimo tino ha ac- quistato un colore assai bello, ma molto meno intenso di quello del primo; egli manifestava ancor meno di corpo e d’aroma, ed un poco più di acido. Ecco il risultato di questa prova di confronto: Il vino ottenuto da quest’ ultimo, compresovi quello torchiato, di già un poco acido, e mischiato con poco di deposito, sì è trovato che pesava libbre 110 once» Peso delle vinacce o residuo bastante- mente spremuto. 59 5 Eccedente di peso acquistato per il tino, che è stato di nuovo pesato. 3 6 Deficit attribuito allo sviluppo dei gas ed all’assorbimento del liquido per l’azione dell’aria ch'egli ha avuto in contatto an 10 Totale eguale lib. 200 odo con- gultrità, viomno. il di tre- giomo, provato ndem- 73 ot- Ven dins smo ) Sono erbarsì non sla ha ac- intenso no di \ quello n poov dì once” i Prnli DI Così si vede, da questa esperienza, che da nessuno, pri- ma di me, è stata forse eseguita, che il vino del tino chiuso, indipendentemente della sua miglior qualità, ha prodotto sette libbre di più al travasamento, e che il suo deficit è stato di cinque libbre di meno, di quello pro- veniente dal vaso di confronto: risulta adunque che que- ste due esperienze dimostrano egualmente la verità che io già dissi da prima sulla piccola quantità di alcool portato seco dal gas carbonico rel vaso chiuso, poichè dalla prova del sig. Delaveau-+essa non apparirà che di tre millesimi circa del liquore. La mia essendo stata più compiuta, continuata un poco più di tempo; deve lasciar meno dubbio sull’ azione del mio condensatore, ciò che è provato dal risultato che dimostra, che si può stimare realmente questo deficit la metà più, o la quindici centesima parte. Dopo tutto questo l’autore degli opuscoli sulla vini ficazione può essere convinto dell’inutilità del suo con- densatore, perchè la quindici centesima parte di un li- quore che non vi si trova la metà d’alcool, non può in- dennizzare del soprappiù della spesa che esige il suo apparecchio. D'altronde egli è provato che allorquando trattasi di far adottare o propagare delle innovazioni utili, in agricoltura particolarmente, non vi si riesce che per quanto che sì danno gratuitamente i metodi a questa classe interes- 9 sante, e poco fortunata, che non può essere determinata ad abbandonare la sua pratica, benchè viziosa, che, per quanto dico io, ì processi più efficaci, che gli sì offrono, sieno di una facile esecuzione, poco dispendiosi, e non oppongano ostacoli: ciò che m° induce a credere che, tranne alcuni ricchi proprietari, l'apparecchio della A n signora Gervais, a causa delle condizioni che essa pare richiegga, e l'eccesso della spesa di cui abbisogna il suo condensatore ed i suoi due gran tubi inutilissimi, poichè una leggiera valvola accomodata sul coperchio del tino può farne le veci, tutti questi mezzi, io lo ripeto, non man- cheranno, se non di mettere in discredito il presunto merito della sua macchina, per certi riguardi, almeno di farla dimenticare, particolarmente negti anni di abbondanza. Ciò che viene in appoggio di questa opinione si è che questo stesso processo, poca cosa. eccettuata, è già stato indiziato nel mese di novembre delr757 nel Jour- nal economique; io lo trovo riportato tutto in disteso nel secondo volume de ZL’ Agronome ou Dictionnaire portatif, alla faccia 481: ciò che dimostra, che si è tentato in epoche diverse con processi variati, d’iscan- sare i vizi della manipolazione, che la pratica e 1’ eco- nomia mal intesa hanno fatto preferire. Io devo, nel metter fine a questo lavoro, dimostrare di più che il mio processo può essere utilmente applicato ai tini per la fermentazione dei vini bianchi, poichè io ho ricono- sciuto, che questo metodo toglie al vino ciò che fa male al capo, per cui essi divengono quasi tanto pettorali, quanto il vino rosso, purchè le vinacce particolarmente sieno tenute immerse, giacchè senza questa precauzione, l'ossigeno che si sviluppa con il carbonio a causa del- l’interno calore troppo forte, dà alla parte superiore della vendemmia, che non è bagnata, una tinta di rug- gine, che fa diventar il liquore ambrato; motivo, senza dubbio, che ha impedito fino ad ora di adoperare que- sto metodo per la fermentazione di questa specie di vini, come quello usitato per i vini rossì. lata che ssa pare bisogna Il suo ssi, poichè bio. del tino 0, non man- unto merito 0 di farla ondanza, Ine si è pc già I Jour- \ disteso tiomnaire chest i, d'iscan- a e l'eco- devo, nel più che il al tini per ho ricono- che fa male to pettorali, rticolarmente \ precauziot a causa del arte suprre tinta di tUg- motivo, sen doperate q* speci dina, - 33 Ma quest’inconveniente scompare allorchè la vendemmia è rattenuta dal tramezzo: il vino in questo caso diventa trasparente, diafano, e conserva perfettamente, come anco le vinacce, la sua bianchezza naturale. Io penso in tal modo che il tempo ed altre sperienze dimostreranno ancora che questo metodo può diventare della più alta considerazione, tanto relativamente all’ e- conomia, quanto a rendere alcuno dei nostri vini più aggraditi al gusto, e di un effetto più produttivo, giacchè non si possono dissimulare i vantaggi che si potranno ri- cavare dalle vinacce quasi inutili, dopo lazione dello strettojo, ed i mali che apporta principalmente alla sa- lute l’uso abituale dei vini bianchi, particolarmente quelli dell’Anjou e dell’Aunis. Nel ripetere questa prova in vaso di vetro si scor- gerà molto meglio, che con le uve nere, i diversi la- vori della fermentazione; vi si osserverà, dopo alcuni giorni, che la materia è nel tino, che lo sviluppo del calorico ha nascimento nel deposito, di già* operato, della fecola, e che la moltiplicità delle piccole bolle d’aria che circolano dal basso in alto, sono spinte come per iscoppie, fino alla parte inferiore dello strato. della vendemmia; che a un tal confine questi piccoli globetti ne formano de’ più grossi, che girano a vicenda a tra- verso tutta la vendemmia, e per il tubo che è al centro, sono portati nel vòto del tino. Da tutto questo egli è presumibile, che il mosto passato per filtro non subirà alcuna fermentazione se gli sarà stato tolto il contatto con aria: i liquori composti ne fanno prova. Tocca alla chi- mica il ritrarre vantaggio dalla mia osservazione, quan- d’essa apparisca utile. 34 NOTIZIA CHE SERVE DI SUPPLIMENTO, O NUOVI FATTI è) RELATIVI ALL OGGETTO DELLA PRECEDENTE MemoRrIA DELLO STESSO. Dello stato della temperatura atmosferica, e della sua influenza sulle grandi masse del mosto che fer- mentano all'aria libera, mischiate alla vendemmia, o saturate di molta sostanza mucilaginosa, e degli accidenti più o meno gravi che ne derivano. Egli è bene dimostrato che allorquando lo stato dell’at- mosfera è caldo, umido e procelloso nel tempo della fer- mentazione del vino, la sua qualità sarà altrettanto meno stimabile, che esso sarà esposto più o meno direttamente all’azione dell’aria esterna; giacchè in questo caso non solo vi ha perdita} provocata, nel mosto dall’eccesso di temperatura, ma ancora il rapido sviluppo dell’acido nella vendemmia obbliga spesse volte il proprietario, che vuole preservare il suo vino, a travasarlo prima che abbia acqui- stato un coloramento sufficiente, nè abbastanza lavoro per far iscomparire il restante del mosto che maschera il poco di aroma ch'egli avrà rattenuto. Se per ovviare a questi svantaggi, egli spinge troppo lungi la fermentazione, allora il vino non conserva dei principj che lo costitui- scono, che un sapore aspro, e sprovvisto di quell’ ab- boccato, e di quell’insieme più o meno gradevole della linfa. In tal modo, quando si fa luogo al concorso di queste diverse circostanze, si può dedurne la conse- guenza che il vino non sarà così produttivo distillan- dolo, nè suscettivo di essere conservato; questo è quello che è avvenuto in quei paesi nelle vendemmie del 1819 per tutti 1 mosti che hanno fermentato alla scoperta, ed ns NUOVI party in grandi masse. Quanto a quelli che hanno subito que- e Mau sto lavoro in vasi chiusi sotto la valvola, sono stati in- finitamente più generosi, più scuri, perchè, in quest’ul- timo apparecchio la fermentazione essendo stata in salvo ; e delli dalle influenze atmosferiche ed elettriche, ha percorso ) che fer 1 SUOI periodi più lentamente e con più regolarità; cIO demmia che ha procurato al vino. miglior qualità ed un’ inten- di elia.» DIE) 12 i x É e degli sità di colore molto più perfetta, la quale fu dal l'immersione delle vinacce assai favorita, ed io posso assicurare, che non vi è stata che la vendemmia in que- dala sto modo preservata che sia stata puscentia di produrre alata il mezzo vino, o vinetto senz’ acido; questo è almeno PA quello, di cui sono stato generalmente assicurato da quelli che hanno messo in pratica il mio metodo in que- sttamente; i i sto dipartimento. odi È All’appoggio di questi fatti 10 ne citerò altri, che per sal analogia FoDenione più particolarmente a dimostrare È questa verità. Li vuole Proprietario di uno stabilimento per la fabbrica della pet birra, io ho spesse volte provato delle perdite per gli na\axoro effetti nocivi di una temperatura al di sopra dei quin- = TASUE dici gradi, nel qual caso il contatto dell’aria ambiente D'Ovvitta porta nel mosto della birra, prima ancora dello sviluppo nentazion della fermentazione, dei germi non equivoci di aceti- o costi ficazione, che si manifesta sempre per il condensamento di qui del liquido, ed un aumento di colore. La fermentazione devole della che succede è più effervescente, e meno concentrata; concorso d cessa prova dei momenti di sospensione, che la rendono e la cone altrettanto incompleta, quanto essa si estingue in poche o dist ore. Se in questo stato si lasciano vedere dei lampi, o esto telo si facciano sentire dei colpi di tuono, non vi ha più ie del 1919 speranza di salvare il liquore; esso diventa torbido, lat- scoperta el 36 ticinoso, ed in una parola tutto è pura perdita. Se questi diversi accidenti avvengono in tempo che la fermenta- zione è bene sviluppata, tanto nel tino che serve alla fermentazione, quanto nelle botti secondarie situate sulle travi, l’espulsione delle parti estrattive è rattenuta quasi istantaneamente; allora la fecola o il lievito, in vece di continuare a uscire dai cocchiumi, si precipita al fondo dei tini, ed un lavoro fattizio e poco sostenuto dimo- stra che questa parte dell’ operazione è mancata. Egli è allora indispensabile di travasare il liquore per sepa- rarne il precipitato(che ha preso una tinta di ruggine) e per ottenere finalmente la sua chiarificazione. Benchè gli elementi della fermentazione variino nella loro aggregazione, egli è nulladimeno dimostrato, che essa ha per base un principio unico, il mucoso zuc- cherino: si può adunque dedurre con certezza da questi fatti la necessità di preservare più che si può tutte le specie di liquori nel lavoro vinario dal nocivo contatto dell’aria, particolarmente allora quando la temperatura atmosferica, come l ho di già osservato, oltrepassi il quindicesimo grado: un lavoro chiuso, impraticabile per la birra, può solo evitare questi inconvenienti a qua- lunque altro liquore. 37 Mali che arreca alla fermentazione l’eccesso del calore interno prodotto da un volume troppo considera- bile di materia fermentante allo stato di mescuglio, comparativamente alle medie quantità più favorevoli alla vinificazione, siccome provano queste un decre- scimento più pronto nella loro relativa temperatura, ed un lavoro più graduato e meno espansivo. Io dissi già nella mia prima Memoria indiritta alla So- cietà di agricoltura del dipartimento di Gers, che i volume della massa fermentante, ed il calore che essa pro- duce è sempre relativo a questo volume ed alla tem- peratura del luogo per i mosti che fermentano con le vinacce all’ aria libera. lo ho potuto assicurarmi, nor dalle prove da me eseguite, ma dalle osservazioni che mi trovai alla portata di fare da diversi proprietari o con- duttori, per molti anni; ciò che mi mette nello stato di assicurare che i volumi del mosto i più propri alla fer- mentazione erano quelli del peso di venti fino a quaranta ettolitri, che a dieci gradi della temperatura atmosferica producono il calore interno il più conveniente, quello di tredici o quattordici gradi; nel tino a valvola, esso non oltrepassa il tredicesimo. La prima cognizione ch'io ebbi di questi fatti fu nel mese di settembre del 1806, essendo a dimora in casa di un vignajuolo nel paese di Villers, in vicinanza di Cham- pigny. Io osservai diversi tini riempiuti di vendemmia già in lavoro. Io vidi con sorpresa la grande intensità del calore che aveva il cappello che ricopriva uno dei più grandi, la cui capacità poteva essere di sessanta ettolitri; ne ho visto egualmente altri due di minore capacità; l'elevazione del cappello di questi oltrepassava n e) 38 i loro bordi. La vendemmia poi, benchè molto riscal- data, lo era infinitamente meno di quello del primo; e per la grande abitudine che io ho di riconoscere al tatto il calore di un liquido, approssimativamente, io giudicai nell’ introdurre la mano nelle vinacce del primo, che era in una rimessa, che questo calore poteva oltre- passare i trenta gradi, mentre che il liquore cavato al centro di questo stesso tino lasciava sentire appena il diciassettesimo o diciottesimo al più. Mi venne tosto al pensiero di volermi convincere se il vino che ne pro- veniva era di una qualità differente di quella degli altri due di minore grandezza, e che potevano contenere cia- scheduno ventiquattro a venticinque ettolitri. Dopo l'assaggio, io riconobbi che il liquore di questi ultimi era migliore in qualità di quello del gran tino, il quale era solamente più carico di colore, ma meno spiritoso, ciò non ostante che tutti ebbero l’egual tempo di lavoro, per quanto mi ha assicurato il proprietario. Questa prima osservazione avendomi indotto a con- vincimento che i più grandi vasi non erano i più favo- revoli alla fermentazione dei vini rossi, io volli non ostante ripetere la prova all’epoca della vendemmia dell’anno 1809. Avendo occasione di andare a Poitiers, e cammino facen- do, io mi sono fermato nel comune di Ligné; il primo vignajuolo al quale mi sono presentato mi fece vedere, sotto un vasto porticato, un gran tino, che conteneva settantacinque ettolitri: questo tino, trovandosi troppo pieno a causa del gonfiamento della materia, mi fu detto che ne avevano levato una porzione, e l’avevano riunito ad una quantità di vinacce, in un piccolo tinello messo a parte. Il liquore di questo tino era al settimo giorno di fermentazione, e la crosta incominciava già ad abbas- 1ppo | detto poni 39 sarsi; ciò che mi indicava una diminuzione di calore. Io l’invitai, dopo averlo messo a parte dello scopo della mia visita, a cavare alcun poco di liquido, in cui io immersi un termometro, che teneva sempre all’ uopo preparato, il quale segnava una temperatura di dieci gradi e mezzo. In tre minuti il mercurio è salito a dician- nove gradi; nell’uscire di questo liquido, io lo introdussi nelle vinacce o cappello della vendemmia dello stesso vaso; dopo cinque o sei minuti, esso indicava trentadue gradi. Io ho assaggiato questo vino, ed era già abba- stanza carico di colore, ma mancava di aroma e di spirito; ed aveva di più un sapore molto acre. Dopo avere riconosciuto lo stato di questo primo tino io invitai il vignajuolo ad indicarmi, se nelle sue vi- cinanze, alcun altro avesse tino di minor tenuta, ed in cui il vino fosse in fermentazione nello stesso tempo. Egli mi accompagnò da un suo parente, ove effetti- vamente vi erano due tinelli, e ciascun d’essi conteneva trenta ettolitri. Avendo solamente ispezionato il cappello che li rico- priva, io ho sospettato, che il loro calore interno era infe- riore, benchè il cappello della vendemmia non avesse pro- vato ancora alcun abbassamento; allora io feci la stessa operazione. Il liquore di questi ultimi non era che a quattordici gradi e mezzo, ed il calore interno delle vi- nacce era di ventisette gradi: io ho assaggiato il vino, che aveva molto più aroma, e conservava ancora un poco di zuccherino; nulla ostante io rimasi convinto ch’ egli era più buono del primo, per la ragione che avendo meno calore, il termine della vinificazione sa- rebbe un poco più lento, ma il lavoro più graduato e più perfetto. n } Ki | i î sea =ctresigai@ane * _ Î Dif), 40 Per giustificare questi fatti, io ne citerò altri cavati dalla pratica conoscenza che ho acquistato nel dirigere il mio stabilimento di fabbricazione di birra. Lorchè nella state la temperatura oltrepassa il quin- dicesimo grado, e che io non posso, in un determinato tempo, ottenere un rinfrescamento abbastanza propizio al mosto della birra, io fo imbottare in vasi di più piccola tenuta, perchè il lavoro si eseguisca senza troppa effervescenza; e mi avviene, che la mancanza di piccoli vasi mi obbliga di adoperarne di più grandi; ecco ciò che risulta: il lavoro si effettua nelle grandi quantità con una doppia forza, di quello che ha luogo nelle pic- cole: quest’eccesso di effervescenza abbisognando di oscil- lazioni più ravvicinate, ne segue che l’operazione termina molto più presto, ma con gran pregiudizio del liquore, in cui si trova essere svaporata tutta la sostanza spiri- tosa, e non ritiene spesse volte alcuno dei principii bal- samici delle sostanze che lo costituiscono; di più esso conserva, anco dopo tre o quattro giorni, un calore quasi eguale a quello ch'egli aveva lorquando. fu messo. in fermentazione, perchè essendo stato in massa troppo vo- luminosa, non ha potuto provare così prontamente come quello dei piccoli vasi la benefica azione della freschezza della notte, che ha favoreggiato in questi ultimi un la- voro meno vivo, una concentrazione più considerevole dei principii essenziali, e finalmente una chiarificazione più perfetta per la diminuzione del primiero calore, che dopo ventiquattro ore, discende al punto di quello dell’atmosfera. E se invece di imbottare dopo i primi indizii di fer- mentazione, il mosto rimaneva in totalità nel primo tino, il calore del liquido sarebbe accresciuto, in dodici ore, citt 41 vati quattro o cinque gradi, e tutti i principii fermentabili si Sere sarebbero cambiati nella natura loro, ed anco abbruciati; ciò che mi è succeduto alloraquando il temporale mi ha Ut» obbligato di tenere il mosto alcune ore di più in questo ato primo stato. 10 7 Influenze sofferte dalle piccole quantità del mosto sottoposto alla fermentazione in troppo vasti tini scoperti. Io mi sono trovato nella situazione, di osservare, nel mese di ottobre del 1809, da un negoziante di saint : Maixent, un’ altra causa che influisce considerevolmente a al successo della fermentazione. Questo particolare è , proprietario di una piccola vigna, che gli rendeva in di quell’anno circa nove o dieci ettolitri di vino rosso. Egli - mi condusse nel luogo ove questo vino fermentava; que- 0 st’ era una cella, la cui apertura era rivolta a nord; i là, si trovava situato un tinello largo e poco profondo, "| la cui tenuta poteva essere di ventiquattro a venticinque d ettolitri. Siccome questa quantità di mosto non occu- i: pava prossimamente che il terzo circa della capacità, e Sn metteva in contatto con l’aria esterna una superficie Tn troppo considerevole, e benchè, quest anno, la ma- role turanza della vendemmia, e lo stato dell’atmosfera aves- ine sero provocato nel mosto una fermentazione precoce, egli A mi assicurò, che erano diciotto giorni che il suo vino el era nel tino a bollire coll’uve infrante, senza avere ac- quistato un calore sensibile, nè abbastanza colore per poter essere travasato: effettivamente, la fermentazione era ancora imperfetta, ed il vino mancava di colore; ciò che era dovuto alla sua troppo grande estensione È Il | Î Ù) it 42 nel vaso, alla sua poca densità, che, opponendosi allo sviluppo del calore necessario alla decomposizione dello zucchero, aveva ritardato, e prodotto questo lavoro lento. Frattanto il contrario aveva luogo in questo stesso anno, come io l’ho di già osservato generalmente; il mosto incominciava il lavoro dodici ore dopo averlo messo nei tini: giacchè a quest’ epoca i tempi procellosi che do- minavano al principio della vendemmia, provocavano quasi dappertutto una subitanca fermentazione, e molto ef- fervescente, particolarmente nei mosti più specialmente esposti all’azione del fluido elettrico, tanto dannoso alla vinificazione. In tal modo i vini di quest'anno non erano suscettivi di essere conservati, ma la maggior parte passarono al- l’acido: egli è adunque da queste diverse osservazioni, che io ho potuto dire che la capacità la più convene- vole di un vaso vinario era quella di venti a quaranta ettolitri di prodotto; volume, che, al. periodo del la- voro, può produrre un calore di quattordici a quindici gradi ad una temperatura di dieci. Diverse altre- vazioni fatte in seguito mi hanno confermato questa ve- rità: io ho creduto adunque di pigliar le mosse da questo principio per iltino a valvola, il quale per il van- taggio che ha di opporsi all’ azione dell’ aria, di man- tenere le vinacce immerse, è favorevole ad una più grande quantità di mosto, poichè rendendo nulla la causa del gran calore, al quale si portano ordinariamente i cappelli della vendemmia, avendo il contatto dell’ aria libera, il vino subisce, in quest’ultimo, una temperatura naturale e più graduata. Un’ altra considerazione si è, che la vendemmia non conserva alcun senso di acido; vantaggio che procura all'agricoltura il mezzo di una 45 seconda bevanda, incomparabilmente migliore di quella ch'egli ricava ordinariamente dalle vinacce riscaldate, e pregne di acido, e la cui conservazione non può perve- nire all’epoca delle raccolte, nel qual tempo essa sarebbe tanto utile, come io lho di già osservato precedentemente. Se da ciò che fu detto, egli è parimenti savio consi- glio quello di evitare, per quanto si può, di far fermen- tare in troppo piccoli, come in troppo grandi volumi, le mescolanze di vegetabili destinati a produrre dei liquori spiritosi, di colore, e di sapore gradito, si deve nulla ostante eccettuare il mosto delle uve bianche sprovve- duto delle vinacce, e che si cerca rendere più produt- tivo nella distillazione: a questo riguardo io dirò che quanto più quest ultimo fermenta in grandi masse, tanto più essi sono ricchi di principii spiritosi, particolarmente quando sono preservati dal contatto dell’aria esterna per mezzo di un coperchio a valvola. Allora la fermentazione preservata dai due veicoli del calorico, l’aria ed il me- scuglio, percorre tutti i suoi periodi, come io l ho di già detto, altrettanto più convenientemente, quant’ essa è più lunga ne’ suoi effetti, e meno soggetta alle in- fluenze dell'atmosfera. Io citerò per esempio di questi fatti utile che ricava con questo mezzo il sig. Main negoziante di Niort, che, proprietario di un’ estensione di vigne la più grande di Saintonge, fa uso da nove anni dei coperchi a valvola per chiudere ermeticamente, e dall’idea che io gli ho data, di grandissimi tini de- stinati a ridurre vino il mosto dell’uva bianca, ed a conservarlo fino al tempo in cui debb’ essere convertito in acquavite. Egli mi ha più volte ripetuto e confermato con sua lettera del 12 novembre passato, che non si può abbastanza stimare il vantaggio che si ottiene da III II nesta cre sere: a cre =_=_ Hi mal Ù i) | x 44 questo metodo, e ciò senza alcun dubbio, poichè prima di questo egli era obbligato di far procedere ad una prontissima distillazione, all’oggetto d’ iscansare il danno di una più grande perdita, che poteva essere ca- gionata dall’acetificazione, lorchè i suoi vini rimanevano troppo lungo tempo sottoposti al contatto dell’aria libera, ed alle influenze dell’atmosfera, nei vasi ch’ egli non po- teva coprire ermeticamente senza temerne l'esplosione. Questo non è il solo vantaggio che si ritrae da que- sto metodo: le emanazioni gazose prodotte dalla fermen- tazione di otto a novecento barili di vino corrompevano talmente l’aria del luogo, che succedevano i più gravi danni agli opera) incaricati di eseguire i lavori a troppo lungo tempo prolungati nel laboratorio, in cui appe- na ora si accorge dell’esistenza di sostanze in fermen- tazione. Il sig. Delaveau, figlio maggiore, di Bordeaux, di cui già si è parlato, mi conferma ancora questa verità con la sua lettera rr dicembre 1820, ed ecco ciò ch’e- gli mi dice a questo proposito. « Allora quando io faceva il mio vino nei tini aperti, « e che vi erano tre o quattrocento barili nella tinaja « in fermentazione a una volta, tutto il giorno, all’ e- « sterno, ed anco ad una grandissima distanza, e par- « ticolarmente sotto il vento, ed il mattino specialmente « nell’aprire la tinaja, si sentiva un odore di vendem- « mia fortissimo, che incomodava le persone che non « vi erano accostumate; in oggi, a quest’ apertura della CS CN tinaja, ciascun tino essendo coperto, non sì sente quasi CS "» odore di vendemmia, o quest’ odore vinoso, e non si a n“ dirà, fors’ anco, che vi ha del vino nei tini, ed in masse così considerevoli. CS ” PCOS 45 In occasione delle osservazioni che mi. fa quest’ a- gronomo molto istruito, io non posso rifiutarmi dal sot- toporre alla Società d’incoraggiamento la sua opinione relativamente all’apparecchio di madamigella Gervais: ecco com'egli si esprime su tale proposito nella stessa lettera:« Era già qualche tempo che io aveva, letto e « studiato l'opuscolo di madamigella Gervais, e vi con- « fesso che io le scrissi una lettera, con cui faceva « molte forti obbiezioni al suo processo, e particolar- « mente a’ suoi risultati: la mia lettera, che sollecitava « una controversia, è rimasta senza risposta. Frattanto io «considero l'apparecchio di madamigella Gervaîs come « inutile; giacchè se si giudica da questo apparecchio, « della qualità del liquore condensato, si dovrà, dalla « sua costruzione, giudicare ancora della quantità di « questo liquore; ed era questo precisamente ch? io le « diceva, assicurandola ch’essa non potrà giammai pro- « vare il beneficio del dieci al quindici per cento. « Di più, la sua valvola ed il suo grosso tubo, che si « immerge nel vaso, che riceve in tal modo il gran « tubo del suo cappello, sono perfettamente inutili, ed « io non oso dire tutto il pensier mio su questi enormi « ed imbarazzanti accessori, « A che può servire questo vaso riempiuto di liquido « per ricevere l’acido carbonico assolutamente puro, se « la condensazione dei gas è stata ben fatta nel cappello « e Vapparecchio distillatorio? « Ora che noi due siamo ben sicuri sui prodotti « della condensazione dei gas, io vi dimando a che serve « di collocare su di un tino un gran refrigeratorio di « tre o quattro piedi di altezza, il quale debb'essere pieno « d’acqua, e questo, sopra di un tino riempiuto di vino, | ì I | ! 46 n ” € n “ x n ® «G CI n” A x” CS n” CS n A n CN "» A ” ‘ in modo che indipendentemente dei considerevoli im- barazzi per disporre quest’ apparecchio, del suo asso- damento con luto o altro, di doverlo levare quando bisogna travasare il vino, un proprietario forzato di servirsi di villani più o meno inesperti, va a rischio per lo meno di mettere molt’acqua nel suo vino, per il più piccolo urto che la macchina riceva. « Questo metodo è adunque quasi tutto inutile; non vi ha immersione delle vinacce nel liquido, e poi io lo considero assolutamente come ineseguibile per un lavoro in grande. Cosa sarà adunque il volume di quest’ apparecchio per un tino di cento barili, come uno dei miei?‘ « Il librajo che mi ha venduto l’opuscolo, mi assicurò; che gli fu detto da taluno, che io doveva essere in- caricato del privilegio del processo; io gli ho risposto; che io sapeva che qualcuno già vi pensava; io sarò il primo a provargli la sua inutilità ed i suoi incon- venienti.» « Il modo vostro di procedere mi sembra infinitamente superiore per principii, e migliore; io l’ho seguito, ma io non ho fatto esperienze comparative per giudicare dell’utilità: il mio più piccolo tino contiene quindici a sedici barili di duecento ventotto litri ciascheduno, ed il più grande cento barili: per tal modo, come volete voi, che in mezzo agli imbarazzi di una vendemmia rapida di dieci a dodici giorni, e che richiede una vi- gilanza generale e particolare che sorpassa più volte la più grande attività sostenuta da una gran salute, si possa trascorrere il suo tempo a far pesare delle grandi masse, tanto prima di metterle nel tino, quanto dopo averle ricavate? 47 To farò conoscere ancora alla Società d’incoraggiamento il metodo che io ho indicato a questo stesso proprietario, il quale può supplire e rimpiazzare, nei tini di grande ca- pacità, le tavole che abbisognano per la costruzione del tramezzo interno, tanto essenziale; ed ovviare con questo l’imbarazzo, che è prodotto dal situare e smontare tutti i pezzi. Ed eccolo: All'altezza determinata per il falso fondo o tramezzo, fatti mettere di sei pollici in sei pollici nella cornice di legno del circuito interno del tino, dei piccoli anelli, o chiodi con fori sulla testa, ed a vite, devesi procurare di poi una tela di una tessitura simile a quella che serve a sten- dervi sopra la carta di tappezzeria, ma di un filo più forte; si fanno cucire diverse larghezze per formare un rotondo, avendo per diametro la superficie che voi volete coprire. Siccome questa tela, per quanto forte ella sia, non potrebbe resistere all’urto del cappello della vendemmia, sì faccia di più eseguire una reticella di corda di mezzana grossezza in maglie di sei pollici. Non è necessario che la reticella sia rotonda, basta solo che il suo quadrato abbia il diametro della tela: tutto ciò in questo modo disposto, si distenda, dopo introdotto il mescuglio nel tino, la tela in forma rotonda sulla super- ficie, in seguito la reticella di sopra, e rivoltate i quat- tro angoli di quest’ultima; allacciate poi, con una pic- cola corda conveniente, il giro di questa reticella negli anelli posti nella cornice di legno, ed avendo la mira di farla distendere quanto è possibile. Dopo avere primie- ramente fatto praticare al centro della tela un foro ca- pace d’introdurvi il tubo dilatatore, si tenga questo tubo alla sua parte superiore, con un traverso formato o di una forte pertica o di un piccolo travicello, le cui 48 estremità s’incastreranno in due sostegni attaccati altresì( alla cornice di legno: questo metodo mi sembra il più| conveniente a soddisfare all'intento, cioè quando trattasi di grandi tini; d’altronde egli ha il vantaggio di essere di poca spesa. Della fermentazione vinosa, e dell'ordine che si 0s-( serva nel suo andamento nei vasi di vetro sotto la gl valvola. pi Il vino è il risultato ben sensibile dell’azione di un au solo principio, il calorico, agendo sugli elementi che lo| vl costituiscono e lo modificano secondo lo stato e la na-| x tura del mosto in cui egli si sviluppa, nello scopo unico|| di dividere, precipitare, ed espellere, rompere finalmente l'aggregazione primitiva delle particelle solide, liquide e| gasose, ritenute, in uno stato di equilibrio o di riposo, è in una base acquosa, che è più o meno satura: quest’ è, ESSA SE E io dico, per l’azione impressa a queste particelle. che I fanno senza posa sforzo per.rompere i nodi della! rete che gli unisce(la parte visco-mucosa), che si opera fra loro una nuova combinazione, dietro le leggi delia| loro affinità reciproca; ciò che costituisce lo stato vinoso.| To ripeterò che questi effetti. sono tanto visibilmente dimostrati dal lavoro osservato in vaso di vetro, che non sì può con questo mezzo non ravvisare gli errori del sistema, e le false teorie di certi autori che hanno scritto su questa grande operazione, senza avere una conoscenza abbastanza pratica. Nell’operazione di cui si tratta io distinguo immedia- tamente, dopo la mescolanza della pellicola e del mosto introdotti nel vaso, un cominciamento di precipitazione altresi I più attasi Ssere 49 della fecola del vegetale, in seguito lo sviluppo pro- gressivo di un gas che si solleva in linea diritta dal basso in alto su tutta la superficie del precipitato, con una moltitudine di piccole bolle spinte come per esplo- sione: ciascheduna di queste bolle parca rompere, e rattenere con essa una porzione della materia vischiosa, che a sua posta si precipita in filamenti, e determina, giusta l'intensità del lavoro, la chiarificazione più o meno pronta del liquore, ed il suo cambiamento di sapore. Jo vedo egualmente che se in quest’ ultimo stato io aumento di alcuni gradi il calore del mescuglio con un poco di bragia messa sotto il vaso, in modo che il la- voro e la collisione delle particelle” una nuova energia a danno del liquore; che il suo aroma è con- sumato, o rattenuto dalla sovrabbondanza dei gas che sfuggono; che la superficie della vendemmia, se non è mantenuta in immersione, prende una tinta di ruggine; ciò che mostra, a non dubitarne, che quest’ eccesso di calore sforza 1’ ossigeno di alcuno degli elementi vinifi- catori ad uscire combinato al carbonio. Ora, è questo il principio acquoso che è alterato dal- l’eccesso‘di calore? È questo il mucoso zuccherino, 0 finalmente l'estratto resinoso? Quest’è quello che il tempo ed una cognizione, più addentro ricercata, dei fenomeni che accompagnano o producono questo maraviglioso la- voro, potranno dimostrare un giorno. Fino ad ora noi abbiamo nulla di veramente positivo su quest’oggetto; il celebre Lavoisier, che pareva avesse eseguite le analisi le più scrupolose sulla fermentazione dello zucchero, poich’esse abbracciano la decomposizione dei corpi clementari dell'operazione, lascia nulladimeno 50 i molti dubbi, e molto a desiderare, e tiene silenzio sull’al- terazione che possono subire questi principii, tanto per l’ec- cesso del calorico, quanto per il lavoro troppo prolunga- to(1). In questa incertezza, io sono indotto a credere, poichè >) o pi’ a A” l’esperienza lo ha provato, che la troppo grande compres- sione, l'eccesso di calore interno e di collisione, o la” loro insufficienza essendo contrarie alla buona vinificazione, questi estremi debbono essere diligentemente schivati, poichè la qualità di vino e l’armonica combinazione dei suoi principi i meglio adattati dipende dal punto in cui la fermentazione è repressa, dopo averla accortamente condotta a una temperatura fra gli undici ed i quattor- dici gradi; e questo non è finalmente che per il perfetto accordo di tali principii e di questi mezzi, che sì ot- terrà un vino gradito e generoso. Da tutti questi fatti, e da tutte queste osservazioni, delle quali ho creduto opportuno ed utile di dimostrare minutamente ciò che era nocivo o vantaggioso all’ arte della vinificazione, io conchiudo e ripeto che la foggia del tino a valvola, tale com'io l'ho immaginato e fatto conoscere da dieci anni a questa parte, procura prossi- mamente tutti i vantaggi che poteva avere questo pre- zioso ramo della nostra agricoltura, poichè Papparecchio di cui si tratta, indipendentemente da ciò che ripara ai danni di certe cause fisiche, concilia ad un tratto, io lo (1) Per ischiarimento di molti importanti fenomeni relativa- mente alla teoria della fermentazione, il nostro autore avrebbe dovuto consultare la bella Memoria del sig. Teodoro di Saussure ec. ec., inserita nel giornale inglese( Philosophical Transactions of the Royal Society) col titolo Observations sur da decomposi- tion de Vamidon, etc.(nota del Compilatore). Ta ripeto, l'accrescimento, e l’ economia dei prodotti, che finalmente, con questo nuovo metodo, un proprietario intelligente può dirigere l’operazione a norma de’ suoi desideri, senza temere alcuno dei mali che prima l’ ob- bligavano d’interrompere il lavoro senza avergli lasciato il tempo di percorrere tutti ì suoi periodi, allo scopo di ritenere, per quanto è possibile, i principii più volatili dell’aroma e dello spirito, e questo, a danno del colore, o di fare il sacrifizio dei primi per la perfezione di quest’ultimo, a rischio di vedere svilupparsi i germi del- l’acetificazione; mentre che, col metodo di cui abbiamo parlato, non vi sono inconvenienti a temere, prolungan- done il lavoro, non più mezzi per ben precisare il momento del travasamento, tranne il concorso dei tre sensi ugual- mente soddisfatti che segnino in modo non equivoco, tanto se il vino è destinato all’uso comune, quanto ad una più gran formazione di alcool per la distillazione. Nell’uno o nell’altro caso, le vinacce Sprovviste di acido, somministrano un secondo prodotto molto migliore, sì relativamente alla sua qualità, come alla sua conser- vazione(il piccolo vino). Con lo stesso apparecchio sì possono trattare anco i vini bianchi, ed ottenerli molto più buoni, e più aromatici, in un termine di tempo più breve, senza tema ch’essi diventino densi, e troppo am- brati: l'immersione delle vinacce, e il lavoro chiuso vi sì oppongono manifestamente. Si può in pari tempo rica- vare da uno stesso tino e del vino che fa schiuma, ed intieramente privo d’aria fissa; ciò che fu da molte spe- rienze confermato, e che mi fece venire al pensiero, che questo metodo poteva essere della più alta considera- zione, riguardato sotto l’aspetto del piacere e della sa- 52 lute; ciò che’ fisserà, c mi è grato il pensarlo, l’atten= zione della Società d’incoraggiamento, la quale si avrà caro di far conoscere tutti i vantaggi che arreca il mio processo. tten= avrà uil MEMORIA DEL DOTTORE AGOSTINO BASSI SUI NUOVI METODI DI VINIFICAZIONE. de IViorri sono quelli che hanno dettato pensieri sulla fermentazione vinosa, e quindi sul metodo di fare il vi- no: ma pochi hanno raggiunta la meta. Alcuni vani e senza fama, nulla sapendo, hanno arrischiato di com- mettere al pubblico parole sul processo della fermenta- zione, delle quali essi pure non ne conoscono il signi- ficato, o precetti ridicoli, senza farsi carico che lo spirito umano ha fatto troppo grande cammino per ristarsi contento alle sole ciance. Altri invece di stabilita ripu- tazione fecero di pubblico diritto i propri pensieri, e le proprie osservazioni, frutto di molte sperienze, e di profonde meditazioni. Noi fra questi annoveriamo il sig. dottore Agostino Bassi, già vantaggiosamente conosciuto per altri importanti laioni di economia rurale, che hanno riportato il plauso universale. Lasceremo il lettore stu- dioso nella necessità di cercare per sè stesso nell’opera del dottor Bassi le cose utili: questo è lavoro italiano, ed ognuno può facilmente averlo, anzi siamo certi che ci sarà grato del silenzio nostro, perchè leggendola raccoglierà per via molte cognizioni che potevano forse isfuggire alle nostre ricerche, e non essere comprese nel breve limite di un sat) Noi qui recheremo l’av- viso inserito nel foglio d’ annunzj della Gazzetta della Provincia di Lodi e Crema, del 13 settembre 1823, re- lativamente al sig. dottor Bassi. » dI « Il sig. dottore Agostino Bassi pubblicò una Me- pa moria sui nuovi metodi di vinificazione. Non avendo desso potuto per mancanza di tempo sufficiente e di salute approfondarsi nell'argomento ed esaurirne le fonti, come avrebbe desiderato, promette perciò una nuova edizione, nella quale si propone di svolgere meglio le idee, di presentare nuovi apparecchi del valore di po- chi soldi, a comodo degli agricoltori di limitatissime finanze, e d’insegnare altresì il modo col quale potrà il povero contadino, senza alcuna spesa, godere egli pure dei vantaggi che offrono i nuovi metodi di vinificazione. Intanto amando il dottor Bassi di porre il bando più presto che sia possibile ad una barbara usanza invalsa in Lombardia, e tuttora seguìta dalla maggior parte degli agricoltori, ed alla quale dobbiamo il guasto di considerevole quantità del nostro vino, non che l’inde- bolimento del rimanente, si dà premura di far conoscere per mezzo dei giornali i vari metodi coi quali si può ottenere lo stesso scopo che si propone l’agricoltore, che è quello di prevenire l’ esplosione della botte senza se- guire una consuetudine dannosissima, che sente veramente tutta l’ignoranza dei tempi barbari in cui fu introdotta. Seguita la svinatura, e posto il vino nella botte s'accostu- ma, in generale, di lasciar aperto per molti giorni, e sin anche per qualche mese, il foro del cocchiume, ad og- getto d’impedire lo scoppio del recipiente. Per tal modo il liquore perde una gran parte del principio suo spiritoso, tutto il suo aroma, e gran porzione pure del gas acido carbonico di cui si era saturato, o che conteneva in eccesso; ed impoverito così dei principj suoi conser- vatori e costitutivi, riesce meno grato, meno stimolante, meno pregevole, e di più difficile conservazione, e bene n| teneva onsei= linte 4 bene DI spesso si guasta anche totalmente, secondo il diverso processo col quale fu fabbricato, e la diversa qualità delle uve che si sono adoperate. « Si può in pià maniere prevenire l’esplosione, senza perder nulla, o ben poco dei detti principj conservatori, e costitutivi del vino. Empita la botte si chiuda molto bene con un cocchiume, avente un foro nel mezzo del diametro di sei punti circa del braccio di Milano: in questo foro sì ponga un turacciolo di sughero alquanto poroso; il gas acido carbonico in eccesso compresso soverchiamente nel recipiente si apre a poco a poco una strada per i pori del legno di sughero, ed esce al- l’aria libera. Meglio sarà ancora se invece di porre nel detto buco del cocchiume il turacciolo di sughero, vi si collocherà una grossa canna forata lunga un braccio, due, tre, secondo la maggiore o minore capacità della botte. Questa canna si chiuderà alla sua estremità in alto egualmente con un pezzo di sughero, per i cui fo- rellini possa passare il gas acido carbonico eccedente, seco traendo una quantità molto minore di spirito. Ma il mi- glior metodo di ottenere l'intento senza perdita veruna di sostanza alcoolica, e senza mai mettere in niun caso in contatto l’aria esterna colla superficie del liquore, è quello di servirsi della macchinetta seguente. Si prepari un tubetto di latta del diametro di circa tre punti, il quale all’altezza di sette once ripieghi su sè stesso, e peschi quasi sul fondo di un vaseletto quadrato attaccato al medesimo, alto due once e mezzo, e largo un’oncia ed otto punti, e situato alla distanza di un’ oncia e tre quarti all'estremità inferiore del tubo ascendente. Empita che si abbia la botte si chiuda con un cocchiume forato nel mezzo, come si è detto di sopra, e si luti bene all’in- fee canicatti na 56 torno. Per questo foro si faccia passare il tubo del detto stromento, in modo che il fondo del vaso condensatore pieghi sulla superficie del cocchiume medesimo. Prima d’introdurre il tubo nel detto buco del cocchiume lo si spalmi all’intorno con colla di farina, e meglio col- l’ultimo cemento proposto colla citata operetta del pre- detto dottore(1); e meglio sarà ancora se sì intona- cherà pure con questo 0 altro luto la parte superiore del cocchiume, onde vi resti di più aderente lo stesso vasetto refrigerante: anzi si potrà, a risparmio di tempo, lasciar sempre unita la macchinetta al cocchiume, col- usare invece dei detti cementi la colla dei falegnami, detta volgarmente colla di carnuzzo; nel qual caso si dovrà però munire il cocchiume lateralmente di due manici, 0 braccialetti, mercè di cui si possa chiudere o schiudere a piacere la botte, senza punto metter mano (1) Per otturare le piccole fessure, massime se molte sieno e lunghe, non che per impedire il passaggio ai vapori tra la parte superiore delle pareti del tino, e V’inferiore del coperchio, sì potrà adoperare un luto composto di sego e cenere, 0 di cenere e grasso, oppure di parti eguali di argilla, detta terra vergine, e di sabbia, o di argilla e cenere, il tutto passato previamente per setaccio ben fino, 0 sia di fori minutissimi. Questo stromento è di picciolissima spesa, e serve altronde molto bene all’ uopo. Ove poi si tratti di chiudere delle aperture di maggior rilievo, o di riunire le superficie di pezzi di tubi inseriti gli uni negli altri, in questo caso si prenderanno quattro parti di cenere, tre di pece comune ed una di olio di semi di lino, e fatto un impasto a fuoco sì spalmeranno del medesimo, col mezzo di un pennello, delle liste di tela, e si chiuderanno con queste le ri- spettive aperture, passandovi ben anche sopra, se occorre, collo stesso pennello, onde rendere più sicuro l’otturamento. Basst noie, imente omento 'uopo. ; i PER da: rr eee tn po 57 all’ ordigno. Corredata di questo stromento la botte 5 il vapor acqueo alcoolico che s'innalza dal vino In essa contenuto viene condensato dal vasetto refrigerante pie- no di acqua, ed il gas acido carbonico eccedente sa- lendo pel tubo si apre strada attraverso del liquido, e sì spande nell’ aria. « Chi volesse poi rendere questa macchinetta più comoda, potrà renderne movibile il vaso condensatore, mediante un tubo alto quanto il medesimo, pel quale passi il tubetto conduttore a guisa di stantuffo. Allora, chiusa la botte col cocchiume, si applica al foro di que- sto tubetto dell’ ordigno, si alza il vaso onde poter bene con un dito lutarlo all’intorno, e poi si fa discen- dere sintanto che non poggi sul fondo dello stesso coc- chiume. Lavorando però in tal modo l'apparecchio, fa d’uopo tener l’estremità del tubo discendente scarica- tore, lontano almeno un’ oncia circa dal fondo del vaso refrigerante. Sì 1’ uno che Valtro di questi stromenti© macchinette, possono benissimo servire, non solo alla conservazione e miglioramento del vino tratto dal tino, come sì è detto, ma ben anche alla di lui fabbricazione in recipiente di non grandi capacità, come sono i tinetti e le botti da noi detti vascelli, bastando a tal fine che si abbia soltanto attenzione di tener più lungo di tre o quattro punti di diametro del tubetto e largo ed alto il doppio il vaso refrigerante e ricevitore. Ma un apparecchio più semplice di quanti mai se ne possono immaginare per la conservazione e miglioramento del vino nuovo è certamente quello che qui sì descrive. Si faccia un cocchiume alto nella parte che resta al di fuori della botte tre once, e largo due; lo si scavi dap- poi a guisa di un vaso cilindrico, e lo si fori nel centro. e ‘Mi re— 6’voig@_@————————tt —_—=— 58 In questo foro sì saldi con pece navale, od in altro modo, un tubo di latta del diametro di circa tre punti, ed alto sette od otto, il quale ripiegando sopra sè medesi- mo vada ad immergersi nel vaso stesso del cocchiume. Modo di fare una pergola col filo di ferro, di Carlo Raja, Parroco di Busto Garolfo(1). Si pianteranno a capo della pergola che si vuol fare, due Paloni A A, Tav. 1, fig. r. Altrettanti alla distanza di trenta metri(braccia cinquanta milanesi), e così suc- cessivamente sino alla fine di essa pergola. I primi e gli ultimi due saranno muniti ciascheduno di puntello C, raccomandato ad un traverso D, come si vede nella Tav. 1, fig. 1. Basterà per gli altri un puntello all’ at- to che si tende il filo di ferro, che poi dopo sarà levato. In cima dei detti Paloni si applicherà un traverso di legno M M, fig. 2, assicurandolo con chiedi o con piuoli. Ciò fatto, si attaccheranno stabilmente, con eguale ri- parto, quanti fili di ferro si vogliono al primo traverso M M, indi col mezzo dell’ordigno A, fig. 3, e Palone ausi- liario B, fig. 4, detti fili si tenderanno l’uno dopo l’al- tro al traverso N N, fig. 2, sintanto che saranno ridotti orizzontalmente. (1) 1 nostri lettori hanno avuto già quant’era necessario, orde conoscere le intenzioni del nostro Autore, in un articolo posto alla face. 401, vol. IV. Ora abbiamo creduto prezzo dell’opera di quivi riportare queste descrizioni, a maggiore intelligenza, unen- dovi le opportune tavole. { Il Compilatore). 59 odo, Serve la tanaglia. rappresentata dalla fig. 5 a tener Ti saldo il teso filo di ferro con compressione al traverso desi N N, cui devesi legare, onde rimuovere il suddetto al ordigno A, e facilitarne un cappio, senza che si rilasci il ridetto filo di ferro. ro Seguita tale operazione si pianteranno altri Pali in- termedj E E E, fig. 1, col rispettivo traversello F F F, fig. 2, a quella distanza disegnata nella fig. 1 e 2, 0 o come più aggradirà; e con le bacchette ripartite alla À distanza di metri o, 9, o(bracc. 1 onc. 6) I’ una dal- l’altra, sarà formato il graticolato, sul quale si distende e la vite. \lo L'altezza e la larghezza ordinaria di una pergola ella sono espresse dalle fig. 1 e 2. Ma si può variare a ta- 'at- lento, ed accrescere e diminuire il numero de? fili di arà ferro, a misura della larghezza che si prefigge, e secondo il costume del paese. .YS0 In quei luoghi poi dove non fossero in uso le pergo- con le, e meglio convenisse il lavorare le viti a ghirlanda, a ronco, a filagnone, come volgarmente dicesi, due le soli fili di ferro, e pochi pali coi rispettivi verso basteranno all’intento. e aus Ù pb, 2 and bo 24 SL| mu Descrizione dell’ordigno A, fig. 3° e 6. ridotti Quest'ordigno è composto di un cilindro di legno B, al cui asse è assicurata la ruota dentata C, il tutto messo nel moto dal vette di ferro D. Nei fori A A del so, onde 1; cilindro rappresentato dalla fig. 6 è insinuato il filo di llopera ferro da tendersi, che debbe avvolgersi sopra il mede- , une: simo fino ad una tensione orizzontale, dopo la quale i il cilindro è formato dalla linguetta di ferro E, che (0498 & race» i na Cs e S0——_—___ rr erre uni ru rcmr Mud!| SPA/ _ UTTACRA 1} 60 s ingrana fra i denti della ruota C, onde arrestarne a Ì piacere il movimento. IL detto ordigno A è fissato sopra un regolo di legno F, che viene incassato nel cantilo pure di legno G G, ed assicurato da una vite L. Dagli estre- mi di detto regolo partono due braccioli di ferro eguali, e ciascuno della forma indicata dalla lettera M. Il cantilo, e regolo suddetti, sono rappresentati in tutte le loro dimensioni dalla fig. 7. glo Descrizione del Palone ausiliario, fig. 4. Li IT AI palone di legno B è unito un regoletto pure di a\ legno C, a perfetto combaciamento. Il filo di ferro viene insinuato fra i detti palone e regoletto, e vi è stretto col mezzo di due viti a. d.(i Ì Uso dell’ ordigno A, fig. 3.\ Viene desso appostato dietro al traverso N N, fig. 2, a cui appoggiano i due braccioli M, fig. 3, ed ivi col mezzo delle vette D si fa girare il cilindro B, su cui è avvolto il filo, finchè si giunga ad avere una tensione orizzontale. In seguito colla tanaglia, fig. 5, fermato il filo al traverso N N, viene poscia annodato al medesimo. Uso del Palone ausiliario B, fig. 4. Ove poi non si giunga a tendere orizzontalmente il detto filo, si farà uso del citato palone ausiliario col collocarlo a metà della tratta del filo di ferro, e dopo di avere stretto. il filo medesimo fra il detto palone, e l’annesso regoletto C, mediante le viti A B si spingerà de 2 Opra pute Sire- li 6I il ripetuto filo contro l'ordigno A, fig. 3, in modo, che contemporaneamente ad ogni spinta si faccia girare il cilindro B, e così continuare fino ad ottenere nel filo una tensione orizzontale. Il Coniglio(continuazione e fine). Questo solo basta a provare che il coniglio è mag- giore al lepre in perspicacia. Tutte e due sono in pari modo conformati, e potrebbero ugualmente scavarsi dei luoghi di ritiro; tutti e due sono egualmente timidi all’ eccesso, ma Vl uno, più imbecille, si accontenta di formarsi un covo alla superficie della terra(1), ov egli sta a dimora continuamente esposto, mentre che Valtro, per un istinto più riflessivo, si dà la pena di grafolare la terra e praticarvi un asilo; ed è sì vero ch’ egli la- vora per sentimento, che non si vede il coniglio do- mestico fare la stessa opera; egli tralascia di scavare un asilo, come gli uccelli domestici si dispensano di fare i nidi, e ciò perchè si trovano egualmente al si- curo dagli inconvenienti, ai quali sono esposti 1 conigli e gli uccelli salvatici. Si è osservato più volte che quando si è voluto popolare una coniglieria artificiale con co- nigli domestici, questi e quelli ch’ essi produssero, rimasero come i lepri, alla superficie. della terra, e che non era che dopo avere provato molti inconvenien- ti, ed a capo di un certo numero di generazioni, (1) Si vede nulla ostante, leggendo la storia del Lepre, che scava egli pure delle tane sulle montagne, nei Pirenei ed in alcuni altri paesi. 4 ZE ea = 62 ch’ eglino comincerebbero a scavare la terra per met- tersì in sicurezza(1). Questi conigli domestici variano per i colori come tutti gli altri animali domestici; il bianco, il nero ed il grigio(2) sono nulladimeno i soli che fanno parte qui nel giuoco della natura: i conigli neri sono i più rari; ma ve ne sono molti tutti bianchi, molti tutti grigi, ed assai di mischiati. Tutti i conigli salvatici sono gri- gi, e fra i conigli domestici quest’ è ancora il colore dominante; mentre in tutti i loro parti vi si trovano sempre i conigli grigi, ed anco in maggior numero, benchè il maschio e la femmina sieno tutti e due bianchi o neri, o l'un nero e l’altro bianco; egli è raro ch’ essi diano alla luce più di due o tre che loro rassomiglino; in vece che i conigli grigi, benchè do- mestici, non producono d’ordinario che dei conigli di questo stesso colore, e non è che rare volte, e per caso, che ne producono di bianchi, neri e mischiati. Questi animali possono generare e produrre all’ età di cinque o sei mesi. Si assicura ch’essi sono costanti nei foro amori, e che comunemente si attaccano ad una sola femmina, e non l’ abbandonano mai; essa è quasi sempre calda, o almeno in istato di ricevere‘il maschio. Rimane grossa per trenta o trentun giorni, e produce (1) Il sig. Barrington ha osservato che il coniglio ha le gambe davanti più corte, e nello stesso tempo più forti di quelle di dietro, e le unghie più lunghe, più sottili e simili a quelle della talpa. Egli è a questa particolare conformazione dell’unghie che si attribuisce la singolare destrezza del coniglio nello scavarsi le tane( Philosophical Transactions of the Royal Society). (2) È chiamato grigio quel mescuglio di colori rossicci, scuri, neri e cinerini, che forma il colore ordinario dei conigli e dei lepri. 63 quattro, o cinque, 0 sei, ed alcune volte sette ed otto neonati; essa ha, come la femmina del lepre, una doppia matrice, e può per conseguenza partorire in due tempi: nulladimeno egli sembra che le superfetazioni sieno meno frequenti in questa specie che in quella del lepre, forse per la stessa ragione che le femmine cambiano meno soventi, poichè a questo meno frequenti sono le occasioni, e perchè vi sono minori accoppiamenti fuori di stagione. Alcuni giorni prima di partorire esse si scavano un nuovo buco(1), non in linea diritta, ma in zig zag, al cui fondo esse praticano uno scavamento; dopo il quale esse si strappano sotto il ventre una sufficiente quantità di peli, coi quali esse fanno una specie di letto per ricevervi i neonati. Per i primi due giorni esse non gli abbandonano mai; non escono che pressate dal bisogno; e ritornano appena hanno preso un poco di nutrimento: in questo tempo esse mangiano molto ed assai presto; hanno molta cura, ed allattano i neonati loro per più di sei settimane. Fino allora il padre non li conosce; esso non entra in questa tana, che è stata fatta dalla madre; spesse volte ancora, quand’ella esce, e ch’essa vi lascia i neonati, essa tura l'ingresso con della terra stemperata con la sua orina; ma allorquando cominciano a venire al margine del buco ed a mangiare del car- doncello ed altre erbe, che la madre loro presenta, il padre sembra riconoscerli: esso li piglia fra le sue zampe; esso loro pulisce il pelo, e lecca gli occhi; e tutti, gli uni dopo gli altri, sono egualmente a parte delle sue cure. In questo stesso tempo, la madre gli fa molte carezze, e molte volte rimane pregna pochi giorni dopo. (1) Questo buco si chiama covile dei conigli. i Ù i i | ga >; o e ia 64 Un signore, che per molti anni si è divertito ad allevare conigli, ha dettato le seguenti osservazioni: « Io ho cominciato, disse egli, ad avere un maschio ed una femmina solamente, il maschio era tutto bianco, e la femmina tutta grigia; e nella loro posterità, che fu numerosissima, ve ne furono molto più di grigi che d’altri, un sufficiente numero di bianchi e di mischia- ti, e qualcheduno nero « Quando la femmina è in calore, il maschio non l’abbandona quasi mai; il suo temperamento è sì caldo, che io l’ho visto unirsi con essa cinque o sei volte in meno di un'ora. « La femmina, nel tempo dell’accoppiamento, si colca, sul ventre steso a terra, le quattro zampe allungate; essa fa dei piccoli gridi che annunziano piuttosto il piacere che il dolore. Il loro modo di accoppiarsi rassembra molto a quello dei gatti, con la differenza pure che il maschio non morsica che pochissimo la sua femmina sulla cervice..... La paternità fra questi animali è molto rispettata; io giudico in tal modo, a causa: della grande deferenza che tutti i miei conigli hanno avuto per il loro primo padre, ch'egli mi era facile di ricono- scere per la sua bianchezza, e che è il solo maschio che io abbia conservato di questo colore. La famiglia aveva bello aumentarsi; quegli che divenivano padri a vi- cenda gli erano sempre subordinati, per i quali essi sì battevano, tanto per le femmine, quanto perchè essi si contrastavano il nutrimento; l’avo, che sentiva il fracasso, accorreva di, tutta sua possa, appena lo scorgevano; tutto rientrava nell’ordine, e, s'egli ne coglieva qualcuno alle prese, li divideva, e ne faceva. all’istante un esempio di punizione. Un’ altra prova del suo dominio su tutta » fo 605 0 ad la sua discendenza si è, che avendoli accostumati a rien- trare tutti ad un fischio, allorquando io dava questo se- gnale, e per quanto essi si fossero allontanati, io vedeva Si lavo mettersi alla loro testa, e benchè arrivato il pri- n. mo, lasciarli tutti sfilare innanzi a lui, e non rientrare ho che l’ultimo. « To li nutriva con della crusca di frumento, del ; fieno, e molto ginepro; molto ne faceva bisogno di que- sto; essi mangiavano tutte le bacche, le foglie e la cor- teccia, e non lasciavano che il grosso legno: questo nu- trimerto era loro gradevole; e la loro carne era tanto buona quanto quella dei conigli salvatici.» Questi animali vivono otto o nove anni. Siccome pas- ì sano la maggior parte della loro vita nelle loro tane, Ù nelle quali essi sono in riposo e tranquilli, godono di Di una perfetta salute più che i lepri; la loro carne è molto i differente per il colore e per il gusto, quella dei gio- il I vani coniglietti è delicatissima; ma quella dei vecchi i| a conigli è sempre secca e dura. Essi sono, come già fu il È detto, originari dei clima caldi. I Greci li conosce- Ì la vano(1), e pare che i soli luoghi dell'Europa, dove uo stavano anticamente a dimora, erano la Grecia e la no- Spagna(2); di là sono stati trasportati nei clima più io temperati, come in Italia, in Francia, in Germania, ov'essi glia sì sono naturalizzati; ma, nei paesi più freddi, come We nella Svezia(3) e nel restante del Nord, non si possono sl educare.che nelle case, e periscono alloraquando vengono si abbandonati alla campagna. Essi amano, all’incontro, il SI) th(1) Aristotil., Hist. animal., lib. 1, cap. 4 (2) Plin., Hist. natural., lib. vin Î(3) Linnai Faun. Succ., facc. 8. criari—_—_ di bi bi | 66 caldo eccessivo, giacchè se ne trovano nei paesi meri- dionali dell’Asia e dell’Africa, come al golfo Persico(1), alia baia di Saldana(2), nella Libia, al Senegal, nella Guinca(3), e se ne trovano ancora in alcune isole d’A- merica(4); quivi sono stati portati dall'Europa, e sono riusciti benissimo. Il gesso non esercita la sua azione fecondante sulle foglie esclusivamente 3 esperienze di J. P. M. Limou- zin Lawotne, farmacista in Alby, etc. ete.(continua- zione e fine). Si comprenderà meglio forse ciò che io dissi, se, per on quale rapidità tutto quello si altera e si decompone raffronto si consideri€ che tocca un muro di gesso per una pronta muffa, particolarmente se questo muro è in un basso fondo ed esposto all’ umidità: ora, tali sono le circostanze nelle quali si trova humus nella terra relativamente al gesso, a cui egli viene mischiato, e tale potrebbe essere ancora l’azione del gesso stesso, tanto in riguardo a quest’ humus, quanto ai vegetabili. Così, a meno che di ammettere un seguito di cause diverse, ed un insieme di fatti generali, per mettersi d’ accordo ed intendersi bisognerà applicare al gesso G) Histoire générale des voyages, par M. l’abbé Prevost, tome II, face. 354. (2) Idem, tom. 1, face. 449 (3) Leon. Afric. de Afric. descript. Ludg. Bat. 1632, part. II, facc. 257, come pure il Viaggio di Guglielmo Bosman. Utrecht 1705, face. 252. 4) Histoire generale des Antilles, par le P. du Tertre. Paris, \22667, tom. II, face. 297- 67 Deri- ciò che Molière disse dell’ oppio:« il gesso fertilizza, (1), perchè ha una virtù di render fertile,» rella Non è senza motivo, che io diceva sempre che di l’azione o l’ energia del gesso è più o meno dipen- sono dente dalle cause locali e dalle influenze atmosferi- che; sarà facile l’indursi a convincimento, quando si voglian richiamare tutti 1 sistemi che furono messi in G campo fino adesso relativamente al suo modo di agire; 4 tutte le condizioni nelle quali si è voluto ch’ egli si trovasse per produrre i suoi effetti con un maggior van- taggio; tutti 1 precetti che sono stati proposti tanto per l'epoca nella quale fa bisogno di spanderlo, quanto t sulla quantità per una data superficie; sulla natura delle lo terre alle quali esso conviene, ed a quelle che non è de adattato; sulle piante che provano o no gli effetti, ec. nto Egli è così, per esempio, che il sig. De Serres, vice- di prefetto d’Embrun, ha creduto riconoscere i buoni effetti la del gesso nelle terre argillose, mentre che questi effetti o, erano nulli nei terreni calcari, come nei campi umidi, e D, che sonovi di quelli sui quali non opera nè ben né Ji male. Nulladimeno nella Pensilvania non riesce meglio aus in nessun luogo che ne’ terreni calcari, giusta la relazione i del sig. Masclet, console di Francia a Liverpool, d’ac- gs cordo in questo con i signori Bosc e di Bardancois, che hanno fatto la stessa osservazione in diversi paesi. Nel New Hampshire ed altrove fu riconosciuto utile sui oa campi che avvicinano il mare, benchè abbiasi avuta per lungo tempo un’ Opinione contraria. Il sig. Smith ha ritrovato utile il gesso per i terreni pnt. II, secchi ed umidi, per quelli che sono marnosi, e quelli che sono sabbionosi, per le terre leggieri non solo, ma Pais ben anche per le terre forti. Esso lo fa spargere in 68 aprile e maggio; osserva che la sua azione non ha luogo alcune volte che nel secondo anno, ed essa si mantiene P 5 P ba RSI PONE] 2° vere ha un azione piu pronta, ma meno durevole dl er lo spazio di dodici anni; il gesso finalmente in pol- quello grossamente triturato. Vi sono dei paesi, ne’ quali si spande il gesso in otto- bre e novembre utilmente come in marzo: Vamico mio, il sig. Chamayon, medico a Rabastens, che al talento che lo distingue nella sua professione, riunisce delle grandi cognizioni nell’economia rurale, mi ha riferito che i migliori agricoltori di questo cantone hanno avverato, con l’esperienza di un gran numero d’anni, che I’epoca la più favorevole per ispargere il gesso era verso il fine di dicembre, qualunque fosse il rigore dell'inverno. Nelle Alte Alpi si fa nso del gesso nuovo; e questo è in accordo perfettamente con quello che riferisce lo stesso Sig. Maselet, che il gesso cotto e ricotto è spo- gliato dal fuoco di tutte le sue proprietà; nulla ostante, secondo il sig. Soquet, tutto il gesso che non è cal- cinato è nullo; e secondo lui, vi sarà un gesso preparato cesso a letamare, e questo sarà allora il te per ingrasso, 0 calce, ch'esso considererà come il solo che ha solfuro di la proprietà di fertilizzare. Là si sparge per superficie tanto gesso, quanto ab- bisognerà di grano qui, più; altrove, meno. Secondo lord Dondonnald, la decomposizione del gesso si effettuerà nella terra passando allo stato di fegato di zolfo. Il dottore Fothergill opina che questa decomposi- zione ha luogo per mezzo dell’acido ossalico dei vege- tabili, che separa Vacido solforico dalla sua base. Se- condo il sig. Masclet questo non avverrà, che in ra- gione che esso agirà sulle mollecole del terreno, 0 sulle luogo Éiene pol. È di ito= 69 materie che vi si ritrovano, che il gesso avrà la virtù di render fertile. Il suo fuoco vivificatore, per la vela- zione del sig. Serres già citato, s'introdurrà nella pianta, e sarà costante, che se questa non è tocca dal gesso, questo non agisce per niente su di essa. L'opinione di Villars è, che il gesso attirerà l'umidità dell’atmosfera; Dawy lo considera come elemento di nutrizione; il sig. Soquet, finalmente, afferma che è nel secondare; e nel coadjuvare lo stesso potere disossigenante della luce sul parenchima verde delle foglie, che il gesso esercita sulle piante la sua qualità di fertilizzare, ed accelera la loro vegetazione. Confessiamolo, noi saremmo bene imbarazzati nello scegliere, se facesse bisogno di determinarsi per tale o tal altra opinione, adottare questa o quella teoria, o abbracciare un sistema qualunque, lorchè si potrà op- porre a questo e a quell’autore, d'altronde di buona fede, il dire di altri autori che inspirano un? eguale confidenza. E per limitarmi al mio soggetto, si domanderà al sig. Soquet, per esempio, ed a quelli che non veggono nel gesso altro effetto che quello che risulta dall’ immediato suo con- tatto sulle foglie, perchè lo spargimento del gesso ese- guito prima dell’ inverno o nell’inverno stesso produce tanti buonissimi effetti; perchè un primo spargimento non opera egli alcune volte che nel secondo anno? se egli è sulle foglie sole che il gesso agisce, perchè un secondo spargimento diventa nullo(1)? Il potere dis- ossigenante non avrà adunque luogo che sulle prime (1) H sig. Bosc, all’articolo Platre della nuova‘edizione del Dictionnaire d’agriculture, fac. 62 e 63, dà la spiegazione di que- sto fatto. È RI KIT Uni 4 iù #0 foglie,€ quelle che crescessero dopo sì svilupperanno sufficientemente senza ch’ esse fossero disossigenate? ed il sistema della disossigenazione non dovrà egli abbrac- ciare tutto| insieme del fogliare per tutta la durata delle foglie, poichè è sul loro parenchima verde, che questo sistema si esercita? perchè gli effetti di un pri- mo spargimento di gesso sì perpetueranno negli anni seguenti, se non è che sulle foglie che si esercita la benefica sua influenza? Egli è, diranno, per la forza di vegetazione, che avranno acquistata le radici a causa del primo spargimento: adunque s’egli basta di render fertile la radice per far partecipare agli effetti di que- sta fertilità gli steli e le foglie, cosa diventa il potere disossigenante su di esse? Finalmente se il gesso non agisce che sulle foglie, poco importerà la natura del terreno su cui la pianta si trova. L’ arte di scavare canali, di aprire fosse, e di, for- mare strade con processi economici, di G. Cl. H; Passerat, De la Chapelle De la Rouge, etc. etc. ( continuazione€ fine). Dal conto presentato nella tabella, risulta, che ogni tesa corrente. di sette piedi e, mezzo del nuovo ca- nale costa tre franchi e quattordici centesimi, com- presovi il lavoro de mici aratri, invece di sei franchi, che chiedevano i capi dei; cosicchè!’ eco- nomia in tal modo è di circa la metà. Io ho trovato, per una circostanza particolare, un utile grandissimo per la prontezza con cui questo lavoro è stato condotto a termine; egli avrebbe durato molti mesi se io mi fossi servito del metodo ordina- Perdono ke! ed abbne durata s che pri» anni der que- potere O non ra. del i for- IH DAI he ogni Ivo. ca ì,(OD franchi, ho L'eco» lare; Ul Ji questo he durato ) ordina» 71 rio. Io doveva temere le inondazioni dell’ inverno, ed i grani sarebbero periti ancora in quest'anno. To non aveva potuto procurarmi degli operaj durante la bella stagione. Invece di questa,| operazione mia co- minciò il r2 novembre, ed è stata compiuta il 26, e le raccolte furono messe al sicuro prima della stagione delle piogge. L'economia del tempo non è meno- ziosa, in molte circostanze, dell'economia del danaro. Io ho fatto, pochi giorni dopo, un altro uso del mio metodo, che non presenta minori vantaggi. Aveva in mente il progetto di concimar con la marga i fondi su molti possedimenti. Sono stato abbastanza fortunato di trovare uno strato di questa sostanza vici- nissimo alle terre, sulle quali io volli fare il mio sperimento. Il sito della marga si trova al basso di una costa molto ripida, e le terre sono al di sopra. lo era forzato, per la natura dei luoghi, di praticare un cam- mino sul pendio di questa costa, ed a questo termine lo prontamente col soccorso del mio aratro sono giunto, Io ho tosto segnato con bastoni da livello il sito ch’ egli doveva occupare, formandovi una dolce pendice. L’aratro è stato condotto sul terreno; i primi sélchi furono fatti con molta fatica, i cavalli difficilmente si potevano mantenere su questo ripido pendio. Dieci ope- ra] seguivano l’ aratro, e traviavano la terra appena rimossa. Nel secondo guasto i cavalli resistevano me- glio, I aratro respingeva da sé stesso le terre sulla riva della pendice; molti uomini dovevano star assisi sul- l’aratro, quando si trovava molto contrasto, partico- larmente ove doveva essere più profondamente scavato; e quivi doveva passarvi più volte. —e A —=r=aa = rt—_==== sn nt per n RES n2 Finalmente il dimani io impiegat nove giornalieri, i quali appianavano con la pala le terre, che Varatro an- dava costantemente smovendo, ed ho aperto in due giorni un cammino molto praticabile; con delle carrette gravemente cariche si è potuto arrampicarvisi il giorno seguente: la sua lunghezza è più di cento tese, la sua larghezza di dieci piedi. Io valuto circa sessanta piedi V altezza perpendicolare della collina. Questo cammino giace su di uno strato di ghiaja mischiata a grossissimi massi selciosi. La spesa è stata di quarantatrè franchi e sessanta centesimi, compresovi il lavoro dell’ aratro. Il mio pro- getto è di adoperare lo stesso processo per iscavare le fosse di chiusa: siccome la larghezza alla quale il fondo debb” essere ridotto non permette di far andare due cavalli di fronte ed un aratro con le ruote d’avanti, io sostituirò a queste un aratro, che io chiamo le mi- neur, che io mi servo con buon successo per iscavare le mie terre alla profondità di dodici a quattordici pollici. Questo lavoro si fa seguendo con questo- mento una linea aperta con Varatro ordinario: questo mineur ha una sola girella che rimpiazza le ruote d’ a- vanti. Sei o sette cavalli uno dopo| altro in fila, vatino! nel solco, che»si vuoi approfondare. Ben si scorge che con questo processo si può discendere fino al fondo di una fossa, ben anco allora ch'essa è ridotta ad un piede di apertura. i Egli è importantissimo di proporzionare il numero degli opera) che devono gettare le terre con il la- voro che l’aratro può fare nella giornata: quest’ è il mezzo d’impedire che gli uni o gli altri perdino un tempo tanto più prezioso, in quanto vi sono molti uo- mini c molti cavalli in movimento. 9 Loà 7©) Alcune persone, forse, saranno sbigottite dal numero pe degli opera) e degli animali che fa d’uopo impiegare | due in una volta; ma si tranquilleranno, se vogliono con- tette siderare che nella morta stagione un proprietario non ‘omo dà un gran valore alle giornate de’ suoi aratri; che sua tutto il lavoro, ch’ egli può con questi conseguire per edi rimpiazzare le mani straniere, è tutto beneficio per lui, no Quanto al più gran numero di opera) che dovrà im- i I piegare ad un tratto, egli ne sarà ampiamente ri- il sarcito dall’ economia del tempo, e per la facilità di| la invigilare sopra un’ operazione, che. non. richiede che i o- pochi giorni di un assiduo lavoro. Io sono convinto che A le tutti quelli che vorranno farne la prova, riconosceranno i ndo ben presto, che vi ha economia della metà per il con- Il due sumo di tempo e per la spesa.| iti, Jo osserverò, nel metter fine a questa Memoria che| ini le paludi, le rocce ed i terreni coperti di legni, sono il vare i soli, ne’ quali il metodo che io propongo sia impra- ih dii ticabile. lo sono d’opinione ch’esso convenga partico- Ni di larmente nelle grandi intraprese, tali come lo scava- Li) pesto mento dei canali che il governo fa aprire,.ben. anco dl quando le terre non possono essere gettate sulle rive, fila. ma devono essere via condotte con le carrette., o car- i; riuole, e per le strade vicine, che si possono tracciare, pe fino livellare e ridurre curve in questo modo, giacchè non ridotta sì potrà servirsene su di piccoli spazj, ove V’aratro,‘e gli opera) s'impedirebbero mutuamente. canto Siccome la marcia di un aratro non può giammai he esser; abbastanza sicura, allorquando si discende a una gui| certa profondità per tracciare una linea perfettamente si| diritta, si deve sempre lasciare un bordo intatto da un la lato dell opera disegnata, all’ oggetto di formare la faccia esteriore o con la vanga, o con la zappa. 74| Egli è importante, particolarmente, di avere un aratro fortissimo, acciocchè esso non sia rotto dai primi osta- coli, che sarà obbligato d’ incontrare. Io ho provato che il peso prodotto da molti uomini seduti sull’ aratro lo mantiene in positura, ed impedisce di rompersi, poichè in questa guisa esso è contenuto nella naturale sua posizione, ed attacca perpendicolarmente alla linea del tiro gli ostacoli che si oppongono al suo pas- saggio, e che non può sconcertarsi sendo carico verso il suo fusto; bisogna allora che l’ostacolo, o che i cavalli sì arrestino. gli Egli è meglio di servirsi di uomini, che di tutt'al-\ tro peso, poichè essi piegano, e si prestano ai mo- I vimenti del lavoratore per dirigere lo strumento; che q eglino abbandonano il posto prontamente, allorquando 1 egli è d’uopo cambiare di direzione, o girare alla fine É del solco. î La facilità che io aveva, con questo mezzo, di ac- pi crescere o di diminuire il carico, mì è stata cara I per seguire esattamente il livello del fondo del mio| canale. Le terre, non avendo dappertutto una profon= I dità eguale, nè la stessa durezza, io era costretto di scavare in certi luoghi più che in altri: io allora fa- ceva‘salire. secondo il bisogno, uno, due, tre ed anco quattro uomini per ottenere a piacimento un solco di sei pollici o di un piede di profondità. Tale è il risultato del mio lavoro, che da sè stesso si raccomanda, e per la semplicità, e la sua econo- mia, e che può divenir utile in molte circostanze(1). (1) Il cavaliere sig. De Bricne, vice-prefetto del circondario di Trevoux, volle misurare da per sè stesso il canale e la strada arat 75 ‘ato 3 sug:: 4 Sul modo di giugnere o attaccare i buoi. Lettera no del sig. FAvrE, medico veterinario, ec. ec.(con- pa tinuazione e fine). altro dn Titolo II.— Gioghi. ale a) 8. I. Qualità. S- 0 Qual è la miglior maniera di giugnere e di attac- o care? Quella che nel conservare all’ animale la. più grande libertà nei movimenti, gli permette il più gran- \- de uso delle sue forze, e lo lascia sotto l’assoluta di- nd pendenza del conduttore. Il mezzo che soddisferà a che queste tre condizioni, e riunirà la facilità all’ economia, ndo non lascerà nulla a desiderare. Qual è? egli non è sì fine facile a rispondervi. Il modo di congiugnere i cavalli è al presente dappertutto lo stesso quanto all’essenziale; d0- poichè io stento a credere con il sig. Yvard, che gli cara Irlandesi attacchino forse in oggi ancora i loro cavalli mio per la coda, com’egli assicura, che essi usavano di questo olona metodo ben anco alla fine dell’ ultimo secolo; rimpro- tto di vero che loro faceva, nell’anno 1651, il Polacco Sa- ta fa muele Hartlib, che scriveva allora in Inghilterra su tre ed l'agricoltura. Ma il modo di giugnere i buoi non è n solco uniforme, ed i vari usì seguitati ne’ diversi paesi pro- vano, che non vi ha alcuno di questi modi che. non stesso econo- in tutte le loro dimensioni; vide giustissimo quanto fu dall’ au- meli) tore esposto; ritrovò degno di encomio l’ inventore, e confermò l'opinione relativamente alla grande utilità che si può ottenere | servendosi di questo processo per la riparazione o costruzione spdario| di strade o canali. strada(Nota del Compilatore). it ue tenti narra dancin ee 76 presenti qualche compensazione in avvantaggi e svan- taggi. Si troverà ben presto che tale questione è una delle più complicate della dinamica, quando si voglia considerarla ne’ suoi elementi, mentre che essa presenta un assai vasto campo dal lato storico. Io 1° abbozzerò sotto il primo aspetto, e rapidamente la percorrerò sotto il secondo. I 8. II. Gioghi degli antichi. i di| Si può credere che gli antichi Greci giugnevano i per buoi per le corna, dal passo, ove Omero parla. del sl sudore, che cola attorno le corna dei due buoi uniti, e ricopre la larga loro fronte(1). Adam Dickson osserva ti a questo proposito, nella sua opera dell’ Agricoltura ti degli antichi, che« questo suppone che il giogo sia X « attaccato alle corna, mentre il sudore. è sempre in pe « maggiore abbondanza al posto ove esso comprime.»( Presso gli antichi romani, al contrario, i buoi ave-| h vano la testa libera; ingrediantur sublime et. elatis{ capitibus, dice Columella. Si ha la prova nella. mag-| gior parte dei loro agronomi; lo stesso Columella e Palladio lo dicono espressamente. Secondo il primo, EDITORE SISI A E RIA TO 10 ERANO Siccome Due negri buoi d’ una medesma voglia Nella dura maggese il forte aratro Traggono, e al ceppo delle corna intorno Largo rompe il sudor, mentre dal solo Giogo divisi per lo solco eguali Stampano i passi, e dietro loro il seno Silsquarciardalla: tera Re e Iliade POR lib. XIII. Traduz. di Mont. (IL Compilatore).|| sVan- 3 una Voglia senta 27010 5' (240) bali ‘ il metodo di giugnere i buoi per le corna, che pre- CA « valse, usurpatur, in alcune province, è condannato e} « da tutti quelli che hanno scritto di agricoltura, e « questo con molta ragione.»( Colum., lib. IL, cap. 2). Avrò ben presto occasione di esaminare i motivi che egli adduce. L’altro si accontenta di dire:« I buoi si « giungono meglio nel collo, che nel capo.»(Pall, lib. IT, tit. 3)..Egli sarà! facile di moltiplicare le pro- ve. Plinio parla di una piccola razza delle Alpi, buona di latte, i cui buoi benchè piccolissimi, erano ado- perati ai più duri lavori, congiunti sulla testa, e non sul collo(Nat. hist., lib. VIII, cap. 45). Egli è peril collo(il garrese e le spalle) che si fanno tirare 1 buoi al di fà dell’Alpi; egli è con la testa ch’essi tirano al di là della riva deitta del Rhòn, nel Lionese, ec. Nel Piemonte essi tirano con il collo, e. si ritengono per le corna. In questo cantone e nella Savoja essi tirano e con la testa, e con il collo. Nel cantone di Vaud i buoi tirano con un solo giogo alla testa. Nei cantoni di Lucerna e di Argovia, non serbano generalmente che i gioghi alla testa; quando il giogo è adoperato, egli è il solo e non è doppio; cioè non vi-ha un giogo per ogni bue. Nel cantone di Schwitz, non si usa il giogo alla testa, e non vi sono i gioghi a due; gli uni adoperano la collana, gli altri il giogo semplice al collo; ciascun animale tira separatamente, condotto con la cavezza e la redine. Nel cantone di Fribourg, sono 1 cavalli che eseguiscono quasi tutti i lavori agri- coli; nulladimeno si veggono congiunti dei buoi, dei dC c’ tori e delle vacche che tutto tirano col collo. I pochi gioghi che quivi si usano sono quelli di testa a due, senza giogo al collo. Si veggono alcune mute con la collana nei dintorni di Ginevra. 78 Si mantengono in Isvizzera dei tori forti di figura e di età, per servire da stalloni; questi sono general- mente adoperati, tranne nel cantone di Vaud, a tirare con la collana. Sarà inutile il consultare uso per sapere qual è la migliore maniera di giugnere i buoi, poichè si veggono tirare per la testa o per il collo, o per il collo, o per la testa ad una volta, con delle collane o con dei gioghi, e con gioghi comuni uniti, o con un giogo per ogni bue. Io prenderò ad esame il pro ed il contro di ciascuno di questi metodi: quello di far tirare con il collo ha per esso l’approvazione dell’antichità, l'opinione di alcuni moderni, e più di eleganza nel modo di giu- gnimento,« Questi animali possono meglio adoperare « le loro forze, dice Columella, se tirano con il collo e « con il petto, che facendolo con le corna; mentre « nella prima posizione, essi spingono con tutta la « forza del loro corpo, invece che nell’ altro essendo « come alla tortura per la posizione della testa, che è « tirata in dietro, e rivolta in alto, essi non possono « fare che con pena un lavoro superficiale con un aratro « leggero.» Si può aggiugnere che una parte delle forze sono adoperate inutilmente a distendere il collo, per impe- dire la curvatura, mentre che, secondo alcuni agro- nomi moderni, la forza dell’ articolazione del braccio con la spalla, e l’impeto suo, sembrano il punto d’ap- poggio segnato dalla natura. Egli è con le collane, oppure con i gioghi, che si faceva tirare con il collo? Le espressioni, delle quali Columella si serve, possono indurre a credere, che era con le collane plus queunt collo et pectore conari: e—A————_———t Uta e Ietal= tirare do Y e È ano tato sono \mpe- agro. paccio lap he si quali che nari I; . 79 1 buoi tirano più facilmente con il petto e con il gar- rese, e irgilio parla positivamente delle collane. Ac primum laxos tenus de vimine circlos Cervici subnecte; dehinc, ubi libera colla Servitio assuerint, ipsis e torquibus aptos Junge, et coge gradum cunferre juvencos. ( Georg., lib. III) Ma qui non si tratta che di leggeri collane di vi- minì, per incominciare a dirigere i buoi nella prima età, jam vitulos hortare; in seguito si giungono a due a due con le collane stesse, per assuefarli ad an- dare insieme. Altrove il poeta consiglia di fare i gioghi di legno di tiglio a causa della sua leggerezza. Caeditur et tilia ante Jugo levis. ( Georg. lib. IL) Basterà il dire, che si ritrova in tutti quelli che hanno scritto sull’agricoltura la parola jugum, che significa giogo e non collana. I cavalli stessi si giugnevano anti- camente col giogo. Si legge in Omero la descrizione di questo modo di congiugnimento. Lorché il vecchio ed infelice Priamo si decide di andare al campo de’ Greci a ricercare al feroce Achille il corpo del valoroso Ettore(1). è l'io te e visione to oe loto a Leligla’ elle ef e ville ot#l liete) le io|. lo biliatio-.:: conformazione ed i movimenti sono gli stessi. Una col- Queste i) LI. o lana ben fatta è per un cavallo un finimento per mez- zo del quale egli tira con minor fatica, ed adopera le etto che v sue forze più utilmente. Egli è fuori del sogg He io mi occupo di dimostrare quest’ asserzione, che non può essere confutata. Ma qual differenza tra la confor- mazione dell’uno e dell’altro di questi animali? La spalla dei cavallo è lunga, e non ha che poco movi- mento, comparativamente agli altri raggi dell’estremità; il bue, all’incontro, ha la spalla corta, ed il movimento di questo primo raggio dell’estremità è proporzional- mente più grande di quello degli altri. Non ne segue ito nondimeno che, nel cavallo, la collana, il cui appoggio ;n2a principale debb’ essere alla faccia anteriore e media della ati- scapula, vi trova un punto d’appoggio quasi immobile, nto che non impedisce. la progressione, e: che rimpiazza le quello che non esiste al garrese per difetto di sporto. Nel bue, al contrario, la scapula essendo corta, articolazione lent di quest’osso con il braccio, l’omero si trova- mente al sito ove si fa l'appoggio principale della collana, e le di modo che la progressione ne è impedita, quando è ne- n che cessario di tirare con forza, e la è tanto più che la spalla elerità avanza, o soprattutto rincula molto. Così sì osserva quando ollane un bue cammina, che la collana essendo spinta alternati- tao vamente dall’una o dall’altra spalla, esso vacilla costan- pu temente dall'una e dall’altra parte, e non può trovare uno che stabile appoggio. Questa conformazione dei buoi abbisogna sal di ben grandi differenze nella costruzione delle collane, ln e nel modo di aggiogare. lo me ne occuperò altrettanto mR più con piacere in quanto che io credo di avere afferrato un 92 soggetto ancor nuovo. Una collana presenta un’ apertura elittica, di cui la parte corrispondente al garrese, deve, per il cavallo(io parlo di collane fatte per i lavori penosi, e non di quelli di lusso) formare un augolo acuto, che non porta sull’ estremità tagliente del garrese o del collo. Una collana per bue deve, al contrario, avere quest’ angolo ottuso ben riempiuto di borra, e raffazzo- nata in un’ estremità rotonda, per appoggiare innanzi del garrese. I piglianti di una collana per cavallo non devono avere che un’inserzione ad ogni giugnimento, ed essere situati al suo terzo inferiore j corrispondente alla parte media della scapula. Quelli di una collana per bue devono avere ciascuno due inserzioni a sei od otto pollici Y uno dall’ altro, di modo che essi rappre- sentino un nana di cui il mezzo dei due rami deve corrispondere alla parte inferiore del terzo- riore della scapula. Con questo mezzo, egli ha l’appog- gio contro il garrese, e la collana è meglio soggettata alla spalla. Nulladimeno questa precauzione non potrà bastare: egli è necessario che vi sia per ciascun bue un dilancino mobile, senza di che, la spalla portandosi molto indietro nella progressione, la collana la segue, e le due coregge non tirano che luna dopo Valtra, 0 sono almeno alternativamente distese. Si può dire contro l’uso delle collane che esse altro non sono che un grande aumento di spesa, quando si voglia averle buone e ben fatte; che in caso contrario, esse sono il peggior mezzo di attaccare, e ch'egli è impossibile di tenere le dranche proprie, a causa della poca consistenza che hanno gli escrementi della specie bovina. { altro do Sì tanto, egli È i della pece i 93 6. Io non dirò del sopraspalle, che se esso è un finimento il meno dispendioso, è però il peggiore. SI veggono arrivare a’ mercati, 2 Ginevra, molti cavalli. e muli attaccati in questo modo. La trachea e le Jugu- lari sono compresse, da cui procede 1) impedimento della respirazione, e della circolazione del sangue. Il movimento delle spalle è doppiamente angustiato, tanto perchè le braccia provano pena a portarsi innanzi, quanto che esse sono compresse contro il petto. Questo metodo di aggiogare converrà ancor meno al buoi che ai cavalli, a causa della giogaja, e questo dovrà rimanere relegato in Laponia. Là, le rennes ma- schi sono aggiogati a due di fronte, ciascuno con suo sopraspalle di cuojo, che porta un solo tirante, il quale passa fra le gambe davanti, è fissato al fianco da ‘5 flettere a questo proposito che un solo tirante è pre- una cinghia, e si attacca alla slitta. Egli è bene ri- feribile a due, 1.° perchè le rennes: arrischiano meno imbarazzo; 2.° perchè il sopraspalle essendo tirato in basso, fa appoggio contro il garrese; 3.° perchè la parte inferiore e anteriore del collo non essendo compressa, la respirazione è libera. Egli è ancora per mezzo del so- praspalle, che i popoli della parte settentrionale della Siberia viaggiano sulle nevi indurite, con un’incredibile celerità, nelle slitte di otto piedi di lunghezza su una di larghezza, attaccate ciascuna di sei ad otto cani affamati. r. Fu a Ginevra, nell’ anno 1801, che un membro della Società delle Arti di questa città, il sig. Giraud di Montbellet, fece lo sperimento per la prima volta dell’tornois-bretelle(cinghia-arnese) di sua invenzione. Dopo qualche tempo la Società di agricoltura di Parigi i mi; e a ruere EI een f È } i i ‘i n 7A 9 fece fare l’esperienza a proprie spese; e nominò dei com- missari per osservare gli effetti di questo modo di aggioga- re. Il sig. Molard, direttore del Conservatorio delle Arti, vi fece delle correzioni nell’ anno 1803, ed i giornali pubblicarono quest’ invenzione, accompagnandola di gran- di elogi. Io devo adunque parlarne, ma devo altresì limitarmi ad indicarne la descrizione con due disegni, l’uno per il bue, 1° altro per il cavallo(face. 256 del secondo volume della Bibliothèque des propriétaires ru- raux.) Questo arnese deve avere fra gli‘altri inconve- nenti quello di un cignone che passa sotto il ventre, che stringe troppo quando gli animali tirano con forza, e stringe in ragione della forza che essi impiegano; quello di permettere al cignone ed alla martingalla un fre- gamento ruvido, che deve impiagare, quello di far tirare in falso senso le fasce di. cuojo che sostengono una gran parte dello sforzo, cioè a dire per la costa, in traverso e non in lungo, ciò che deve prontamente. Quanto ai cavalli, in particolare, l’appoggio della selette è troppo forte; la mia opinione formata su di un disegno, essendo ben diversa dal giudizio, che l’autore ha dato dietro l’esperienza, non è fondata tutt al più che su di una probabilità risultante da una dimo- strazione teorica; essa mi basta nulla ostante per non lasciarmi il desiderio di fare, nè di veder fare|’ espe- rimento del cinghia-arnese. 95 Der Extirpator.— Dr. A. Thaers Beschreibung der un nutzbarsten neuen Ackergeriite. L’estirpatore— De- tt, scrizione dei nuovi più utili strumenti agrari del Dr. tal Thaers. Al- si I Estirpatore, da alcuni chiamato anche coltivatore 0 scarificatore( poichè nelle infinite moltiplicità di stru- menti che hanno gl Inglesi, cambiano essi sovente 1 nomi, ed intendono anche sotto i medesimi ora luna ed ora l’altra cosa, togliendo la mal interpretazione che ne deriva col sostituirvi il nome dell’inventore) ha ottenuto fra tutti gli altri strumenti in Inghilterra la o generale ed imparziale approvazione. Egli muove la su- è perficie del terreno ad una profondità di circa un- al lice e mezzo a due e mezzo, scorrendo egli una lati- 10 tudine di sci piedi in una volta; questo lavoro procede con la maggiore velocità, di modo che si possono conve- e nientemente col medesimo lavorare in un giorno dodici lo jJugeri di terreno. su Fu chiamato Estirpatore questo strumento, principal- che mente coll’idea che egli si adopera utilmente alla- Val struzione delle erbe cattive. Con questo si può rimuovere mo- la superficie ogni volta che vi germogliano queste non erbe, e distruggerle nel momento della fioritura, con spe: che non solo si distruggono i semi che«stanno sulla superficie, ma anco le radici delle medesime, movendo finalmente il piccolo germoglio, che distrutto di buona ora, non può più riprodursi. Durante il puro maggese, viene adoperato questo strumento molto utilmente,€ rimpiazza la maggior parte degli aratri, che si ado- prerebbero all’oggetto di ottenere il compiuto scopo del maggese. = ni a sit aa__ 96 Inoltre, egli è principalmente utile nella coltivazione de’ campi in estate, quando questi sono ripieni di eri simo od altri semi di erbe nocive, come avviene fre- quentemente, e singolarmente nei paesi al nord della Germania. Cioè si cerca di far uscire prima che si. se- mini, le sementi che stanno nella terra; si sper- dono i piccoli germogli con questo strumento, e si semina dappoi il grano nei solchi sufficientemente pro- fondi. Nei terreni leggeri si possono con questo risparmiare interamente gli aratri di primavera, allorchè il campo è stato smosso regolarmente in autunno. Dopo che si abbia erpicato il campo in primavera, e l’erbe cattive sieno uscite, vi si passa sopra con questo strumento, si erpica di nuovo, e se il tempo lo permette, sì replica questa operazione, dopo quattordici giorni, o tre settimane; una volta ancora prima di seminarlo. La superficie diventa con ciò del tutto pura, ed eccessivamente sminuzzata. Gli strati più profondi che restarono sottoposti nell’ au- tunno rimangono intatti, e ritengono in loro 1’ umidità dell’ inverno; vantaggio che in un terreno più leg- gero è di maggiore importanza nei mesi di primavera, che da noi sono ordinariamente asciutti. Quando un buon autunno ha lasciato luogo a poter muovere così utilmente il terreno destinato al grano per l'estate, si fa allora da me tutta la coltivazione di primavera sem- plicemente con questo strumento, e senza adoperare V’aratro. Ciò non è però possibile in tutti gli anni, come per esempio non lo fu nel 1804, poichè la stagione d’ autunno non permise la coltivazione nemmeno di un terreno argilloso e sabbioso. Valla Tale 97 Finalmente l'utilità di questo strumento è molto con- siderevole per la preparazione del campo al maggese; sì scorre col medesimo il campo una o più volte prima che vi si pianti o semini, dopo che fu arato ad una convenevole profondità. I pomi di terra, che stanno nel terreno quattro fino a cinque settimane, a seconda che furono piantati più o meno tardi, prima che spun- tino, e prima di essere sarchiati, debbono essere pur- gati più d’una volta dall’ammasso di erbe cattive. Viene perciò consigliato di erpicare diligentemente ove sono i pomi di terra già nascenti; ciò che è bensì di qualche utile; ma dietro le mie osservazioni è di troppo debole effetto per Verba cattiva, principalmente nei tempi umidi. Ma se si scorre il campo con questo strumento, dopo che l’erba cattiva è nata, e prima che i pomi di terra spuntino, sì ripulisce perfettamente il campo, e non vi rimane la benchè piccola erba verde. Questo smi- nuzzamento della superficie sembra oltre di ciò avere sui pomi di terra un’ influenza oltremodo utile; avendo io osservato che essi spuntano otto giorni prima di quelli piantati nello stesso tempo, ciò che prima non succe- deva. Quando essi sono fuori usciti, 10 fo spianare di nuovo il terreno, ed in allora rimaugono soli i pomi di terra appena nati, così sceverati, come se fossero stati attentamente sarchiati. In simil guisa si serve di questo strumento per pulire il terreno che deve servire alla piantagione dei cavoli, carote, tabacco e simili; dopo di avere aratò il detto campo alcune settimane prima, per l’ultima volta, imme- diatamente allo spuntare delle tenere erbe cattive, si ottiene da questo che i pomi di terra guadagnano almeno una maggiore vegetazione sulla nascente inutile erba, e il | ni iene 93 questa può essere anco distrutta nel suo nascere dal calpestio dei cavalli. Alfa seminatura di S. Giovanni, delle rape, lino, colzat, cc., è questo strumento inestimabile, allorchè si abbia preparato il campo alcune settimane prima, e distrutta sia stata lPerba con questo estirpatore alla superficie del terreno una volta o due, se il tempo lo permette, im- mediatamente prima della seminagione. Su di un terreno libero può servire questo strumento per distruggere le stoppie, quando, per esempio, si vuol seminare al luogo delle stoppie delle rape autunnali, ec. Si frappone veramente la stoppia fra i vomeri, ed il Ia- voro non ha luogo tanto presto, dovendosi alle volte fer- mare, per ripulire lo strumento. Quando però si abbia con qualche esercizio appreso ad alzare a tempo debito, e scuoter l’estirpatore, allora procede innanzi. Veramente in questo caso il rompere dell’aratro è preferibile, ma manca‘spesso il tempo, e bisogna guadagnarlo onde poter mettere nella terra le sementi. Vi sono ancora molti altri casi, ne’ quali cì serviamo con grande vantaggio di questo strumento. Non richiede maggior tempo, nè impiego di forza di un erpice- dinario, e rende in molti casi un servigio maggiore. l'a- cilita molto l’effetto dell’ erpicare successivo. lerpicare, come spesse volte avviene, è trascurato nel giusto momento, ed i solchi sono divenuti troppo duri a causa della siccità, oppure ricoperti di gramigna, di modo che Perpice non vi può penetrare; in allora a que- sto difetto non può meglio esser riparato che coll’uso di questo strumento. Esso rompe i solchi, e rende il terreno di nuovo sminuzzato. | | | | | | | | Î 99 Ma basti ora l'aver parlato relativamente alla. sua utilità; ora passo alla sua descrizione. Deggio dire in prima che si può modificare, differen- temente questo istrumento a seconda della qualità del terreno, e dell’oggetto principale al quale si vuole ado- perare. L’estirpatore disegnato alla tav. 3 è destinato per terreno leggero, sabbioso e grasso, e viene tirato da due cavalli, principalmente per purgare il campo dalle. se- menti di erbe cattive, e non tanto per coprire. sotto la semente, quanto per la preparazione del campo, per pian- tare. Io indicherò i cambiamenti che si possono fare per l’uso dei differenti oggetti. La tavola rappresenta distintamente l’ estirpatore. La prima. figura segna la parte di legno dello strumento veduto per di sopra. I buchi posti in lince sono circon- dati da forti lamine di ferro, La fig. 2 dinota lo strumento in profilo. La fig. 3 ce lo rappresenta in prospettiva, appoggiato su di un comune carro davanti di un aratro.a due ruote eguali, ma piuttosto alte. Questo strumento ha undici vomeri, cinque nel tra- verso davanti, e sei nel posteriore, disposti in guisa che gli ultimi passano in mezzo allo spazio che lasciano i primi. I vomeri davanti traviano la terra, presentandola agli ultimi, e questi la respingono di nuovo, in modo che ciascuna piccola parte di terra è sotioposta ad un doppio movimento. Ve ne sono anche di tredici vomeri, ed anche solamente di nove. Questo si fa a misura della forza dell’attiraglio, della resistenza del terreno,’ e del- l'estensione e forma dei vomeri. Quanto maggiore è il numero dei vomeri, tanto più forte è quindi la resistenza, 100 I vomeri sono situati, come si vede chiaramente esa- minando la prima e terza figura; alcuni stanno sempli- cemente nei due traversi orizzontali, ed altri nel timone, come quello di mezzo nella linea davanti, ed il secondo ed il quinto, nei due sostegni. In questo modo il tutto ha una maggior connessione. La sua asta, come lo dimostra la figura 4, 5 e 10, è fatta a vite in alto, ed è assicurata con una piccola madrevite. Per lo passato si faceva più lunga un pollice l'asta del vomere posteriore, a segno che si approfondava molto più nel terreno che non i primi. Ho però trovato per esperienza, che sono molto migliori quando hanno la stessa lunghezza; dovendo i vomeri posteriori forzare inoltre, e disperdere la terra che loro viene gettata avanti dagli altri vomeri. I vomeri stessi sono di due forme, come si scorge dalle figure 4 e 10. Essi sono o rotondi o curvi, ma un poco acuminati per davanti a guisa di lancia. Un tal vomere si vede nella fig. 7 preso per di sopra, nella fig. 4 preso per di dietro, e nella fig. ro preso lateralmente. L’asta che ha un dorso ottuso, ed è affilata davanti, s’introduce nel buco segnato nella fig. 7, e si assicura per disotto. Oppure sono fatti a punta, ed hanno la forma di dardo, come appare nella fig. 5 per di dietro, nella fig. 6 per di sotto, nella fig. 8 per di sopra, e nella fig. 9g la- teralmente. Quelli che ho ricevuti dall’Inghilterra sono della pri- ma forma. Essi sono più adattati per un terreno leg- gero, ed anche se si vuole adoperare lo strumento per coprire la semente; ma io preferirei quelli fatti a foggia pui i che se nel ardo, ) per ) la- \ pri i log- to per [oo] toppa IOI di dardo per un terreno forte, e dove o si vuole aprire con questo strumento i solchi per la semente, o si vuole coprire colla terra il grano seminato sul campo già erpicato. Ambedue queste operazioni sì eseguiscono perfettamente con un tale strumento; ma questi vomeri devono essere più vicini, e nella sola distanza di circa dieci pollici, là dove gli altri più larghi fatti a curva si pongono a dodici pollici di distanza l’uno dall’altro. Mi sembra superflua una più circostanziata spiegazione dei disegni, conoscendosi abbastanza chiaramente tutte le parti dei medesimi, e potendosene stabilire la gran- dezza per mezzo della scala. Siccome ii manico sta colla punta in alto, come ve- desi ben chiaro dalla fig. 2 in profilo, e dalla fig. 3 in prospettiva, la punta dei vomeri può essere‘alzata od abbassata per mezzo dei buchi che si trovano nel manico, e produrre con questo una maggiore o minore capacità a penetrare più profondamente o rimanere superficial- mente. Il conduttore dello strumento lo agita e scuote conti- nuamente in un terreno molto imbrattato, con che impe- disce l'ammasso dell’erbe fra le aste dei vomeri. Così rare volte occorre di fermarsi per pulire lo strumento. L’universale opinione dei comuni agricoltori in In- ghilterra si è, che con l’ajuto di questo strumento si può risparmiare in un’azienda economica di campagna un cavallo su cinque, ed in un terreno più leggero anche due cavalli sopra sei. ra ca arte —_& 102 Dell’influenza dei frutti verdi su l’aria prima della loro maturanza, del sig. Teodoro di Saussure(con- tinuazione e fine). Esperienze sui legumi del pisello(pisum sativum) da sgusciare, a rami. A. Sviluppo del gas ossigeno da questi frutti immersi nell’ acqua. I baccelli del pisello che io ho sottoposti alle mie sperienze non erano ancor giunti allo stato di maturanza; essi avevano 8 0 9 centimetri di lunghezza, erano este- riormente ed internamente di un bel color verde, ma meno carico delle loro foglie; contenevano essi semi molto teneri, biancastri all’esterno, verdi nell’interno, e di has millimetri di diametro. 56 gramma di questi baccellì occupando 82. centi- metri cubi, hanno mandato fuori, alla fine di giugno, in 1800 gramma di acqua di sorgente esposta al sole, fra le undici ore del mattino e le quattr’ ore e mezza della sera, 24 centimetri cubi di aria, sprovvista di acido carbonico: 100 di quest’aria erano composte di.:38., 125 d'ossigeno e di 61, 75 di azoto. Questa esperienza fatta nello stesso tempo e nelle stesse proporzioni con l’acqua piovana(1) ha prodotto 8 cen- (1) L'acqua di pioggia non intorbida. l’acqua di calce; nulla ostante un litro di acqua piovana mi ha dato in un'ora di bol- litura 20 1f2 centimetri cubi di aria, de' quali 100 contenevano 32, 83 di ossigeno, 65, 67 di azoto e 1, 5 di acido carbonico. L'acqua di sorgente che io ho adoperato in tutte le mie espe- rienze ha prodotto, sotto lo stesso pese® con lo stesso processo, ; dell 103 ella. d È o. 9 è timetri cubi e mezzo di aria, de’quali cento contenevano (0 27, 5 di ossigeno, e 72, 5 di azoto. Per raffrontare l'emissione aerea delle foglie e degli i or steli, con quelle dei frutti, 10 ho fatto le seguenti prove| i nello stesso tempo, e con le stesse quantità di acqua che ii nelle esperienze precedenti, ma collocandone sotto il re- si cipiente una minore quantità di steli e di foglie. ti Le 20 gramma di foglie con dei piselli hanno sviluppato A nell’ acqua di sorgente 34 centimetri cubi di aria, dei quali roo contenevano 53 d’ossigeno e 47 di azoto. me Quest’esperienza, fatta con l’acqua piovana, ha pro- Na, dotto 8 3/4 centimetri cubi, de quali 100 contenevano sole: 28, 25 di ossigeno, e 71, 75 di azoto. ha 20 gramma di steli, cavati i piselli, di 3 a 5 milli- ce) metri di diametro, e che smuovevano 4o centimetri cubi, o, edi hanno sviluppato, nell'acqua di fontana, 13 1/2 cen- timetri cubi di aria, de’ quali roo contenevano 38 di os- centi sigeno e 62 di azoto. ilgno, Questi risultati mostrano che le parti verdi dei legumi \ sole, del pisello si comportano come quelle delle foglie rela- MEZZA tivamente all’emissione del gas ossigeno, nelle acque dif- di acido ferentemente pregne di gas acido carbonico. L’inferiorità 38, 2) in quantità ed in purezza di gas ossigeno sviluppato dai legumi, si trova elle stese 1.° A ciò ch’eglino presentano meno superficie. to 8 ceti 2.° A ciò ch’eglino hanno un color verde meno carico. 3.° A ciò che il loro gas, essendo sviluppato più len- Joe; null tamente, offre maggior capacità all’azione dell’acqua che gra di bol lo tocchi, tanto nell’assorbire, come nell’aggiugnervi del- onteneran? l’azoto. rbonico mie espe” preso, 80 1/2 centimetri cubi di aria, de’ quali 100 contenevano 75, 5 di acido carbonico, 16, 5 di azoto, ed 8 di ossigeno. | | | net TE na lei SEA 104 4.° A ciò ch’ eglino contengono delle grandi cavità riempiute d’aria, che si mischia con il gas ossigeno. Il sig. Berard mostra, come l’aveva fatto Ingenhouz, che il fluido aeriforme contenuto nei baccelli della co- lutea arborescens, sia in generale nelle cavità verdi dei vegetabili, alla stessa composizione dell’ aria che li circonda, poichè facilmente gli attraversa. Il sig. Berard ha osservato ancora che allorquando essi sono stati immersi nell’ acqua di sorgente per alquanto tempo, non con- tengono che poco o nulla di gas ossigeno. Questo ri- sultato, conforme a quello che dovevasi aspettare dal- Veffetto dei vegetabili su l’aria all’oscurità, è stato pro- babilmente ottenuto all'ombra; giacchè se questo chimico avesse fatto l’esperienza al sole, con i baccelli ben verdi, egli avrebbe dovuto trovarli riempiuti di un gas molto più puro dell’aria comune(1): così, nell’esperienza che io ho fatto su i baccelli di pisello, essi sviluppavano per espressione immediatamente dopo la loro separazione dal vegetabile un’aria, di cui 100 parti contenevano 19, 3 di ossigeno, 79, 2 di azoto, ed 1, 5 di acido carbo- nico; mentre che dopo la loro sommersione nell’acqua di sorgente esposta al sole mandavano fuori un’ aria di cui 100 parti contenevano 30 di ossigeno, 69 di azoto, ed x di acido carbonico, benchè io avessi impedito, con un cancello di filo di latta situato sotto. il. recipiente, ch’essi fossero in contatto con il gas che avevano svilup- pato. Questi risultati concorrono a provare, che l’ acido carbonico è decomposto nell’ interno dei vegetabili. (1) Ingenhouz, Esperienze sui vegetabili, vol. 11, face. 61. I EOS ou b. Influenze dei legumi di pisello sull’ aria di atmosferica, in tempo di notte. Mou, la cO- È 3- à de, I baccelli di pisello sottoposti a tutte le mie espe- verd rienze nell’aria erano simili a quelli di cui io ho pre- Te cedentemente parlato. Io ne ho situati sei al tramontar Tha del sole, in 965 centimetri cubi di aria, sotto un reci- di piente chiuso con del mercurio; essi pesavano 23 gramma » e 1/2, ed occupavano 34 centimetri cubi 1/5; i loro pe- ile duncoli, lunghi 405 linee, tuffavano in 8 o ro gramma al di acqua contenuta in un vaso posto sotto il recipiente. pon In capo a dodici ore sempre all’oscurità, essi hanno pro- mico dotto nella loro atmosfera una diminuzione di volume, verdi, o fatto un’ ispirazione eguale a 18 centimetri cubi, con molto le correzioni relative ai cangiamenti di temperatura e a che di pressione. Questa riduzione sarà sempre. Vano L'analisi con la potassa e leudiometro di Volta ha mo- zione strato che Varia del recipiente aveva subito le modifica- 10 19, zioni seguenti: carbo- i| LR i di Atmosfer a dei stai prima A dopo divo dell’ esperienza. l’esperienza. oto, ed Gas ossigeno, 202, 6 cent. c. 151, 3 cent. c. o, cOn—- azoto 62, 4 762, 9 ipiente, Acido carbonico, o(1) pata, da 965 947 Tur Inspirazione 18 bili. 965 Bor(1) Questo(0) significa, in tutte le mie esperienze, una quan- PUNTA tità di acido carbonico troppo piccola, perchè essa non sì, con- 106 Quest’inspirazione è la più grande che io abbia os- servata nei frutti sottoposti alle mie ricerche. Io devo osservare, che questa funzione, è fino ad un certo punto subordinata alla grandezza del vaso in cui si fa Vespe- rienza; un vegetabile, a volume eguale, fa un’ inspira- zione minore sotto un grande recipiente, che sotto un piccolo, perchè sotto quest'ultimo, la pianta essendo in contatto con una più grande proporzione di gas acido, si comporta in certo modo come l’acqua che vien messa nei differenti mescugli di questo gas e di aria atmosferica. C. Influenza det legumi del pisello sull’aria atmosferica al sole. To ho introdotto, a sette ore del mattino, sei baccelli di pisello in gg0 centimetri cubi di aria, contenuti in un recipiente chiuso con Pacqua(1). Il vaso sul quale essi erano posti portava una bacchetta di vetro, intorno fonda con gli errori d'osservazione per le prove eudiometriche ordinarie. Gli errori che io posso aver fatto in generale nella determinazione dei volumi dell’ aria, devono(a causa del dia- metro dei recipienti) arrivare a 6 0 7 centimetri cubi. Quest’in- certezza ne produce una quasi tanto grande nel valutare il gas azoto. (1) Alloraquando l’acido carbonico che poteva esser presente in queste esperienze fon eccedeva la cinque centesima parte dell’aria, ed allorquando esse non duravano che un piccolo nu- mero di giorni, i risultati ottenuti, stando chiuso il recipiente con Pacqua, non erano sensibilmente differenti di quelli a’ quali io ho surrogato il mercurio: le manipolazioni, nel primo caso, erano più facili, ed anco sotto alcuni aspetti più esatte. Si giu- dicherà della lentezza dell’ assorbimento del gas acido carbonico mischiato all’ aria in queste circostanze, dal risultato seguente: ’celli ti in pale orno triche » nella el dia- nest'in- itare 1) presente 1a parle colo nu- ci piente a quali no Caso, Si gine rponico mente 107 a cui essi erano legati in fascio mollemente, che non toc- cava le pareti del recipiente; essi ricevevano i raggi del sole attraverso una finestra, per moderare l’intensità. Siccome un giorno solo di sole non avrebbe dato un risultato deciso, ced i piselli avrebbero potuto soffrire se essi fossero stati in maggior numero, io gli ho tolti dal recipiente la sera attraverso l’acqua, per riporvi la mattina seguente altri baccelli recentemente raccolti. Que- sto processo è stato ripetuto per quattro giorni nella stessa atmosfera, all'oggetto di prolungare 1° esperienza per quel tempo che si desidera, senza che il frutto si alteri, e di permettere che il processo sia interrotto, facendo uscire dal recipiente il frutto, allorchè il cielo si oscura, per continuare quando torna a rischiarirsi. Dopo 48 ore di esposizione al sole, o la sera del 4.° giorno dell’esperienza, l’aria del recipiente aveva aumen- tato di 23 centimetri cubi 1/2, che erano formati in gran parte dal gas ossigeno; essa non conteneva acido carbonico. io ho mischiato 1000 centimetri cubi di aria con 50 centimetri cubi di acido carbonico in un recipiente chiuso con Pacqua,€ simile a quelli, coi quali io ho fatte tutte le mie esperienze (avevano essi circa 25 centimetri di altezza, 8 centimetri di diametro, ed una capacità di 1800 centimetri cubi); a capo di quarantott’ ore, 1 assorbimento del gas acido carbonico non era sensibile; dopo un mese, esso era eguale a 25 centimetri cubi; a capo di duc mesi, il recipiente conteneva almeno 13 centimetri cubi di questo gas. La temperatura ha variato fra il 18.° ed il 25.° centigrado. 108 s Atmosfera dei frutti prima Atmosfera dei frutti dopo dell’ esperienza. l’esperienza. Gas ossigeno 207, g cent. c. 223)*gy centi ce: —- azoto, DOZISTA. 789, 53 Acido carbonico, o o _——r--_-—— 990 TO1Ss ad Si deve ammettere che l’addizione d’ossigeno nel ri- sultato precedente è dovuta principalmente all’acido car- bonico che i frutti hanno formato, e ritenuto nel loro interno in tempo di notte, e che essi hanno trasportato e decomposto nel recipiente. Le foglie danno risultati analoghi, ma essi non possono essere così distinti come con quelle che sono grasse o carnose. « Noi, avendo qui riportato queste sperienze, abbiamo « fatto conoscere quanta esattezza e precisione il celebre « Autore adoperi nell’ esame di fenomeni naturali. Tutte « avremmo dovuto qui mostrarle, ma, ciò facendo, avrem- « mo oltrepassati i confini dell'istituto nostro, e noi “« siamo persuasi, che i leggitori nostri ci sapranno grado, « e saranno contenti del saggio che quivi abbiamo re- « cato; non vogliamo però dispensarci dal far conoscere « i risultati di tutte le sperienze, i quali daranno norma « del resto che fu operato. « Il celebre Autore, fatte le esperienze in mille guise CN CN sui legumi del pisello, come già in parte abbiamo CS n visto, con lo stesso ordine tentò le prugne, e con eguali n CN sperimenti; e lo. stesso con i pomi, poi con l’uva in CA ” istato agresto, quindi con l’uva in istato di maturanza. « Termina l’autore la sua Memoria col seguente riassunto, dopo bc; amo ebre lutte vrem- e nol grado, 0 1e- poscere ) norma le guise abbiamo D egual V'uva n furanza. ssunto; 109 « che altro non è che il risultato di tutte le sperienze « fatte, e che noi ora qui trascriveremo.» I frutti verdi hanno su Varia al sole ed all’oscurità la stessa influenza delle foglie: la loro azione non differisce che per l’intensità, che è più grande in queste ultime. Essi fanno scomparire di notte il gas ossigeno della loro atmosfera, e lo rimpiazzano con del gas acido car- bonico ch’ eglino assorbono in parte: quest’ assorbimento è ordinariamente meno grande all’aria libera che sotto un recipiente. Consumano essi a volume eguale, più ossigeno all’ o- scurità, alloraquando essi sono lontani dalla maturanza, che quando ne sono vicini. Nella loro esposizione al sole, essi sviluppano in tutto o in parte, l’ossigeno dell’acido carbonico, che hanno inspirato in tempo di notte, e non lasciano traccia di quest’acido nell’atmosfera. Molti frutti staccati dalla pianta aggiungono altresì del gas ossigeno all'aria che non conteneva acido carbonico. Lorchè la loro vegetazio- ne è debolissima o molto languida, essi corrompono Varia in tutte le circostanze, ma meno al sole che al- oscurità. I frutti verdi staccati dalla pianta, ed esposti all’ a- zione successiva della notte e del sole, non cangiano l’aria che poco o punto in purezza ed in volume; le leggieri variazioni che si osservano a questo riguardo dipendono tanto dalla facoltà più o meno grande ch’essi. hanno di elaborare l’acido carbonico, quanto dalla loro, composi- zione, che si modifica secondo il grado di maturanza; così le uve in istato di agresto sembrano assimilare in piccola quantità l’ossigeno dell’acido carbonico, che essi formano nell’aria in cui vegetano giorno e notte, mentre b) IIO che le uve prossimamente mature rappresentano in tota- lità, durante il giorno, nella loro atmosfera, I° ossigeno dell’acido, che hanno prodotto all’oscurità. Se non vi ha nulla d’illusorio in questo risultato, che è stato de- bole, ma costante in tutte le mie sperienze, egli segna manifestamente il passaggio dello stato acido allo stato zuccherino, indicando che V’acidità dell’ agresto tende a fissare il gas ossigeno atmosferico, e che quest’acidità scom- pare allora quando il frutto non attinge che del car- bonio nell’aria o nell’acido carbonico. I frutti verdi decompongono in tutto o in parte, non solamente l’acido carbonico, che essi hanno prodotto in tempo di notte, ma inoltre, quello che si aggiugne ar- tificialmente alla loro atmosfera. Quando si fa quest’ul- tima esperienza con frutti che sono acquosi, e che tali come i pomi e l’uva non elaborano che lentamente il gas acido, si vede ch'essi assorbono(1) al sole una por- zione di gas molto più grande, che non potrebbe farlo uno stesso volume d’acqua in un simile mescuglio; essi sviluppano allora l'ossigeno dell’acido assorbito, e pare così, che nell’interno loro lo elaborino. La loro facoltà di decomporre l’acido carbonico s’in- debolisce in quelli vicino allo stato di maturanza. Essi si appropriano, nella loro vegetazione,| ossi- geno e l’idrogeno dell’ acqua, facendogli perdere. lo stato liquido. Questi risultati non si osservano soventi che nei vo- lumi di aria che eccedono trenta o quaranta volte il (1) L’assorbimento al sole, in un mescuglio di una parte di acido carbonico e di 20 parti di aria, è eguale aî due terzi circa del volume di questi frutti. hano ; fi lul- tali e ll por- farlo essì pare 0 sn lossi* lare. lo nel VO: volte Il III volume del frutto, e che affievolendone molto 1’ azione riscaldante del sole; se sì trascurano queste precauzioni, molti frutti corrompono l’aria, anco al sole, formando dell’acido carbonico con l’ossigeno ambiente; ma ancora in quest’ultima circostanza, il solo raffronto del loro ef- fetto all’oscurità con quello ch’essi producono sotto V’in- fluenza successiva della notte e del sole, dimostra che essi decompongono l’acido carbonico. Le differenze fra 1 risultati del sig. Berard ed i miei hanno origine principalmente da ciò che egli ha rinchiuso i frutti in uno spazio che non eccedeva che sei od otto volte il loro volume, e che era troppo ristretto, perchè essi non soffrissero la vicinanza o il contatto delle pareti del recipiente riscaldato dal sole: alcune piante grasse resistono a questa prova, ed i miei risultati con il cactus possono avere obbligato questo chimico a trattare i frutti con lo stesso processo; ma molti fra loro esigono più cir- cospezione, non solo come le piante grasse, ma nello stesso modo le foglie le più delicate. Io credo ancora ch'egli avrà dovuto alimentare i frutti di una piccola quantità di acqua: l’apparenza di frescura che ha trovato ad essi dopo l’esperienza potrebbe essere fondata, se si trattava di foglie che perdono la loro forma e la loro consistenza per il più piccolo seccamento; ma essa conta poco per i frutti densi e carnosi che possono deteriorarsi e per- dere del loro peso, senza dare alcun indizio con la sola inspezione. Se le mie osservazioni hanno manifestato un piccolo errore su questo solo punto della Memoria del sig. Le- rard, egli è troppo ricco di fatti nuovi, e bene ravvisati, perchè esse possano diminuirne il pregio. ARTI ECONOMICHE MEMORIA SULLE TAVOLETTE DI BRODO DEL SIG. PROUST. (continuazione e fine). Ma facciamo conoscere, secondo il sig. Proust, le qua- lità di una tavoletta di brodo di carne pura, poichè tocca a questa finalmente a dare il tipo, a cui devono riferirsi tutte le altre. Questa è una pasta secca, per verità, ma flessibile, elastica e tenace come la gomma elastica, che sarà rammoliita con la stiratura, così abbrunata come quella, inumidendosi molto presto al contatto dell’aria, e dovendo essere conservata, per questa ragione, in vasi chiusi; l'alcool separa la metà del suo peso di principio sapo- roso colorato, l altra metà è gelatina. Queste tavolette lasciano in bocca un sapore di carne sì forte, che alla prima prova riesce molto disgustoso. Questo prodotto, in una parola, è dotato di una sì grande intensità di sapore, che nulla vi ha, secondo lui, in tutte le risorse della cucina, che gli sta paragonabile per la proprietà di condire; finalmente, aggiugne il sig. Proust, noi dire- mo che il principio saporoso della carne rossa, e quello che noi abbiamo’ trovato nel. formaggio fermentato, cì sembrano essere, fra tutti i prodotti animali senza ec- cerione, quelli che godono al più alto grado il carattere di un gran sapore. stalo cruda quest po ibile, sarà uella, vendo ius; ) sapo- tavolette che alla rodott, ensità di le nisorse oprietà di noi dite: , e quell ptato;.© senza 00 | caraifere Lu5 Si vede da questo, perchè il sugo una volta separato dalle carmi, la fibra che ella lascia dopo il suo esauri- mento non è più in realtà che una stoppa animale, una sostanza nutriente senza dubbio, ma anco perfettamente insipida. Si potrà credere che il sapore e l’ aroma del brodo, e della carne cotta egualmente, non dipendono che dall’ azione del fuoco; ma si ritrovano nel loro integro stato nell’ estratto stesso, che viene dato dalla carne cruda, trattata con l’ alcool; e nel lavoro che segue questo ultimo, il sig. Proust dimostrerà che il princi- pio di questo sapore è un acido preesistente in ogni operazione della cucina(1). L’ errore che viene commesso nell’ attribuire il sapore e l'aroma delle carni all’azione del fuoco, ne richiama un altro dello stesso genere. Chi non crederà, dice egli, che I odore ed il sapo- re tanto esaltati del rhum, non sono che l’effetto di tante cotture, per le quali passano continuamente i si- roppi residui delle raffinerie? Egli non è nulla per questo, giacchè questo aroma‘ io 1’ ho ritrovato in un (1) Quest’ opinione si accorda benissimo con quella che Par- mentier esprime così:« Il calorico sviluppa in tutte le carni un odore particolare, che non è che una modificazione di quello che risiede negli umori di ogni animale, e che, poco sensibile negli uomini, ferisce nulla ostante l’odorato del cane, in modo a fargli riconoscere il suo padrone, come pure il salvatico ch’esso persegue.» Noi aggiugneremo, che, se si ammette con i signori Proust e Parmentier, che questo principio odoroso, più o meno sensibile e vario nei differenti animali, passa nei brodi che si fanno con quelle carni, esso può dargli delle particolari proprie- tà, e servire a far distinguere, per esempio, i brodi di vipera e di testuggine, da quello di vitello o di pollo. 114 semplice estratto che io feci delle canne di zucchero, che mi fu spedito da Motril, sui confini dell'Andalusia. In vece del sapore molto distinto, che caratterizza le tavolette preparate dal sig. Proust, quelle di Bue- nos-Ayres e quelle d’ Inghilterra non hanno che un gusto insipido e dolciastro, che in nessun modo ci fa ricordare quello della carne. Cento parti di queste tavolette ridotte alla consistenza di siroppo, poi trattato con l'alcool, hanno dato- que parti di un estratto che non aveva che un gusto debole di carne, ed indeciso; nell’ ammetterle come principio saporoso, si vede che le altre parti non sono che gelatina. Come dopo questo, il brodo fatto con simili tavolette potrà aver egli il sapore, e le qualità della carne? La colla non fa brodo. Una libbra di carne spogliata dalle ossa, non sommi- nistrando che una mezz’oncia di estratto, o un’ oncia, se essa contiene delle ossa, e le parti bianche che le accompagnano, egli è evidente che il prezzo delle ta- volette sarà molto grande perchè possano diventar un oggetto di consumazione per qualche classe della so- cietà; giacchè quelle preparate con la carne spogliata dalle ossa costeranno da 20 a 24 franchi la libbra, e le altre a 12 o 16 franchi. Il solo uso al quale esse potranno essere utilmente ado- perate(mentre in oggi un viaggiatore trova delle prov- Vigioni in tutte le osterie di Europa) sarà per riparare le forze dei soldati feriti. Al seguito di un corpo di truppe, diceva Parmentier, le tavolette di brodo di carne serviranno al soldato ferito di ristorativo, che unitamente ad un poco di vino, solleverà momentaneamente le forze rifinite per Uccher ndalusia. atterizza I Bue- le un do ci enza In- ommi- NCIa he le e ta- at un lla s0- pogliata bra,€ nte ade le pror rl parate rmentiel, soldato nite pel FLO una grande effusione di sangue, e lo metteranno in istato di sopportare il trasporto nell’ ospedale il più vicino. Quale pozione più fortificante, in fatti, quale pa- nacea più eroica, che un paja di tavolette della prima qualità sciolte in un bicchiere di vino generoso! Le combinazioni le più squisite della gastronomia, sono tutto per ì mali allevati figli della ricchezza. Non vi sarà nulla nelle nostre ambulanze in favore degli sgraziati che la mala sorte condanna a soffrire per noi gli orrori di una lunga agonia sulle nevi, o nel fango di una palude! Sta al Governo di verificare l’idea di Parmentier, poichè lui solo può combinare, per la sua propria uti- lità, il doppio vantaggio della miglior qualità unita al prezzo più basso possibile, senz’essere trattenuto dal peso dei sagrifici; egli è questo, in fatti, lo scopo, a cui difficil- mente arriveranno le particolari intraprese. Su il charque(pronunciato tcharqui) dei Peruviani. Un farmacista di Bordeaux, Villaris, secondo il sig. Proust, ma piuttosto Cazalès, secondo Parmentier, ima- ginò, saranno circa quarant'anni, di diseccare, in una stufa riscaldata a cinquantacinque gradi del termometro di Reaumur, la carne di bue, poi di verniciarla con la gelatina, o meglio ancora con il bianco d’ uova. Rouelle e Darcet, incaricati di esaminare questa carne, hanno riconosciuto che il bollito ed il brodo che essi avevano ottenuto, non erano niente al di sotto di quelli avuti dalla carne fresca. 116 Ma senza parlare di assaggi tentati dopo quest'epoca con maggiore o minor successo(1), il sig. Proust espo- ne i vantaggi che gli abitanti del Perou, del Chili, e del paese dei Guaranis, trovano nella carne, che essi diseccano con il calore del sole. Una libbra di carne muscolare si riduce a quattro once per mezzo della diseccazione a bagno-maria. Ecco, dice il sig. Proust, di già un punto considerabile di guadagnato sul peso e sul volume. Allora adunque che un abitante dell’ America meridionale trasporta nella sua bisaccia una libbra di carne preparata al sole, che si chiama charqui al Perou, egli ha il valore di quattro libbre di carne fresca per tutto il brodo che esse potreb- bero dare, s° egli volesse occuparsi ad ottenerlo; ma più ordinariamente l’Americano arrivando in una venta, stacca un pezzo di questa carne diseccata, e la mette ad arro- stire sulla bragia. I sughi propri di questa carne la mol- lificano, vi aggiugne il sale, e questa gli somministra, a giudizio degli Spagnuoli, un pasto facile ed anco gradito, e infatti egli trova nel suo charqui dei mezzi utili pre- feribili a quelli che ci sono dati dalle tavolette di brodo: il commercio dovrebbe piuttosto importarci il charqui di questo paese, che le tavolette di colla. Ma, siccome nel trasporto di questa derrata in Eu- ropa, si potrebbe trovare la difficoltà di preservarla dagli attacchi degli insetti molto ghiotti, in generale, di tutto ciò che è materia animalizzata, il sig. Proust (1) Questi sperimenti che il sig. Proust ha passato sotto- lenzio, Parmentier gli ha a noi fatti conoscere; e, siccome essi potrebbero determinare taluno a tentarli di nuovo. così noi hi richiameremo alla memoria. Ù l'epoca \i tpo- hl, è e essi tattro 1 Èu- rvarla eràle, Proust 117 propone di confermare con una nuova esperienza il fatto seguente. Il governo spagnuolo aveva spedito in una delle sue fortezze in America molte casse di questi piccoli sacchi di flanella, che si chiamano cartocci; tutti questi sacchi furono compiutamente divorati dal tarlo. Una sola cassa si è salvata, essa era stata rivestita al di dentro con carta oliata, da cui apparisce che la sola emanazione di ver- nice d’olio è bastante per impedire la propagazione degli insetti. Si conserva la carne, 1.° esposta ad una temperatura al di sotto del ghiaccio; 2.° diseccata col fumo, o con la stufa; 3.° nel metterla dopo un quarto d’ora di cottura, o nel butirro fuso, o o nella grascia, o nell’olio; 4.° in una salamoja composta di sale marino ,.( cloruro di iodio) salnitro(nitrato di potassa), zuc- (0) chero ed acqua; 5.° nell’acido idro-clorico allungato con acqua; 6.° nel latte, ma spesse volte rinnovato; 7.° nell’alcool; 8.2 espo- nendola al gas carbonico; 9.° situandola, saleggiata di sale, di pepe ed altri ingredienti, fra gli strati dei tamarindi. Aggiugniamo a questi mezzi di conservare la carne il seguente: La carne di bue, messa in contatto per alcuni minuti con il cloro gazoso, non aveva provato a capo di sei mesi, altri cam- biamenti, che una diseccazione prodotta dall’ aria e dal tempo. Forse si giudicherà che una esposizione a questo gas dovrà essere la preliminare preparazione di tutta la carne da diseccare, per guarentirla dalle prime impressioni del calore. Questo gas sarà verisimilmente per i liquidi contenuti nella carne prima della loro concentrazione, un mezzo non meno efficace, di quello con cui sil sospende la, fermentazione dei liquori disposti a provarla. 3 rn Pe e LE ta 118 METODO DI CONSERVARE IL LATTE. Esperienze fatte, e risultati ottenuti. Abbiamo data parola di far conoscere i risultati delle sperienze, che da noi si facevano sul metodo di conser- vare il latte(1). Non sarebbe ancora il tempo vera- mente di poterlo fare: ma dovendo tralasciare la com- pilazione di questo Giornale, ed assumere la direzione di un altro, che ne’ primi giorni del mese di febbraio comparirà per la prima volta(2), non vorremo lasciare i nostri lettori nel desiderio di conoscere almeno le prove ed i risultati finora ottenuti. il giorno tredici del mese di agosto furono riempiuti di latte appena munto numero sei bottiglie di vetro della capacità circa di un boccale; erano nuove, e non avevano tocca l’acqua in nessun modo; furono turate con sughero, ed assicurato il turacciolo con filo di ferro, e con ca- trame. Furono riposte in una caldaia il cui fondo era coperto di paglia, e di questa pure erano circuite le bot- tiglie, acciocchè una, l’altra non urtasse. Si è riempiuta d’acqua la caldaia, e graduatamente riscaldata fino alla bollitura; allora fu levata dal fuoco, e lasciatala in (1) Veggasi alla faccia 28 di questo volume ciò che fu ri- portato dal Journal of science, litterature, and the arts of the royal society of Great Britain, n. 34, 1822.— New Monihiy Magazin 316. (2) Il Giornale di Farmacia-chimica e scienze accessorie, ce., è quello che comparirà per la prima volta nei primi giorni del mese di febbraio: la direzione del quale è interamente a noi affidata. Le associazioni a questo Giornale si ricevono dal sig. Gio. Pietro Giegler, librajo, sulla Corsia de’ Servi, n.° 603. E i I19 disparte, onde potesse diventar fredda a poco a poco. Quandu lo fu compiutamente si levarono le bottiglie; una delle quali si ruppe, le altre cinque rimaste fu- rono involte nella paglia, e collocate in cantina.‘Alla ati delle o fine del mese di dicembre del passato anno, quindi dopo 7A quattro mesi e mezzo, si è visitato attentamente il latte A contenuto nelle dette bottiglie: quattro di queste si tro varono aver sofferto qualcl‘azi 5 qualche alterazione:: E nuto nella quinta era sano fett i quatto HOGLo. lraio ano, periettamente conservato, e i sembrava appe sa‘1; i ii SEPA munto. Egli è presumibile che qualche mm estrama circostanza abbia contribuito a far alterare il latte delle“adi: cadr quattro bottiglie, sendosi quello della quinta enissit i; Lapua. empiu mo conservato. Tale è il risultato di questo primo N sperimento. tro della 3: a Non desisteremo non pertanto di fare altri tentativi, e n.0» È.. i cc questi si faranno pubblici per mezzo del Giornale di Mola:‘ul CI ni> 4 cc cui ci facciamo ad assumere la direzione. ndo era te le bot- riempiuta a fino alla sciatala in che fu r- arts of the Vew Monthly ess rie, e0.; n giorni de nente 2 poi ono dl 5Ìg- o k0d. ——— rr T_T pP ra ARTI CHIMICO—FISICHE Lampada di Sicurezza. Nelle miniere di carbon fossile si sviluppa in grande quantità il gas idrogeno carbonato leggero, che è con- tenuto in abbondanza fra gli strati dello stesso carbone. Allora quando questo gas è accumulato in alcune parti della galleria, o camera della miniera, in modo che si possa mischiare ad una certa quantità di aria comune, la presenza di una candela accesa, 0 di una lampada, fa suc- cedere un’ esplosione,€ cagiona la distruzione, l'incendio, o la mina di t lenza. 1 minatori sono ammazzati immediatamente dal- Pesplosione,€ gettati fuori attraverso il pozzo, con i ca- valli e le macchine, e la miniera diventa in questo mo- utto ciò che sì trova esposto alla sua vio- mento come un enorme pezzo di artiglieria, di cui essì sono i proiettili; oppure essi sono soffocati a grado a grado, e provano una morte più penosa ancora, a causa dell’acido carbonico e dell’azoto rimasti nella miniera dopo l'esplosione della perigliosa esalazione infiammata; o, ciò che sembra meno terribile, ma che è forse il più crudele dei mali, essi sono bruciati, o mutilati, e spesse volte resi incapaci di continuar a lavorare, 0 di godere della salute e della vita. Il celebre chimico sig. Humphry Davy, nel suo Trat- tato On the Safety Lamp for coal miners, London, 1818, ha dato un abbozzo degli altri, differenti, ma in- fruttuosi tentativi, per prevenire questi terribili, cd in- fino allora frequenti accidenti; ed esso ha descritto la n 121 serie delle ricerche, per le quali fu condotto alla sco- perta di un mezzo semplice ed efficace ad un tempo per giungervi, e che fu già sottoposto a ripetuti sperimenti, e tutti felicemente riusciti. Egli è evidente, che se la fiamma di una lampada or- dinaria è interamente circondata di tela metallica, e grande messa in questo stato in un mescuglio gazoso esplosivo, ! con- non vi si potrà produrre l’infiammazione; una parte so- bone. lamente sarà infiammata, quella che è nell’interno della parti tela, la comunicazione con l’aria infiammabile al di fuori he si essendo impedita dal potere refrigerante del tessuto me- mne, la tallico; di modo che, col mezzo di una tale lampada, il Ta sue- mescuglio esplosivo sarà consumato, ma senza poter fare cendio, esplosione. sua vio- La figura segnata alla Tavola IV. rappresenta la lam- ite dal- pada di sicurezza raccomandata per uso comune dal sig. om 1 cd Humphry Davy; a, è un cilindro di tela metallica con esto mo- doppia sommità, attaccata in una maniera sicura, e con cui essi molta cura, al bordo di latta 2, con viti alla lampada e. grado a Il tuito si trova guarentito dal telajo ed anello d. Se pula il cilindro è in tela di filo metallico torto, bisogna che il Ja miniera filo abbia almeno un quarantesimo di pollice(circa 0, fiatamata 6 millimetri) di spessezza, di 3o nei nodi, e di 16 a Y forse i 18 nel tessuto, e che questo filo sia di ferro o di rame. mutilati e S'egli è in tela di filo unito, questo non deve aver meno pare; od di un sessantesimo di pollice(circa o, 4 millimetri di spessezza, e di 28 a 30 nei nodi e nel tessuto). J suo Tui Una lampada in tal modo costruita può servire anco - London, per noi negli usi domestici. Le cortine fatte di tessuti Po A di cotone, sostanza infiammabilissima, vanno soggette ad eli esser preda delle fiamme. La più piccola trascuranza, Tui I lo spirare di pochissima aria, la soverchia mobilità & r2:3 della fiamma sono cagioni di funesti accidenti. Questa | lampada può servire benissimo nelle stalle, nelle bigat- Ì tiere, ec. Lampada a Gas portatile(Tav. IV). (The Quarterly Journal of science, literature,| and the arts, vol. VII).| pi La lampada a gas portatile è costruita di un globo| Li di vetro vòto, di un adequato spessore, e sormontato| Ì: da un robinetto, e da un combustibile, i quali stanno|\ in alto; comunicando il globo con un quadrato véto formato di lamine di rame.|| a, Il globo di vetro accomodato al piedistallo di rame| b, fermamente chiuso a vite sulla scatola di rame c, ed in tal modo comunicando all’ apertura dj e, è un foro|$ fatto a vite chiuso da una valvola che si apre al di den- c tro, ed a cui viene attaccato una condensante sciringa, allo scopo di forzare dentro 1° idrogeno-carbonato; f} è un tubo di rame su cui vi sta il robinetto g, che chiude un piccolissimo foro, che comunica con la camera 4, alla quale sono attaccati i combustibili. Lampada con filo di platino, 0 sia senza fiamma(Tav. IV). a; Una piccola bottiglia di cristallo piena di alcool; &, tubo di ottone assicurato con mastice al collo della bottiglia: questo tubo è fatto a vite tanto al di dentro quanto al di fuori; c, vite che serve a chiudere il tubo di ottone, la quale ha un piccolo foro, ed è attraversata (nesta Lioet- obo tato 0) voto i rame ì alcool; ollo della Ji dentro o;] tubo paversata 1253 da un piccolo tubetto, che comunica con la bottiglia, e sta al di fuori poche linee, in mezzo al quale passa uno stoppino di cotone che va a pescare nell’ alcool, ed è sostenuto da uno spillo che passa attraverso il piccolo tubetto di sopra; d, filo di platino fatto a spira che in- viluppa lo stoppino; e, coperchio, che serve di chiudere a vite la lampada. Allora quando il filo è riscaldato diventa rosso, sì spegne allora la fiamma dello stoppino, ed il filo di pla- tino rimane in questo stato fin tanto che il vapore del- l’alcool è intrattenuto, ed il calore non è mai bastante di produrre la totale infiammazione del platino. Al filo di questa lampada si possono accendere i zol- fanelli ordinari, o quelli preparati con il muriato sopra ossigenato di potassa. Questa lampada, che può servire particolarmente in tempo di notte, mantiene un lume sufficiente, e risparmia gl’incomodi che sogliono arre- care gli altri lumi alimentati dall’ olio od altro com- bustibile. aa = th pra rpm rn rica: de Li ARTI MECCANICHE Processo per copiare le lettere o altri scritti, in un momento, senza macchine e senza torchio. Le scoperte le più importanti sono il più delle volte l’effetto del caso, ed è appunto a questo che io devo il mezzo di. poter rimpiazzare senza spesa queste- chine a copiare, che a malgrado la riconosciuta loro utilità, sono di un uso limitatissimo, a causa del loro troppo alto prezzo, ed ecco in che consiste. La prima operazione è di fare all’ inchiostro una pre- parazione che io indicherò in appresso. Si scrive allora la sua lettera su carta ordinaria; ma per ritirarne la copia sì debb’ essere munito di alcuni fogli di carta finissima, senza colla, la stessa che serve a copiare con le macchine a cilindro. Ella debb’ essere convenientemente inumidita, e la copia. sarà più o meno netta, secondo che la carta avrà il grado di umidità conveniente. Le persone che saranno nel caso da farne uso frequentemente, sarà ben fatto di tenerne in serbo, così come lo fanno quelli che si servono di una mac- china a copiare, sia in una scatola di piombo, siu poi semplicemente ancora fra due pezzi di stoffa di lana. Allora quando la lettera è scritta, egli è necessario di avere ancora la stessa precauzione, che esigono le. mac- chine a copiare, cioè a dire, di lasciar seccare l’ in- chiostro senza mettere della sabbia, nè senza passarvi una carta sugante, che toglierebbe una parte d’inchiostro. Si distenda in seguito il foglio di carta inumidito su la scrittura; la si ricopre con un foglio di carta qua- lungue, ma secco, e vi si passa sopra un ferro a ripas- sa cati n_-——_——t22———47Z5Z<-<©__qdfiliai assiali. sn PE ni ar Di i I 125 sare, riscaldato, come se si trattasse di ripassarlo su di i una tela. La copia è fatta. GAL Da quanto è detto ben si vede come le macchine a copiare sono compiutamente rimpiazzate da un ferro a | ripassare, strumento che si trova in tutte le famiglie, Volte- RIESCE a), nil in tutti gli alberghi, che al bisogno può questo stesso essere sostituito da una pala da fuoco. ac- n|; Si concederà adunque, che se la. preparazione, la ro o}; gti 3‘; quale è d’uopo di dare all’ inchiostro, è così sem- O. x. x. plice, così economica, così pronta come il restante del- l'operazione, sarà adempiuto lo scopo propostosi. Ora, xe--- ecco in‘che consiste questa preparazione: Si faccia scioglier nell’ inchiostro e un piccolo pezzo i O P a o ì di zucchero. alcuni Si Dimostrazione del processo. ere Le mollecole dello zucchero s’ identificano con le meno parti coloranti dell’inchiostro. L’ azione del calore sulla midità. carta umida mette in contatto il vapore dell’acqua con a lame le mollecole dello zucchero, che sì trovano attratte i serbo, dall’ evaporazione; esse attraversano i pori della carta na mac- inumidita, e vi rappresentano esattamente ciò che si trova stà poi sulla prima carta. Ne segue da ciò, che più l’ inchiostro \ lana, sarà nero, più la copia sarà perfetta, e ch’ egli è neces- essatio di sario altresì che la scrittura a copiare abbia un certo o le mac corpo. Con queste condizioni, e della carta finissima, si care l'ine possono ottenere due copie in una volta, mettendo due assalti fogli di carta inumidita l’uno su|’ altro. 1} inchiostio. i; i nel Pallone messo in opera alla battaglia di Fleurus. imidito sU parta 8: Coutel, capitano del corpo degli aeronauti in Francia, paria» s’ innalzò nell’ aria in un pallone Vl Entreprenant il 26 20} LE II ==____=- 126 giugno 1794, e s'incaricò dell’ importante missione di riconoscere la posizione ed i movimenti delle armate nemiche alla battaglia di Fleurus. Egli aveva seco un ajutante ed un generale. S° innalzò due volte nello stesso giorno, ed all'altezza di quattrocento quaranta verghe, per esaminare la situazione del nemico. In ciascuna di queste ascensioni egli restò quattro ore in mezzo alle arie; e per mezzo di segnali convenuti, ch’ egli facea con delle bandiere, aveva corrispondenza con il generale comandante 1’ armata francese, che a causa di questa operazione ebbe la vittoria. Il nemico, istrutto delle disposizioni del capitano Coutel, diresse il fuoco di un’ intera batteria sugli aeronauti, al momento in cui s' innalzò il pallone. La prima can- nonata fu troppo bassa: nulladimeno una palla passò tra il pallone e la navicella, ma sì vicino al primo, che Coutel credette di essere stato colpito. Alle altre scari- che, gli aeronauti essendosi innalzati di più si trovarono fuori di pericolo, e vedevano le palle passare sotto i loro piedi. Arrivati alla richiesta altezza, i nostri osser- vatori, sendo al sicuro, osservarono tranquillamente le 2 manovre del nemico; e, dalle pacifiche regioni dell’ a- ria, ebbero lo spettacolo di mirare due armate impe- gnate in un sanguinoso combattimento. Mezzo singolare di trasmettere una lettera. In tempo del bombardamento di Flessinga fatto dal- armata inglese, lorchè le comunicazioni con l'isola di Cadsand erano intercettate, s'° immaginò un mezzo assai straordinario per far passare una lettera alla guar- nigione francese, che vi si trovava bloccata. Si rinchiuse ———__—___—_T__—_____mÉÈm—m_mi-Git-iiMa::. ne di; na la lettera in una bomba, che fu slanciata senz’essere riem- ° piuta di polvere, con un mortajo di una batteria di mare. Gion La bomba fu ricevuta a Cadsand, e vòtata, ed il di messaggio spedito a Parigi. ghe, 2 dì COMMERIA ll COMMERCIO ee le| la Notizie sul commercio delle lane. el, ui,(continuazione e fine) can» passò La Spagna fa una raccolta assai considerevole di lana; che siccome non ne è adoperata che una parte, essa è obbligata ari» di ricercarne lo smercio in altri paesi, e particolarmente tono in Inghilterra, ove trova uno spaccio assai grande. I ner tto i+ gozianti speditori, che non hanno sempre fondi sufficienti ossei per fare i loro acquisti, spediscono le loro lane in con- ente le segna alle case di Londra e di Bristol, le quali è già dell a- un numero d’anni che sono in uso di fargli delle anticipa- impe zioni. Queste case vendono in seguito al miglior prezzo possibile, ma finalmente a quello del momento, poichè egli è dell’ interesse dei commissionari d’ incassare 1 Ta. loro fondi il più presto possibile, per dare nuove anti- cipazioni, che loro sono richieste sulla vegnente raccolta. ato dal Questo modo di agire ha luogo regolarmente, e troppo n Viso spesso i proprietari, obbligati dalle circostanze del mo- sa mez mento, hanno dovuto fare delle perdite considerevoli, Ha guar cl’eglino non avrebbero saputo evitare vendendo altrove, iciuse perchè la Francia, che è il mercato più vicino alla Spa- ire na 128 gna, non gli presenta un abbastanza grande smercio, ed il Belgio si provede in gran pate delle lane di Get- mania. « Se gli Spagnuoli avessero avuto delle accomandite in Inghilterra, le loro vendite sarebbero state più van- taggiose; ma all’epoca in cui essi avrebbero potuto farlo, cioè a dire, allora quando i fabbricatori Inglesi non po- tevano avere abbastanza delle loro lane, e che la con- correnza di quelle di Germania non esisteva ancora, si trovarono essi soddisfatti del modico prezzo, ma so- stenuto, ch’eglino ricavavano dalle loro spedizioni. « Non è però questo il motivo che alcune case, delle quali gl’interessi avevano sofferto per la vendita a consegnazione, le indusse a cercare di assicurarsene, mandando degli agenti incaricati da quell’ epoca in avanti per fare le vendite; ma queste specie di succur- sali, non avendò che capitali modici, non hanno po- tuto prendere consistenza: ben presto obbligati di ven- dere per il bisogno, essi furono in balla dei sensali, che, avendo più interesse di favorire le grandi case del paese, sempre davano a quest ultime la preferenza per le migliori operazioni. « La posizione di quelli della Germania è tutt’affatto differente. Alloraquando essi presentano le loro lane sul mercato inglese, sono queste rifiutate; quelle di Spagna godevano il favore, ed i fabbricatori temevano di tentarne l’esperimento. Dal canto loro i consegnatari abi- tuali di questo genere di commercio, che vendevano fa- cilmente le lane di Spagna, non ebbero cura di far co- noscere quelle di Sassonia; e non solo ne furono ven- dute poche, ma quelle che furono comperate lo sono state a sì basso prezzo, che alcuni speditori hanno per- 129 I, ed doto fino il 79 per cento su quello che avevano sbor- i Get sato. Nulladimeno la massa delle lane si accresceva in Sassonia, e di già la Francia ed il Belgio le avevano andite adoperate con successo; ma in questi due paesi, lo smercio van- non era abbastanza considerevole per assorbire la quan- lo, tità raccolta in Germania. Frattanto gli speditori di D0= Germania che ne conoscevano il prezzo, lungi dallo sco- i raggiarsi, si sono messi a dirigere essi stessi il situa- , mento delle loro nuove spedizioni, ed ebbero dei de- - positi in fabbrica e dei banchi a Londra. « Le case inglesi hanno sentito allora l'errore ch? a- \E vevano commesso, di non impadronirsi del commercio La| delle lane della Germania; esse si regolarono con i loro corrispondenti di Spagna, meglio ch’ esse non avevano Hai fatto dapprima; queste fecero loro delle anticipazioni n più considerevoli, e sollecitarono meno la vendita nelle po- epoche svantaggiose. di« Tale era lo stato delle cose, e la disposizione dello sE spirito delle case inglesi di Londra e di Bristol, nel mo- tl mento del primo arrivo delle lane di Francia e d’Inghil- terra. La richiesta era considerevole. Le nostre belle qua- vii lità furono giudicate migliori alle Leonesi dei primi fasci. I Egli è bene d’osservare ancora che il credito dei panni fran- DL, cesi, ch’erano, dicono, confezionati con queste stesse lane, Si di ha contribuito a farle ricercare tanto più, che il pregiu- Spata dizio che aveva fatto rifiutare le lane di Sassonia, a da i danno del fabbricatore inglese, ricadeva intanto a fa- i di vore delle lane francesi, ed incoraggiava a farne l’esperi- 00 mento. La lana di Francia, messa in opera, assicurò com- ar o piutamente la speranza, che si era soltanto ideata: essa sa fu ricercata; il suo prezzo prése aumento, e le grandi 5000 spedizioni si succedettero. per preti ESRI ME— IDEA OA é n 130 « Si ammirava allora il nostro bel lavamento, come anco il nostro assortimento, per cui il fabbricatore tro- vava tutta una parte eguale in qualità, e non era obbli- gato di lavorarla di nuovo, come avviene della lana di Spagna e di Germania. Tutto tendeva ad acerescere la massa delle nostre importazioni. « Questa bella speranza fu distrutta in poco tempo. Gli Inglesi attratti in Francia dalla riputazione delle nostre la- ne, ma non avendo una bastante cognizione delle qualità, abbagliati dalla superiorità in bianchezza, e di assortimen- to altrove sconosciuto, fecero dei considerevoli acquisti; tutta quella che aveva una bella apparenza fu comperata quasi senza essere esaminata; e molte lane, lavate per mezzo della calce, e più volte lavate, furono spedite in Inghilterra come lane pure. Molte case francesi, inco- raggiate da questi risultati, fecero, per parte loro, delle considerevoli spedizioni, ed accrebbero il male. E qui non si è limitato: si sono vendute come di Francia le lane di Spagna rilavate; si fecero delle mescolanze di ogni sorta di lane di Spagna, con la lana di Francia, della lana di agnello con le lane francesi, alle quali si aggiugneva sempre la lana di Spagna. Si diede maggior bianchezza al tutto insieme, e aggiugnendo a queste me- scolanze delle lane tosate prima dell’epoca ordinaria. Queste ultime lane erano più pieghevoli, ma esse non avevano la qualità che dà Pultimo grado di maturanza. Tutti i mezzi, che tendevano a procurare profitto, furono messi in opera, senza prevedimento dell’avvenire, ed in più di una circostanza, a danno di quelli che l'avevano adoperata. Il fabbricatore ingannato, non ottenne più il risultato ch'egli aveva aspettato, e non volle reiterate i suol tentativi. 3 Come oe tro a obbli- la lana lescere Ùi tata ‘ma te n mnco- delle È qu cia le de di IMOA, qui sì Maggio este me= ordinata, i esse non maturanza, tto, furono Ne, ed.in » J'avevano anne più) o pelterare! Lor « Il pregiudizio che si manifestò allora contro le nostre lane si sparse tanto più facilmente, che la cosa era tutta nuova; esso andò di luogo in luogo, ed in meno di un anno tutti i paesi di fabbrica furono guada- gnati: in oggi esso esiste in tutta la sua forza, ed è per- ciò che le nostre migliori lane non sono vendute in In- ghilterra che prossimamente come quelle di Spagna, ed a prezzi inferiori; la maggior parte dei fabbricatori le ri- fiutano senza esaminarle. « Sì vede, da questa esposizione di fatti, che egli è a torto, che molte delle nostre case francesi attribui- scono all’ignoranza o ad un pregiudizio antifrancese, ciò che proviene da una giusta diffidenza. Gl’ interes- sati di Francia si sono fatta illusione sulle vere cause del rifiuto delle nostre lane: essi non hanno voluto. ve- dere che le lane francesi non sono necessarie al fabbri- catore inglese; che quelle di Germania e di Spagna gli bastano, e che per fargli ricercare le nostre, è necessa- rio, nel provargli che esse sono almeno eguali in qualità, servirlo con una probità, che ecciti la sua confidenza. « Io ho detto già, che in ragione delle spese, di cui sì trovavano le spedizioni di lana gravate in Inghilterra, il francese avrebbe maggior vantaggio a venderle sui pro- pri mercati, Egli è certo, che il nostro consumo essendo considerevole, troveranno esse sempre un esito vantaggioso nelle nostre fabbriche, tanto più che le lane di Spagna e di Germania sono di già abbondantissime, e che le gregge di questi paesi tendendo ad accrescersi ogni anno, le loro. lane saranno sempre offerte all’ Inghilterra ed al Belgio allo stesso prezzo, al quale noi possiamo com- perarle: egli ne segue che, se le nostre importazioni di —-- = È di iù È auto= 132 lane straniere sono considerevoli, il prezzo delle nostre lane ribasserà senza alzarsi al di fuori, n s Per emulare con vantaggio fa Spagna e la Germa- nia, bisognerebbe, come noi l'abbiamo già fatto osservare, che potessimo offrire sempre delle lane superiori alle più belle Leonesi, c quasi eguali a quelle di Sassonia. Le lane di questa qualità sono poco comuni in Francia; ma sì aumenteranno di molto se il coltivatore sarà meglio penetrato dei vari suoi interessi. Le prime qualità tro- veranno uno spaccio in Francia, e più ancora in Inghil- terra, in cui esse saranno ricercate al relativo prezzo di 10.a 12 franchi il mezzo Kilogramma. È adunque verso il perfezionamento di queste gregge che il coltivatore francese deve spingere le sue viste, s'egli vuole trovare nel prodotto delle sue vendite gl’incoraggiamenti che sono necessari. Egli deve particolarmente considerare il cambiamento operato dopo alcuni anni, nella consuma- zione delle stoffe di lana. « I panni di qualità sopraffina essendo in oggi ri- chiesti di preferenza in tutti i punti del globo, il con- sumo di quelli di seconda qualità sì trova ridotto in y) qualità di lana che serve alla fabbricazione dei panni un rapporto relativo; e, siccome nello stesso tempo la più fini è considerabilmente accresciuta, la proporzione fra la materia e l’uso che se ne fa, ha luogo coll’ in- «versa di quello che essa era altre volte. Egli è uguale re- lativamente al prezzo. Per esempio le lane di‘Sassonia, che erano pagate 7 shillings, 6 pence alla libbra, si vendono in oggi 8 shillings 6 pence; ciò che dà una diffe- renza di uno shilling o un dodicesimo per cento di più circa; mentre che quelle di Spagna che si pagavano 6 shillings 6 pence, sono offerte a 3 shillings@ pence: è Nostre 133 î differenza almeno di> shillings 9 pence o il 60 per cento. dia Le lane secondarie hanno adunque ribassato del 60 per Cerva, cento, mentre che le lane fine hanno rialzato il prezzo del L pu 12, differenza estrema(72 per cento) che procede dalla a Le preferenza accordata ai panni di prima qualità. Quelle di ma seconda hanno, per la ragion contraria, ribassato del 4o glio per cento circa; e non bisogna dimenticare che le spese '0- di fabbricazione sono per questi prossimamente le stesse l- che per i panni fini. Ben si comprende come lo stato di presente della consumazione dei panni si lega intima- Sa mente con la scelta delle qualità delle lane. Tali sono ore almeno i risultati osservati in Inghilterra; ed io mi pren- OVAre derò la libertà di ricordarvi, ch'egli è sotto il rapporto i che di uno spaccio a ottenere per le nostre lane vin questo re il paese, che vi è stata fatta questa esposizione, bencliè uma- vi abbia luogo a pensare che lo stato del resto dell’Eu- opa, sotto questo punto di vista, è prossimamentevlo | ti stesso. con-« Dopo avere cercato di dimostrare che, tranne i casi tto n di eccezione, le nostre lane fine sono le sole che po- mpo la tranno essere pagate in Inghilterra ad alto prezzo, egli panni rimane ad esaminare qual è lo stato di lavamento e di przione assortimento che conviene meglio usarsi dagli abitanti di H coll'ine questo paese. La mia opinione è che, se noi abbiamo fatto i pale re un passo nel perfezionare gli assortimenti, noi siamo stati 5 assoni, troppo lungi quanto al lavamento.. Le lane di Spagna, ana caricate del ro al 15 per cento dì sucidume al momento adi che sono imballate, ed assortite‘in tre qualità, prima, di pi seconda e terza, con una quarta, inferiore, procedente it dai fiocchi di bassa sorte» non potevano convenire che TO al grandi fabbricatori, tali, come quelli d’ Inghilterra, che fanno tutte le specie di panni, a dei wool-staplers, 9) I h4) Vili i iti ;À, CS : de) Si LE“ 4 134 che li rivendono, dopo un muovo assortimento. Altra volta in Francia, benchè i generi di fabbricazione vi fossero più ordinati, le grandi fabbriche comperavano delle masse intiere di lane di Spagna; ma dopo una quindicina d’ anni, si è stabilito un numero considere- vole di piccole fabbriche, condotte da persone che non hanno che. piccioli capitali. Questi fabbricatori trova- rono un vantaggio a comperare la lana, tutta lavata e tutta assortita, la quale specie era quella che conveniva alla qualità del panno ch’essi volevano fabbricare. Tale è Vorigine di questo gran numero di lavorii, che si tro-o vano attualmente in Francia. e A prima vista, i fabbricatori inglesi, come quelli di Francia, furono soddisfatti di poter procurarsi delle lane interamente preparate; ma dopo gli sperimenti che essi né fecero; i nostri assortimenti loro sembrarono con- venienti, ed altrettanto essi hanno mosso contro i nostri lavamenti, che tolgono alla lana il suo sucidume; rico- nobbero che dai nostri processi, la piccola quantità di sucidume, rimanendo nella lana, non poteva più essere tolto così facilmente, che quand’ essa ne conteneva, come le lane di Spagna il 10 al 15 per cento; se- condariamente, che, qualunque sia il tempo, durante il quale la lana è custodita, se il sucidume, di cui, è in- viluppata è in sufficiente quantità, esso si scioglie facil- mente al momento in cui si vuole fare questa operazione, mentre che avviene il contrario allorquando la lana è stata troppo lavata. Essi hanno osservato altresì che i nostri lavamenti troppo ripetuti toglievano alla lana una parte della sua morbidezza e della sua arrendevolezza. «I lavoratori della Germania hanno voluto imitare ; nostri lavamenti, ed alcune di quelle case hanno ento, Altra icazione vi Mperavano dopo una considere- che mon 1 trova- livata e nveniva ve. Tale sì tro- ome quell urarsì. delle rimenti che rarono con- tro 1 nostri dune; rico» quantità di va più essere > conteneva. vi cento; se jo, durante i ; dicui 6.1 scioglie fia sta operaziot la lana è st i chel nota Jana una pae polezza soluto imitare ; case hanno 135 fatto delle spedizioni di lana lavata, che è stata ven- duta ad alto prezzo: questo non fu minore, al momento, di 10 shillings e mezzo per libbra; ma ben presto essi non hanno potuto trovare più di 6 shillings e mezzo per il restante della stessa Jana. Queste speculazioni, illuminate dalla loro esperienza, hanno continuato a per- fezionare il loro assortimento, ma essi hanno abbando- nato il nostro modo di lavamento; e le loro lane sono in oggi ricercate dai fabbricatori, benchè esse con- tengano il 25 al 33 per cento di sucidume;] compra- tori però preferiscono, sotto molti punti di vista, di trovarvene in meno grande quantità. Io avrò l'onore di spiegarne ulteriormente le ragioni. «(Gli abitanti della Germania, le cui lane sono tanto in favore in Inghilterra, lavano la lana sul dorso dell’ a- nimale. Si sceglie per quest’ operazione un tempo secco e caldo, e quando tutto il tosone è ben secco lo si tosa. Si osserverà, che, per alcuni giorni che trascorrono fra l° operazione del tosare ed il lavamento sil suci- dume, di cui la lana è stata spogliata, trasuda di nuovo, e le rende(dopo ch’essa è stata purgata di tutto ciò che la imbrattava) il morbido, il pastoso, e tutte le qualità che la fanno ricercare dai fabbricatori inglesi. Ma pare non esservi adunque dubbio che, se le nostre lane erano offerte all’ Inghilterra dopo essere state lavate secondo lo stesso processo, noi perverre- mo a farle adottare egualmente al fabbricatore, che le adoprerà con confidenza, e non sarà più tormentato dall’ idea che i nostri lavamenti si fanno con processi chimici, e per mezzo degli alcaii. Questo pregiudizio, che prende la sua sorgente nella preparazione e nel la- vamento di alcune lane che alcuni speculatori indiscreti » =: LE E e se ia è 136 e di cattiva fede hanno venduto per lane pure, si trova fortificato dalla bianchezza straordinaria deile nostre lane. Non si è voluto credere che questa bianchezza non proceda che dalle scelte, e che essa si ottiene mettendo in disparte tutte le porzioni gialle, delle quali viene formata una qualità di lana separata. « Dietro le mie osservazioni, alcuni lavoratori di lana francese, ai quali io le aveva indiritte, hanno fatto degli sperimenti, ma sgraziatamente non hanno riuscito. Perchè essi hanno lavato la lana a freddo, dopo averla assortita, levandovi circa il 16 per cento di sucidume e di grascia animale, ed il ro per cento di patti terrose sparse€ divise; avrebbero potuto far «meglio. « Si è osservato: 1.° che il sucidume, che si com- pone di una sorta di grascia animale, e di una so- stanza alcalina, che la converte in sapone, si scioglie facilmente nell’ acqua; 2.° che l’acqua fredda non po- tendo sciogliere che questa specie di sapone, la parte grassa che non è stata combinata con quella alcalina resta nella lana, a meno che di far uso di agente più attivo che la riduca in sapone, e la levi. « Se adunque si ammettono i principj seguenti, sui quali sembra ognuno essere abbastanza d’ accordo: « 1.° Che più la lana conserva del sucidume, più dessa è facile a lavare a fondo; « 2.° Che più essa contiene di grascia animale non convertita in sapone, più sono necessari i principj alca- lini per levarla. 3.° Che più la lana riceve ripetuti e differenti lava- ture, più essa perde della sua morbidezza. segui nella d rt ala qual a|} del met ine senz lam dì pa ani 137 Te, si trova« Egli sembra da È atua fatta imdossd,; soddisfi delle tstre tutte Je condizioni desiderabili di parti Ii e le iena buche rose cadono dal VosonaRWpnigHe la si può nega assal i fortemente sul dosso dell’animale senza mischiare i fioc- lle, delle f Ila, chi; ne risulta inoltre che la lana non è spogliata dal suo sucidume che esteriormente del tosone, e che a mi- sura che la lana secca, il sucidume si ristabilisce, 1 di lana TOR eri- « Sarà egli possibile di ricondurre i nostri coltivatori a si 0 seguire questo metodo? Non troveranno essi degli ostacoli ato nella divisione delle nostre gregge, come anco nelle loca- \ mela lità? Non crederanno essi, particolarmente, ch'egli è nocivo sg all’ animale? Una tal quistione pare che sia stata sciolta L pat quanto all’Inghilterra, ove hanno generalmente rinunziato Jotuto far 3: 5 a 3 | a lavare la lana prima di tosare; ma l'esempio di quelli della Germania sembra bastante per provare che questo DRS col metodo è buono in un clima temperato. Il castrato con- RASO? trae delle abitudini, che pare formino in seguito parte es- i scioglie- senziale della sua esistenza: ciò che fu osservato singo- la non po- larmente in Ispagna, fra le gregge ambulanti; e l’uso e, Ja porte di essere lavato non potrà essere per quest’ animale un ela alcalina passaggio più nocivo di quello ch’ egli prova tutti gli i agente più anni, essendo spogliato della sua lana. « Se diffinitivamente non si può far adottare questo seguenti SU modo dai nostri coltivatori, sarà ben necessario di sc- coordo: guire quello delle lavature dopo aver tosato, ma biso- icidume; pi gnerà allora lasciare nella lana il 14 o il 15 per cento di sucidume. Nulladimeno, prima di rinunziare alle lavature animale 101 in dosso, non sarà inutile di far conoscere ai coltivatori prio ala 1 vantaggi che a loro deriverebbero. « 24 Luglio 1821. To ho esposto nella mia lettera le fferent lava ragioni che mi facevano desiderare che noi adottassimo in Francia una maniera di preparare le nostre lane che PIC] | À fi ì = Ù) 1| (| ibi: 138 potesse farle ricercare dai fabbricatori inglesi, ma non basterà d’imitare quelli della Germania nel loro modo di lavamento; noi dobbiamo ancora pensare a perfezio- nare la qualità delle nostre lane, e procurar di scoprire con un seguito di osservazioni e di sperimenti, quali sono le fortunate combinazioni alle quali Je gregge di Sassonia, che sono originariamente della stessa famiglia di quelle di Francia, sono debitrici della loro straordi- naria superiorità. Noi abbiamo segnato qualcuna delle cause, ma certamente altre vi sono che noi non conosciamo. Non è, che noi non abbiamo in Francia alcune lane fine della razza merinos, che non la cedono a quelle della Sassonia elettorale; ma questa è in così piccola quantità, che è appena conosciuta, particolarmente dallo straniero. Questa lana ha un vantaggio, che è filata, e folata bene, per confessione di alcuni fabbricatori inglesi: tuttavia le rimproverano di non avere abbastanza morbidezza, e di dare al panno un senso ruvido, che non ha quello fatto con le lane di Sassonia. Qualunque sia la giustezza di questa opinione dei fabbricatori che hanno manifestata, devesi dire, che da loro non sì sono ripetuti sufficienti vol- te i loro sperimenti, con le lane francesi, e di una qua- lità superiore, per essere in diritto di pronunciare. Egli è ancora ad osservare che questa lana superiore di cui sì tratta era, al momento delle loro esperienze, talmente ricercata in Francia, che il suo prezzo doveva singo- larmente mettere un limite all’esportazione; questo prezzo era lo stesso prossimamente a quello delle lane di Sassonia.; « Per giugnere a così desiderato fine del perfeziona- mento delle nostre lane, conviene subito riflettere che la lana fina di Sassonia possede 1 seguenti caratteri: i; ta nn loto mod; d pertezio» di Scoprite bfi, qual sreage di famiglia traordì- delle CIAMO, ane fine le della quantità, | straniero, lata bene, 1 tuttavia orbidezza, ha quello a piustezza manifestata, {ficienti vol- di una qua unciare, Bel riore di cu ze, talmente oveva sIngi* ( questo prez elle lane di I perfezione 2 rifleltere che ti caratteri: 139 Essa ha molta uguaglianza nella lunghezza dello staple; ella si fila e fola benissimo; la sua morbidezza è rimar- chevole; essa è sottilissima, poco durevole, ha poca forza di resistenza; ma essa è nello stesso tempo molto pieghe- vole; ciò che la rende adattata a tutti gli apparecchi. Que- sta pieghevolezza ha forse il suo principio nel grado di densità della materia, di cui la lana è composta; prin- cipio, per il quale si può spiegare perchè, ad ugual grado di finezza e di lunghezza, le lane lunghe È In- ghilterra possedono questa Diesuevolezia molto più emi- nentemente di quelle della Picardìa e dell’Olanda. « Le lane fine di Francia sono le qualità seguenti: esse sì filano e folano meglio di qualunque altra lana; e sono superiori in forza a quelle di Sassonia; hanno molta resi- stenza, e molto sostegno; se esse sono più refrattarie agli apparecchi, lo conservano però più lungo tempo: meno morbide di quelle di Sassonia, esse hanno altresì meno di uguaglianza in lunghezza, particolarmente nella parte superiore; esse coprono meglio il panno, e durano più lungo tempo. Tali sono le osservazioni fatte dai fabbricatori i più illuminati di questo paese. Il loro giudizio S'accorda egli con quello dei nostri mavifatturieri? Si può dubitarne. In Inghilterra sì sagrificano volontieri molte altre- lità di panno per dargli un tatto più pastoso. In Francia si vuole un panno fino, ma bene unito, ben coperto, e che duri. Le lane di Francia di razza pura soddisfano quest’oggetto; ma sarà egli possibile, senza perdere la preziosa qualità di avere maggior forza nella tintura, di dare alle nostre lane il grado di finezza di quelle di Sassonia? Egli è evidente che allora esse saranno al di sopra di tutte le altre. La speranza di un simile risul- IE nn rr 1/0 LI tato è ben proprio ad incoraggiare le nostre sperienze; egli è presumibile che sia nell’intima aggregazione delle parti che compongono il filo della lana, o nel grado di densità della materia, in cui risiede la forza. S° egli è adunque dimostrato che a parità di finezza le nostre Jane di razza pura hanno più forza di resistenza di quelle di Sassonia, sarà utile di guadagnare da una parte senza perdere dall’altra. Egli non sarà d’altronde impossibile di assicurarsi a un certo punto del grado di giustezza delle precedenti osservazioni, confrontandone molti fili a fili di lana di Sassonia e di Francia della lunghezza e del diametro simiglianti: nel sottoporli alla stessa forza di tensione, si avrà per termine il grado relativo della resistenza. Si potrà giudicare ancora del grado di densità della materia, col pesare dei fiocchi composti di fili della stessa lunghezza, quantità e diametro, tanto nel loro stato naturale, quanto dopo averli sottoposti agli stessi processi di lavamento e di diseccazione. Il diame- tro dei fili può essere misurato con l'esattezza la più scrupolosa, per mezzo del cirometro nuovamente inven- tato dal sig. Dollond di Londra. « Io vi ho parlato, nelle mie Lettere precedenti, del- uso che prevale in Francia di lavare la lana dopo averla tosata; io ho soggiunto che nullostante egli fosse adottato nella Spagna, egli non mi sembrava che ciò fosse quello che convenisse meglio alle nostre lane. Il metodo. di quelli di Germania mi sembrava preferibile sotto molti riguardi; ma potrà essere perfezionato, ed io vi intratterrò ulteriormente relativamente ai miglioramenti, de? quali io lo credo suscettivo. Il lavamento, che si chiama lava- mento in dosso, è praticato in Inghilterra, iranne alcune eccezioni. Quest'è per errore che, nell’ultima mia Lettera Sperinze zione dell I grado di Negli è le. nostr di quell le senza ossibile Istezza hi fili eZZA stessa relativo orado di Mposti di tanto nel osti. agli [1 diame- a la più le nven- denti, del lopo averla sse adottato fosse quell metodo di sotto molti i intratferto de quali 10 jama lavo” panne alcune mia Letteta r/I lo aveva detto che generalmente io non l’approvava; questo non è, al contrario, che parzialmente, che esso non è stato adottato; e benchè la massa delle lane inglesi spedite nel sucidume sul mercato sia sempre considerevole, pare che essa tenda a diminuire ogn! anno, per un seguito di osservazioni, che gli affittuali viaggiatori furono nel caso di fare. « Mi rimane per ora a parlare di un processo ado- perato nel nord dell’Inghilterra ed in Iscozia. Questo processo non è stato, in principio, imaginato e seguito per la conservazione dell’animale; ma dopo che si è sco- perto, ch'egli aveva il doppio effetto di perfezionare an- cora la qualità della lana, egli lascia presumere che di- verrà più generale. Nei paesi che io ho nominati, ove il clima è rigido, ove la frequenza delle piogge e delle nebbie agisce così potentemente sul fisico dell’ animale, dopo che egli è stato tosato, si è imaginato di coprirlo con una specie di unguento, composto di butirro e di catrame, che si applica su di esso tanto immediatamente dopo averlo tosato, quanto all’avvicinarsi dell’ inverno. Questo corpo untuoso impedisce che l’acqua o l’umidità s'incorpori con la lana, che è naturalmente assorbente, e preserva il castrato dalle cattive influenze del clima. La lana in questa guisa unta di catrame, è stata al mo- mento meno facile a vendersi, perchè il lavamento non poteva far iscomparire la tinta bruna; ma ben presto sì è scoperto, che essa aveva acquistato una morbidezza ed una pieghevolezza, che non hanno le lane delle stesse gregge nudrite negli stessi pascoli, ed alle quali quest’ operazione non è stata fatta. Io vi riferirò a questo proposito che un fabbricatore inglese, che conosceva la qualità di questa lana, e che voleva adoperarla a un uso, per il quale bi- pene TR TI agg PE wrez=e-T- sii Ru 1/2 sognava che essa fosse bianca, mi pregò di sottoporla a differenti processi d’imbiancamento. Io non ho potuto riu- scire alevare il color bruno al sito ove l’unguento era stato applicato, mentre che le altre parti diventarono di una bianchezza abbagliante. Mi è altresì venuto al pensiero, che non è difficile di trovare una composizione, che possa corrispondere all’effetto che si propone, senza avere V’in- conveniente di alterare il colore della lana. Questa ri- flessione una volta fatta, io dimandai a me stesso, se non converrebbe di esaminare fino a qual punto un simile processo perfezionato potrà contribuire in Francia al mi- glioramento delle nostre lane. Egli è bene di osservare che nelle nostre qualità le più belle, la parte superiore dello staple è meno fina, meno nutrita, e più aperta in fiocchi, e che si può con qualche ragione attribuire que- sti difetti all’azione dell’aria, della pioggia ed al con- tatto delle terre cretose, o di tutt'altra natura assorbente, che contribuiscono ad alterare o diseccare, dopo tosata, la parte superiore di ogni pelo, durante il tempo in cui essa non è abbastanza lunga per ritenere interamente il sucidume, il cui stato troppo liquido aderisce a tutti ì corpi estranei coi quali s'incontra. Questo non è che allorquando il tosone ha cominciato a formarsi sull’ani- male, e ch’esso si è inviluppato di una crosta di parti terree e di sucidume, che la nuova grascia che trasuda, s'imbeve nella lana al punto di formarsi un glutine, e di prendere una tinta gialla, quando troppo lungo tempo rimane sul castrato. Questa specie di crosta può adunque essere considerata come di una grande utilità per la conservazione della parte interna del tosone: ma essa non si forma che lentamente, ed a spese della parte superiore; egli pare che la si potrebbe procurare ovviando ttopala a otuto niy- ? eta stato di un iero, che e possa le l'in- ta ri > non mile \ tai- vare periore erta in ite que- al con- yrbente, tosata, o in cul nente il e a tutt on è che sull’ani- i di parti è trasuda n glutine, ppo lug! crosta puo ide utilità osone: Mi della parte e owiando 145 questi inconvenienti,€ piuttosto, per mezzo di un corpo untuoso che manterrà l'uguaglianza e la buona qualità della lana in tutta la lunghezza dello staple. « Questa differenza di finezza nella lunghezza della lana dei castrati, il cui tosone è stato coperto di ca- trame, essendo stata osservata da un affittuale inglese, gli venne al pensiero di sperimentar di tosare alcuni dei suoi castrati, in modo dì levare tosto ciò che formava la crosta, e di tosare in seguito una seconda volta per la parte rimasta. Egli ha ben presto rinunziato a questo metodo, perchè il primo taglio restava senz’uso. Ma' il suo tentativo non viene meno in appoggio delle mie os- servazioni, e lascio a voi, signore, di giudicare fino a qual punto esse possono meritare di essere prese in consi- derazione. « Mi dispiace di essere obbligato di scrivervi troppo in fretta, per dare alle mie osservazioni tutto lo sviluppo che io avrei desiderato. Se credete ch'io possa darvi ul- teriori indizii, voi potete su tutto lo zelo mio contare. Dell? azione vicendevole dell’ industria agricola 5 ed artigiana(continuazione e fine). Noi abbiamo veduto negli esempi finora addotti, che un campo con una media coltivazione produce almeno il doppio de’ prodotti di quello che bisogni per la sus- sistenza di coloro che si occupano dell’ agricoltura. La metà di questa tenuta di terra rimane pertanto incolta, fino a che il proprietario non è sicuro della vendita del superfluo. Tosto che V industria artigiana introduce nuovi bisogni che possano soddisfare il proprietario, nel mentre i prodotti dell'agricoltura trovano un nuovo | i ue= Aka 4 A + mercato, cerca egli ailora di aumentare il suo reddito I brutto, e coltiva finalmente tutta la sua tenuta; nel qual tempo aumenta sempre il reddito netto. Egli im- piega il prodotto onde comperare gli oggetti dell’ indu- stria. Col crescere della popolazione industriosa si au- mentano i prezzi dei prodotti dell’ agricoltura; questi spronano il contadino ad una nuova attività; egli cerca- di ottenere dal suo terreno il maggiore possibile reddi- to, allorchè non gli rimane più alcun fondo incolto. Con quest aumento di coltivazione del suo fondo, e cal- l’ incremento del suo ben essere si aumenta anche il consumo che fa dei prodotti dell’ industria. Questo con- sumo aumentato favorisce di nuovo l aumento della popolazione industriosa, e questa aumenta di nuovo i prodotti dell’agricoltura, ed il loro prezzo. Ciò si conferma in tutti i paesi: ivi, ove l’industria delle arti è nel maggior suo fiore, lo è anche l’agri- coltura: ove la prima giace negletta, manca anche al- I’ ultima V interessamento. In somma, quanto più un paese è bene coltivato, onde soddisfare ai bisogni della popolazione artigiana, tanto più desso ha d’uopo d’un maggior numero di mani di prima. Coll’incremento della popolazione industriosa si aumenta pure la popolazione che si occupa dell’ agri- coltura. In questo modo, e con questa naturale e vicendevole azione dell’agricoltura e dell’ industria delle arti può ora la popolazione di un paese, anche con un maggiore possesso di fondo, acquistare quella grandezza che po- trebbe ottenere colla maggiore divisione de’ poderi nello stato dell’ agricoltura pura. Ma questa popolazione é molto diversa nella qualità di quella,[vi il paese è po- 9 reddito Uta i nel Egli Im ell'indy- SI gle questi I cerca reddi- to, onde 2, Tanto di mani rdustrrosa dell'agni» cen Jerole arti può maggiore che por deri nello lazione È ose È por 145 vero, i suoi mezzi di sussistenza sono azzardati e sot- toposti a continui ondeggiamenti; qui egli è prospero, in nessuna cosa vi ha mancanza; un traffico vivace da vicino e da lontano produce dappertutto e rapidamente il superfluo, ove ve ne abbia il bisogno. Ivi è nell’ugua- glianza del possesso, nel bisogno del lavoro un silenzio mortifero nella potenza fisica e morale; qui all’ opposto sono nate diverse classi di nuova ricchezza, e questa ricchezza si è aumentata a cagione dell’ estesa produ- zione dell'industria artigiana; l ineguaglianza del pos- sesso, del lavoro, della coltivazione, dei bisogni ha generato moltiplici interessi che a vicenda si sostengo- no: la massa del lavoro si è aumentata all’ infinito, ed è diventata una inesauribile miniera per ciascuno. Que- sta popolazione somministra al Governo co’ suoi molti- plici ed incessanti mezzi di acquisto regolari e non mai esauste sorgenti di sussidio; essa non ha bisogno che di pochi provvedimenti d'ordine, ed ha ne’ suoi elementi stessi la sicura guarentigia di un riposo dure- vole. Noi considereremo ben tosto quest’ ultimo impor- tante punto. La popolazione diventata maggiore coll’occuparsi del- l agricoltura pura presenta una massa che con qualche impulso diventa proporzionalmente posta in movimento; imperocchè avendo tutti in questo caso eguale interesse, eguali bisogni e desiderj, non v ha alcun motivo per cui non vi abbia ad avere luogo la medesima influenza proporzionalmente su di tutti. AI opposto, nel più alto stato di coltura che venne prodotto dalla libera azione vicendevole dell’ industria agricola ed artigiana la cosa va tutt altramente. Qui sono prima di tutto tre classi di popolazione evidentemente divise Puna dall’altra per rit 146 la diversità del possesso, del lavoro e degl’ interessi, cioè quelle dei possessori del podere, degli artisti e de giornalieri. Gli ultimi sono in parte dipendenti dal possessore del fondo, in parte dagli artisti; dividono pertanto più o meno gl’ interessi di ambedue le classi principali, e le loro viste ed interessi sono già divisi su questo fondamento. L'interesse del. possessore del fondo si appoggia a quello dell’artefice ,. e 1° interesse dell’artefice si appoggia a quello del proprietario. Lo stato nel quale si ritrovano ambidue viene a poco a poco prodotto per mezzo dell’ amichevole cambio del loro lavoro, e può avere solo svantaggi da ciò che lo turba. Nessuno può soffrire nel suo stato prospero senza che 1° altro senta nell’ uguale misura un male. Quello stato poi, sia nella vita pubblica, oppure nella privata, porta con seco la vera guarentigia della sua durata, allorchè l'interesse proprio è così legato coll’ estraneo, che ogni cambiamento dell’uno o dell’ altro operi solo dannosamente su di tutti, ed in senso retroattivo. In ogni circostanza dunque, in cui per mezzo della coope- razione della terza classe, che non ha veruno, oppure piccolo possesso, per cui i cambiamenti sono più o meno ‘ indifferenti, dovesse accadere un fermento, sarebbero le due rimanenti classi più forti, sempre più saldamente insieme legate, onde impedire ogni disordine. Coi gran mezzi che desse hanno nelle loro mani, e colla dipen- denza nella quale si trova questa terza classe da ambedue, non sarà la loro influenza senza frutto. Noi ne vediamo su di ciò la conferma nella storia: quel- la, nei tempi i più recenti nell’Inghilterra, proveniente dai così detti Ludisti, Radicali, ecc. Le accadute tur- bolenze non hanno mai avuto conseguenza, e non ne pos- Nteressi; Artis è nt dal iridono classi divisi del esse Lo a del o senza \uello ivata, rata, meo, solo vo. In cupe oppue o meno arebbero \damente Co gran a dipen» ambedue, a: quel ovemente dute ht N( pose 147 sono avere, perchè questi sforzi devono sempre infran- gersi contro la resistenza dei proprietarj uniti insieme na- turalmente e senza accordo, e degli artisti(mercanti e manifattori) che signoreggiano sempre sulla maggior par- te della terza classe. Non vi ha esempio che in un paese nel quale l’agricoltura e l'industria delle arti in egual fiore sieno sostenute vicendevolmente, ne sia scop- piata una rivoluzione; frequente però è questo caso in tutti que’ paesi in cui domina l’agricoltura pura. Le ri- voluzioni dei tempi più recenti sono nate in que’ paesi in cui lindustria delle arti è nota appena pel nome, ed ove non esiste una popolazione che si occupi delle arti, la quale sia di rimarcabile grandezza, onde porre in bilancia i suoi interessi. Tale appunto fu il caso in Francia nel 1788. L’alta industria delle arti di un paese debb’essere considerata come il vero palladium della tran- quillità degli abitanti della medesima. La popolazione la più grande, la più colta c la più pacifica può pertanto essere prodotta solo dalla piena e libera azione vicendevole dell’industria dell’ agricoltura e delle arti. Questa verità è stata fin qui dimostrata in tutte le sue parti. L’alta agricoltura, l'alta industria delle arti, la popola- zione grande, prospera e tranquilla, la più elevata coltura morale, la delizia dello stato generale, questi clementi della pace e della possanza di uno stato sono dunque così intimamente legati a vicenda, e così essenzialmente dipendenti l’uno dall’altro, che quando due de’ medesimi sì ritrovano in un paese, anche i restanti vi appar- tengono; perchè i primi non sono possibili senza i se- condi. 148 L’agricoltura deve all’industria delle arti la maggiore sua coltivazione, e non solo un maggiore reddito puro, ma eziandie, come abbiamo superiormente osservato, la possibilità, ne!l’ordinario corso delle cose, di un reddito generalmente più puro. La maggiore coltivazione del ter- reno sarà col mezzo del sicuro spaccio de’ suoi prodotti ricompensata con buoni prezzi; l'industria artigiana indi- cherà poi all’agricoltura la coltivazione dei prodotti grezzi che saranno necessarj al sostegno degli esercenti le arti, e che per mancanza appunto di questa coltivazione non sì avrebbero; per es. le lane, le sete, i cotoni, la ca- napa, le sostanze coloranti, il legname da fabbrica, ecc. In que’ paesi in cui l’industria delle arti è in un più alto grado, noi vi troviamo anche la maggiore coltura del suolo, ed il maggiore prodotto puro del podere. Questo prodotto puro si aumenta nella proporzione colla quale si aumenta l’estensione e la qualità delle arti. La suscetti- bilità di produzione, ed in conseguenza la ricchezza del paese cresce in questo modo sempre più; imperocchè ove il gni possibile sforzo. Questo crescente avanzamento dalle capa- vario lavoro ritrova il suo valore, vi ha luogo pure o cità di produzione conduce necessariamente all’avanzamento della coltura intellettuale, perchè essa non è possibile senza l’incremento delle scienze naturali e delle arti. Con questa misura cresce pure la coltura morale; im- perocchè loccupazione generale, la comodità dello stato proporzionalmente estesa, la tranquillità fondata nel mol- tiplice annodamento degl’interessi vicendevoli sono i più possenti mezzi onde promovere la moralità. In questo modo la popolazione agricola e l’artigiana sono dipendenti a vicenda nella loro sussistenza e nei loro bisogni; imperocchè anche una parte della popola- I e re. TI CI ì più a del lnesto le si retti a del ove il t ogni è capa: amento ossibile arti. ale; m- lo stato nel mol- no 1 più t101202 Cl nei } pola- 149 zione agricola ha luogo solo per Pesistenza degli artisti, come è evidente al primo colpo d’occhio che si dia ai casi superiormente esposti. Posto che in un paese agri- cola, che prospera per l’alta coltura delle arti, sia que- sta diminuita per mezzo di circostanze disfavorevoli, si diminuirà in conseguenza, per prima cosa, il consumo della popolazione artigiana, e quindi la di lei grandezza stessa; in ragione di questa diminuzione sì diminuirà il prodotto puro del proprietario del fondo; imperocchè il prezzo de’ prodotti andrà scemando; con questo abbas- samento di prezzo si diminuirà anche la quantità dei prodotti; imperocchè non sarà più ricompensante|’ im- piegare tanto capitale o mani come prima per un mag- giore reddito. Colla diminuzione della popolazione artigiana si dimi- nuirà pertanto anche la popolazione agricola. Si vede perciò quanto sia erronea la massima che l'industria delle arti tolga delle mani attive all’agricoltura; all’op- posto dallo sviluppo finora stato fatto risulta bastevol- mente che la maggiore industria artigiana somministra mani attive all’ agricoltura, ed aumenta la popolazione che si occupa della medesima. L’appagamento dei bisogni che porta seco una mag- giore coltura sociale, ed il crescente fiore dell'industria, sono uno stimolo, pel di cui mezzo l’industria delle arti spinge l’agricoltura ad aumentare e migliorare i suoi prodotti. Se il contadino non soddisfacesse a questi bi- sogni, non si vestirebbe anco meglio, e non comprerebbe mobili e strumenti che potessero alleviare il suo lavoro, non produrrebbe pure quello pel di cui prezzo potesse egli soddisfare a que’ bisogni. Ma egli trova un mercato pel suo soverchio, da che compra in rincoutro del me- IO 150 desimo gli oggetti che sono prodotti dagli artisti. Un risparmio del soverchio colla più possibile limitazione di| questi bisogni, appunto perchè si ammassa come un ca- pitale in danaro, può valere nel modo generale di cir-| colazione come una riserva. Imperocchè è più corrispon- dente alle inclinazioni dell’uomo Vimpiegare ciò ch'egli riceve per soddisfare ai bisogni pei quali il suo stato di coltura l’ha reso suscettibile, piuttosto che rinunziare a questo soddisfacimento. Un sistema generale di ri- sparmio poi si distruggerebbe da sè medesimo; impe- rocchè quanto più si risparmicrebbe da un lato, tanto più si diminuirebbe dall'altro lato in lavoro ed in su- scettibilità all’acquisto, stando ora, come si è veduto finora, tuttor l’acquisto delle differenti classi della so- cietà insieme in un così necessario vicendevole legame, che l’angustia dell'una affetti più o meno tutte le ri- manenti; per lo che il risparmiante in generale di- minuisce anche in una certa proporzione la grandezza del suo proprio reddito puro; la circolazione del la- voro e del capitale ne verrà diminuita, e con essa la prosperità generale; cosicchè finalmente solo a pochi resterà qualche cosa, che essi a fronte della generale rinunzia potrebbero risparmiare; solo individualmente non sarà pregiudizievole il sistema di risparmio, in parte perchè questi risparmj scompajono a, fronte della massa unita del prodotto puro, in parte perchè da un altro lato ve ne sono sempre altrettanti i quali ricompensano quel risparmio per mezzo della loro profusione. La prosperità esterna della popolazione, cioè il ve- stiario più conveniente e l'abitazione migliore, il modo di vivere eziandio delle classi infime, è pertanto anche un sicuro indizio del vero ben essere del paese e del N artist, Un Libazione di Me un ca- le di cir- corrispon- 10 ch'egli O stato di inunziare din Impe- ), tanto din su- è veduto della so- e legame, tte le ri- erale di- rrandezza >. del la- on essa la lo a pochi la. generale ’idualmente o, n parte della massa da un altro compensano ne. cioè Il ve , il modo anto anche gese È del IOI maggior fiore della sua industria agricola ed artigiana nella loro libera azione vicendevole. Imperocchè, essendo impossibile che tutti nel medesimo tempo consumino di più del loro reddito puro; perciò questo ben essere esterno può essere solo il frutto di questo stesso red- dito puro. Si vede da ciò quanto sieno dannose le misure che direttamente od indirettamente limitano il così detto lusso. Quale specie di bisogno 5’ intenda con questo nome, non si può generalmente determinare. Se si com- prende in ciò il soddisfacimento di tutti que’ bisogni che non sono più necessarp, allora il lusso comincia dal punto nel quale cessa lo stato di natura e quello della barbarie; e l’aratro, la capanna. villereccia e la pelle di pecora conciata appartengono tanto bene al lusso, quanto la carrozza di gala indorata, il palagio, il vestito gallonato. Ogni avanzamento nella coltura produce cam- biamento nei bisogni; ed il limite di questo avanza- mento è infinitamente lontano. Quanto le risorse dello Stato nel soddisfacimento dei suoi propr) bisogni col mezzo del fiore dell’ industria artigiana nella sua azione sull’ agricoltura si sieno au- mentate, s'intende, pel fin qui detto, colla maggiore facilità. S' ingannerebbe allorchè si volesse calcolare la grandezza del sussidio che somministra 1’ industria ar- tigiana per le spese dello Stato in ragione della tassa che sarà realmente pagata dagli artigiani, oppure in ragione anche della grandezza del prodotto puro che da per sè stessa Ll’industria delle atti. È quindi dimo- strato che un altra parte dell’ industria agricola non potrebbe sussistere, allorchè non fosse stata chiamata in vita per mezzo dell’ industria stessa delle arti. An- 152 che questa parte pertanto debb’ essere considerata qual prodotto dell’ industria artigiana, e debb’essere insieme ‘ calcolata a reddito della medesima. Tutto ciò deriva dalle già superiormente esposte relazioni dell’ agricoltura, secondo le quali un fondo messo del tutto a coltura produce per lo meno il doppio tanto di quello che il numero degli uomini che vi si occuperà col suo stabi- limento potrà consumare; e sarà nel progresso confer- mato coll’ esempio di un gran paese che il prodotto soggetto a tassa risultante dall’ industria delle arti è per lo meno tanto grande quanto quello che somministra l’ agricoltura. I mezzi di danaro di uno Stato, i quali pongano il Governo nella situazione, anche nei casi non preveduti, di avere pronte sorgenti di sussidio, stanno general- mente in rapporto coll” ampliamento dell’industria delle arti. Imperocchè il fondo ed il suolo di colui che eser- cita arti è il danaro, una ricchezza mobile che sì porta volontieri ove si presentano sicurezza e guadagno. Noi vogliamo servirci in rapporto all’ oggetto di cui si tratta quivi, e per la conferma di quanto è stato finora discusso, dei dati statistici sulle, proporzioni di produzione dell'industria agricola ed artigiana in Francia, che ha esposti il conte Chaptal nella sua opera sul- V industria francese, e di cui già abbiamo dato con- tezza nel primo tomo degli Annali dell’ I. R. Istituto politecnico, pag. 433. Qui non si tratta dell’ assoluta esattezza di questi dati statistici, ma solo della giustatezza, per appros- simazione, della loro vicendevole relazione. Onde avere qui il necessario prospetto‘noi dobbiamo paragonare primamente il reddito. puro dell” agricoltura rata qual "Insieme 10 deri Tcoltura, coltura ) che il ) stabi- ‘onfer- dotto ti è \istra zano il veduti, eneral» a delle e 6Ser= | porta di cut è stato ‘zioni di Francia, va sul- ato con — Istituto I questi approse ohbumo coltura 153 col reddito che si. consuma per mezzo dell’ industria delle arti. Il reddito puro dell’ agricoltura verrà for- mato per mezzo del soverchio sul necessario consumo della produzione che è da tenersi a disposizione altrui, e per mezzo del prezzo di questo soverchio. Questo prezzo dipende, ad eguale produzione, dalla concor- renza dei consumatori non agricoltori, o dalla grandezza della popolazione artigiana; e la possibilità poi di questo soverchio dall’ esistenza di questa popolazione, come è già stato discusso superiormente. Il reddito consuma- bile dell’ industria delle arti deriva da tutto il guada- gno del lavoro, e da tutto il guadagno della fabbrica- zione e del commercio; e può essere consumato come il reddito puro dell’ agricoltura senza intaccare il capi- tale dell’arte, o diminuire la forza della produzione. Il conte Chaptal dà il guadagno lordo dell’ agricol- tura per la Francia in 4678. 7 milioni di franchi. Questa somma contiene secondo Chaptal 381.25 milioni per le sementi. 88.7=» per deperimento e mortalità di animali. 862.78.» per la nutrizione degli animali. 1702.23»‘per la nutrizione degli uomini che si occupano dell’ agricoltura(17 milio- nì circa di uomini). 300.» pel mantenimento delle fabbriche, degli strumenti d’agricoltura, utensili, ec. 3334. milioni di franchi. Se si sottrae questa somma dal prodotto brutto, si ha un reddito puro di 1344. 7 milioni di franchi. Se si levano da questa somma ancora 416 milioni di 154 franchi, che vi sono computati quat valore dei mate- riali del paese che vengono consegnati all’ industria ar- tigiana, come materiali rozzi, rimangono 928 milioni di franchi, che rappresentano il valore del soverchio in viveri, che viene venduto a quella popolazione che non sì occupa dell’ agricoltura. Il reddito complessivo dell’industria artigiana è cal- colato 1820 milioni di franchi. Questo valore consiste, secondo Chaptal, 1.° in 416 milioni di franchi pei materiali del paese. 2.° in 186>» pei materiali stranieri. 3.° in 192+» pel dispendio prodotto dal con- sumo degli strumenti, dalle riparazioni, dal fuoco, dal- l illuminazione, dagl interessi del capitale preso a mutuo. kh. in 844>» per mercede agli opera]. 5.° in 182 9a. pel guadagno del fabbricatore. Il reddito consumabile dell’industria artigiana, posti per fondamento questi dati, debb’ essere calcolato come segue: 844 milioni di franchi per mercede agli opera]. 182» s pel guadagno del fabbricatore. 128 9» D) che sono nei 192 milioni consu- mabili per le spese generali; e queste spese generali derivano, nella maggior parte, dal lavoro e dagl’ interessi dei capitali. n » 324”» quale reddito consumabile del trat- fico unito all’industria artigiana. Totale 1478 milioni di franchi. RE FD Amt Mr I° esposto reddito del traffico comprende le rendite Ji dei capitali del commercio, le spese di trasporto di gd ogni genere, i lavori degl intraprenditori e dei loro fi. assistenti, ecc., le pigioni pei magazzini; ed è cal- ine che colato 1.° Col 20 per cento della metà del pro- “ail dotto dell’ industria;. mentre si am- mette che 1° altra metà sia piùo meno direttamente per consumo della- civado ioni: 2.° Pel traffico coi. materiali rozzi) con- e stranieri che sono impiegati per dalle la fabbricazione, in totale da 602 — dal- alano spere Cento iano ei enti 2 iteressì 3.° Pel traffico con que’ viveri che sono tuo, necessarj pel consumo della popola- zione artigiana,€ di ciò che vi è i, tore, annesso; a 900. milioni di franchi sposti all!:8) periciiionnatn stiano Lb? 0 come 324 mil. di fr. Devono però essere sottratti dalla superiormente in- dr] dicata somma di 1478 milioni di franchi: {i 1.° Dai 300 milioni di franchi, qual som- verdi è ma pel mantenimento de’ fabbricati e dato degli strumenti dell’agricoltura, quella Dido parte che consiste nel lavoro dell’in- N dustria, e che può essere computata 2f3 pa delutotaleii a- 00 bpni deltrat 5. 3 A Vo 2.° Lo speciale consumo nei prodotti* al dell’ arte che si fa da coloro che la esercitano, oltre il consumo di que- 156 sto genere ch’ è già computato nelle spese generali della fabbricazione al 25 per cento della somma totale di 180 milioni= e RI BI. 320 milioni. 520 mil. di fr. Rimangono pertanto qual reddito consumabile del- l'industria artigiana 958 milioni di franchi. Il soverchio consumabile del prodotto netto dell’ a- gricoltura sale a 928 milioni di franchi. In conseguenza il prodotto consumabile dell’ agricoltura viene ad essere direttamente esaurito dal prodotto consumabile del- I industria. Tutto ciò è evidente per sè stesso, allorchè noi de- duciamo il numero degli abitanti dalla proporzione di questo reddito consumabile. Si è rimarcato- mente che la popolazione agricola computata 17 milioni di uomini consuma annualmente pel valore di 1702 mi- lioni di franchi: il prodotto consumabile dell’ industria artigiana è di 958 milioni di franchi, in conseguenza 1702: 958—17:9 1/3; o sia la popolazione ch’ è ali- mentata coll’ultimo reddito sale a g 1/2 milioni, e l’intera popolazione in questo caso è di 26 1/2 milioni di uomini. Noi vediamo in conseguenza che ciò che anteceden- temente è stato dedotto dalla natura della cosa, con- fermato viene dall’ esperienza; cioè che la grandezza del reddito netto dell’ agricoltura si regola esattamente secondo la quantità del reddito consumabile dell’ in- dustria artigiana. In ragione che si aumenta l ultimo reddito, si aumenta pure il reddito netto del terreno; e colla di lui diminuzione scema questo pure propor- milioni, di fr del- oi de- lone di perior= milioni 2 Mir dustria eonenza hè alle ilioni,€ ; milioni pteceden- sa, Con randesza vitamente o dell'e | ultimo terteno, o popo” 157 zionalmente. Per lo che noi troviamo in que’ paesi, nei quali l'industria artigiana è nel più alto fiore, sempre più grande anche questo reddito puro, ed assicurata più costantemente la sua grandezza, che in que’ paesi nei quali quella industria è ancora negl’ infimi. gradi. Un paese il quale fonda il reddito netto. del suo ter- reno, segnatamente sull’ esportazione de’ suoi prodotti, è, come noi abbiamo superiormente dimostrato; esposto, in riguardo a questo reddito netto, ad. oscillazioni in- cessanti e frequentemente sensibilissime. Prendiamo noi qual obbietto di paragone la grandezza della popolazione, e sì scorgerà al primo colpo d’oc- chio che quella di 9 milioni d’uomini che trae diret- tamente, per mezzo dell’ industria delle arti, la sua sussistenza, mon è l’unica parte della popolazione, per la quale dessa si diminuirebbe coll’ annientamento di quest’ industria; imperocchè anche una parte della po- polazione agricola è dipendente dall’ esistenza degli ar- tisti. Senza questa industria, 1.° L’ agricoltura non produrrebbe 416 milioni di franchi, valore dei materiali rozzi del paese. 2.° Così neppure l’intera restante parte di 928 mi- lioni di franchi, perchè vi mancherebbe il consumatore, ed in conseguenza il mercato. 3.° Inoltre non i 300 milioni pel mantenimento delle fabbriche, degli strumenti ed utensili dell’ agri- coltura; perchè in questo caso il contadino in parte li fabbricherebbe da sè pel bisogno urgente, ed in parte ne farebbe senza. La nominata popolazione agricola di 17 milioni con- tiene ad un dipresso 5 milioni di giornalieri e di as- sistenti. Se la produzione soprammentovata non sarà 158 bisognevole, questo numero di uomini perderà il suo lavoro, perchè questo pure allora non sarà più biso- gnevole; mentre il contadino avrà solo il bisogno di provvedere alla sua propria sussistenza, la quale otterrà senza coltivare l’intero suo fondo. La popolazione pertanto. sì diminuirà con questa pre- supposizione di r2 milioni di uomini su 27 milioni. Questo numero minore sulla medesima superficie sarà molto più povero e molto più miserabile, secondo tutti i rapporti della civilizzazione, della popolazione ante- cedente, benchè più grande del doppio. La Spagna ne offre un imponente esempio: questo paese che un tem- po, allorchè la sua industria artigiana era nel più alto fiore di quello che fosse in veruna parte d’ Europa, aveva una popolazione prospera di 25 milioni di abi- tanti, la quale coll’ annientamento della sua industria, che a poco a poco accadde, diminuì fino a ro milioni, e la metà del paese coltivo diventò in deserti. La popolazione può colla naturale o libera azione vicendevole dell’ agricoltura e dell'industria delle arti, come si è dimostrato superiormente, aumentarsi fino ad un limite molto lontano, senza che la. sicurezza. della sussistenza sia periclitante, e senza che ne venga pro- dotto un eccesso di popolazione. Imperocchè nessuna azione è maggiore della forza che la produce: la popo- lazione artigiana e l’agricola si appoggiano vi cende- volmente luna sull’ altra come forza ed azione; non può perciò nel naturale corso delle cose accadere su veruna parte una. sproporzione, come di. leggieri, si rileva da quanto abbiamo detto. Le relazioni della sus- sistenza della popolazione artigiana sono solo vacillanti, allorché non sono fondate sull’agricoltura patria, ma 5 p) be rderà| 2 a più biso» bisogno di dale. otterrà uesta. pre» miltoni. lle sand tutti ante- SNA ne n tem più alto Europa, i di abi- dustria, milioni, a azione \batti, si fino ad enza. della enga pro: è nessuna ; Ja pope ; vicende: Tone; NON scadere. sl oggi s della$i" vacilanti, atri 159 bensì sul consumo straniero: accade allora il caso, come nelle relazioni di un paese agricola, che non consegna il suo superfluo alla popolazione artigiana patria, ma lo trasporta allo straniero. Ogni disordine esterno produce un turbamento nell’interno. Un paese puramente agricola ed un paese semplicemente manifattore si trovano per- tanto nel medesimo stato preternaturale, e soffrono gli stessi mali. Si deve porre considerazione a questa im- portante differenza, allorchè si vogliono avere delle viste non erronee sulla grandezza della popolazione, 0 sul così detto eccesso di popolazione. Noi rileviamo dall’ antecedente paragone della relazione industriosa della Francia, che per favorevoli che sieno queste relazioni, e vi si scorga anche un incessante progresso nelle medesime; nondimeno l'agricoltura ed anche Y industria‘artigiana non hanno. peranco acqui- stato quell’ ingrandimento di cui sono suscettibili. Nel- l’ultimo caso dovrebbe il prodotto netto dell’ agricol- tura diventare ad un dipresso altrettanto grande di quello è l'attuale, ed il reddito consumabile dell’ in- dustria dovrebb’ essere cresciuto nella medesima pro- porzione. Si otterrebbe questo reddito allorchè la popo- lazione fosse cresciuta di 4o milioni circa di uomini. Questa grande popolazione non porterebbe in sè che lievi tracce di eccesso di popolazione; imperocche tutti i mezzi di sussistenza vi sarebbero sempre tanto più as- sicurati, a motivo del bisogno salente a vicenda, che in una popolazione minore; e la massa della ricchezza generale e la prosperità degl’ individui si aumentereb- bero proporzionalmente. I risultamenti delle discussioni antecedenti sì possono ridurre alle seguenti massime: 160 1.° L'agricoltura può per sè, quando non esiste una grande divisione di poderi, produrre solo una piccola popolazione su di una data superficie; e questa popola- zione si trova poi in un infimo grado dì coltura sociale. Il proprietario del podere non ottiene alcun prodotto puro, o la rendita del suo fondo sì circoscrive, con qualche dilatazione del suo possesso, semplicemente al risparmio del suo proprio lavoro. 2.° Se il prodotto puro dell’ agricoltura si limita solo all’ esportazione de’ suoi prodotti, non può in tal caso neppure aumentarsi notabilmente la popolazione. Questo stato è inoltre vacillante e dipendente, è sog- getto ai medesimi mali, come lo è lo stato dell’ in- dustria dell’arti, che fonda il suo reddito nel consumo degli stranieri. 3.° Con una grande divisione de’poderi è certa- mente possibile una grande popolazione. Ma questa po- polazione è povera, oppressa ed inquieta. Coll egua- glianza del possesso, del bisogno e del lavoro è incep- pata la facoltà fisica e morale. 4.° La mancanza e la penuria de’ viveri ne acca- dono perciò anche più facilmente ne’ paesi più o meno puramente agricoli. Dall’ uniformità del lavoro e del prodotto della popolazione deriva il fenomeno che sì chiama popolazione soverchia, la quale non è dipen- dente dalla grandezza del numero del popolo, ma dal modo della sua occupazione e del suo stato. 5.° Quella popolazione, ch’ è prodotta col mezzo dell’ industria delle arti, impedisce la fluttuazione della mancanza e dell’ eccesso, e rende anche sicura la sus- sistenza regolare della popolazione agricola. Essa pro- duce mercati, i quali sono in istato di provvedere ad ogni bisogno. TON esisto um lo una piccola questa popo oltura: social cun prodotto OScrIVe, con Iplicemente SI limita ni dm tal \olazione, e, è$0g= o dell'in el consumo lè certa- questa po- Coll egua= L è incep- 1 ne acca- più 0 mem voro‘e del Jeno che sì n è dipen: lo, ma ddl col mez azione dela sura da s46- Fs pro- vyedere al 16 6.° In una rimarcabile popolazione che si occupi delle arti, un maggiore possesso di fondo non solo è senza danno, ma consta in cambio di vantaggi pre- ponderanti a fronte del possesso molto diviso. La fra- zione del podere senza fine è di ostacolo ai progressi dell industria delle arti, perchè impedisce ed opprime I incremento di una rinarcabile popolazione industriosa. 700-ba possibilità del prodotto puro dell’agricoltura viene stabilita dall’esistenza e dalla grandezza di questo prodotto puro per mezzo della grandezza della popolazione artigiana. La prosperità della popolazione agricola è essen- zialmente e necessariamente fondata sull’ industria delle arti. Le grandezze di coloro che si occupano delle arti e di coloro che esercitano 1 agricoltura si patteggiano essenzialmente. 8.° La popolazione formata dalla naturale e libera azione vicendevole dell’ industria agricola ed artigiana è molto diversa da quella che può essere prodotta per mezzo di qualsivoglia modo di divisione di podere. Essa è agiatamente assicurata ne suoi mezzi di sussistenza,€ ne sono risultate diverse classi di nuova ricchezza; V i- neguaglianza del possesso, del lavoro, della coltura, dei bisogni ha sviluppato interessi differenti, che a vi- cenda l un}° altro sì reggono: questa è una sorgente inesauribile pei bisogni del Governo. 9.° Questa popolazione guarentisce il più sicuro fondamento dell’ ordine e della tranquillità per mezzo del possesso e dei lavoro delle suc tre classi principali, i di cui interessi sono vicendevolmente fra di loro pat- teggiati; cosicchè ciò che nuoce ad uno reiroagisce dannosamente agli altri. L'altra industria artigiana di un paese agricola debb’ essere considerata in questo ri- il| Ì) 0 | N (80) TN ))) 162 guardo come il vero palladium della tranquillità civile del medesimo. 10.° La popolazione più grande, più ricca, più coltivata e più pacifica di un paese può pertanto aver luogo solo col mezzo della piena e libera azione vicen- devole dell’ industria agricola ed artigiana. L’ agricol- tura elevata, l elevata industria. artigiana, la popola- zione prospera e pacifica, la maggiore coltura morale, la piacevolezza dello stato generale sono elementi vicen- devolmente uno nell’ altro fondati; e così Vuno dal- l’altro essenzialmente dipendenti; cosicchè sempre due de’ medesimi patteggiano necessariamente coi rimanenti. Molte dimande che riguardano. gl’ interessi- mici dello Stato hanno in conseguenza una facile ri- sposta,— il che però non può essere a rimprovero di questa Memoria. Il maggiore avanzamento della coltura agricola presso una popolazione prospera sta. nell’avan- zamento dell’ industria artigiana. I veri mezzi di pro- mozione di questo elemento stesso, senza del quale non può essere più durevole nè la ricchezza, nè la forza di uno Stato, sono diversi ed intrecciati nell’ unito sistema d’amministrazione di uno Stato, e meritano di essere tanto più È oggetto di esami estesi e decisivi, quanto più sono importanti i risultamenti de’ medesimi per l’impiego pratico. iquillità civile l ricca, vi Pertanto ava ZIONE Vicen- » L'agricd. h popola. A morale, ti Vicen- mo dal- pre due manent, Sì econo» facile 1 provero di la coltura nell'avane i di pro- quale non a forza di ilo sistema o di essere ivi, guanto sdesimi. D0 165 VARIETÀ. DELL’ INFLUENZA DELLA LUNA SULLE STAGIONI. (Volgarizzamento di una Memoria del sig. Olbers) ( continuazione e fine.) Lo devo qui osservare che le maree dell'Oceano e del- IP atmosfera non arrivano allo stesso istante, benchè esse sieno prodotte tutte e due dal sole e dalla luna, e nulla ostante che esse abbiano lo stesso periodo. L'aria essendo mobilissima, e non essendo trattenuta da alcun ostacolo, obbedisce istantaneamente alla forza attrattiva della luna; mentre che 1° acqua dell'Oceano non ob- bedisce che lentamente a questa forza. In tal guisa, il flusso dell’ atmosfera segue immediatamente il passaggio della luna per il meridiano, mentre che quello del- I Oceano non ha luogo che tre ore più tardi in alto mare, e spesse volte molto più tardi nelle baje e sulle coste. Egli è adunque possibile che gli effetti mediati ed immediati della luna sull’ atmosfera si distruggano in alcuni paesi; e quest’ è forse la causa per cui l’a- stronomo Horsley, a Oxford, non ha potuto ricono- scere nelle osservazioni inglesi, alcuna relazione tra le fasi della luna cd il tempo; mentre che Toaldo, a Padova, ha creduto scorgere L’influenza della luna nelle osservazioni fatte nello spazio di cinquant anni da Poleni. Quantunque io non voglia negare che i risultati de- dotti dalle osservazioni di Toaldo contengano qualche cosa di vero per il clima d’ Italia, io osserverò nulla 164 ostante, sì gran numero di eccezioni alle sue regole, che que- che questo fisico è d'accordo lui stesso di un sto prova benissimo l’ estrema piccolezza dell’ influenza lunare. Un'esperienza di molti anni mi ha indotto a convincimento che nel nostro clima, soggetto a delle variazioni di tempo più considerevoli e più numerose, le regole di Toaldo sono del tutto false. Per esempio il 7 dicembre 1813, la luna piena coincideva con il perigeo, e due giorni dopo, la luna aveva la sua più grande declinazione boreale; di modo che, giusta i princip] di Toaldo, l'influenza lunare doveva essere la più grande possibile: nulla ostante che non vi fosse alcun cangiamento sensibile nel tempo. Io credo adunque avere dimostrato che l’influenza della luna sul tempo è sì piccola, che essa si perde totalmente fra il numero infinito delle forze, e delle cause che cambiano 1° equilibrio della nostra mobilis- sima atmosfera. L’ influenza della luna sul tempo e sull’ atmosfera es- sendo sì poco sensibile, noi avremo anticipatamente una giusta diffidenza della sua pretesa influenza sugli uo- ini, gli animali e le piante. Infatti, essa è dovuta quasi interamente alle illusioni ed ai pregiudizii. Egli è evidente che la durata del periodo di alcuni fenomeni dell’ uomo in istato di salute non si accorda prossima- : esattamente con le rivoluzioni lunari, si mostrano con tutte le fasi della m mente, e giamma e che questi fenomeni non solamente nelle persone della stessa età e luna, a nello stesso indi- della stessa costituzione, ma ancor Questo solo basta per rinunziare all’idea di qua- viduo. e tutti i medici moderni lunque influenza della luna; sono pienamente d’ accordo. Stesso di un e, che que- Il’ infenra a to a delle numerose, ‘esempio coni ua più usta 1 ere a 1 fosse influenza sì perde e delle mobilis- agfera es- nente una sugli uo- i è dovuta idizii, Egli ni fenomeni a prossime zioni lunari, le fasi della stessa età è stesso indi dea di qui ici modera 165 To credo così poco, ed attribuisco ancor meno alla luna, Posservazione di Santorio(la quale è di più, tutta individuale), cioè, che l’uomo in istato di salute gua- dagni una o due libbre in peso al cominciamento del mese, e ch'egli perde altrettanto verso la fine. Ugual- mente, le osservazioni fatte‘con molta. diligenza non hanno confermato|’ avvisamento citato da Lucilio,€ spesse volte ripetuto, cioè che i granchi, le ostriche, ed altre conchiglie sono più grosse nel momento di luna erescente, anzichè in quello di luna decrescente. Con un poco di attenzione, sarà facile il convincersi della nullità di quest’ asserzione, quando non si voglia rifiutare la propria confidenza al sensato fisico Rohault. Io pure attesto ancora le esperienze fatte con diligenza dai celebri agricoltori Laquinterie, Nardmann, Rei- chard, Hartenfels, e dai grandi naturalisti Buffon€ Réaumur, e che provano che la luna crescente o de- crescente non ha alcuna influenza nè sulla germoglia- zione delle sementi, nè su l'accrescimento delle piante, nè sulla rapidità del loro sviluppo, nè infine sulla loro qualità. Io ho difficoltà a credere che la luce della luna pro- duca un effetto particolare e differente di quello di tutt'altra luce. Le esperienze fatte a Roma nel 1783 da Athan. Cavallo, e ripetute da Bertolone di San Lazzaro, non provano in nissun modo, che la luce lunare aumenti l’evaporazione; egualmente quelle di Weitz fatte a Lau- terberg con la potassa non provano che i raggi lunari vi recano dell’ umidità. Se si teme tanto la luce della luna nell’ America meridionale, ed a Batavia, io at- tribuirò piuttosto i pretesi perniciosi effetti all’ aria umi- E span— —_ n, cet cin cena 166 da, ed al freddo della notte. In fatti Bonzio vedeva nascere i fetanos a Java, il più sovente durante la notte, con un tempo piovoso, ed egli osserva espres- samente che le due malattie terribili e sì ravvicinate nell’ Indie orientali, cioè la cholera morbus, e la dis- senteria, s’ incontrano più frequentemente nei mesi pio- vosi della state. Il celebre Reil riferisce che alcuni marina} sono di- venuti incapaci di sostenere Ja luce del giorno, per avere dormito esposti alla luce della luna; ma io posso assicurare di non avere giammai inteso dai nostri uo- mini di mare lagranza alcuna di simil sorta. Il sig. Reil assicura ancora che i ragazzi dormano meno tran- quillamente in luna crescente: non avendo fatta espe- rienza a tal fine, io nulla dico; ma, in tutti i casì; si potrà spiegare in altro modo senza supporre un'influenza particolare della luna. Jo desidererei sapere se i tintori hanno osservato, che la luce tanto debole della luna, abbia qualche influenza sui loro colori, come lo si ha preteso(1). In una parola, ΰ esperienza non prova in alcun modo un’ influenza particolare delle fasi della luna sull’ orga- nizzazione animale; e la teoria, che R. Meed ci ha data, è assolutamente falsa. Io posso dire con verità che ho prestata singolare attenzione ai malati, ad un tale oggetto, per tutto il tempo della mia lunga pratica in (1) Sì sono fatte, all'Osservatorio reale di Parigi, alcune espe- rienze, che provano che la luce della luna, condensata con una fortissima lente, non ha alterato i prodotti chimici sensibilis- simi, e molto alterabili alla luce. (Nota del Traduttore). Ven 172 era munito di due valvole di sicurezza, che non erano; a quanto si assicura caricate, che con 4o libbre per pol- lice quadrato. Egli è altrettanto probabile che l’acci- dente sia stato provocato. da un’ istantanea caduta. di acqua fredda sul fondo rosso della caldaja, che il corpo di uno degli sgraziati operaj, vittime dell’ avve- nuto, fu trovato vicino al robinetto, la cui apertura ha potuto produrre l'esplosione. Non sì saprebbe in qual modo altrimenti spiegare la subitanea produzione di una pressione di più di 200 libbre al pollice quadrato, forza necessaria per rompere questa caldaja, e slanciarne due terzi in aria all’ altezza di 70 piedi. A malgrado queste conghietture, siamo rimasti ancora in molte incertezze, sulla varia causa dell’ esplosione. Se le valvole non hanno sofferto un disordinamento dei più pore acquistasse gradatamente una forza elastica capace di produrre un'esplosione simile ai più violenti effetti della polvere da cannone? ma d’ altra parte, se lo sva- poramento così prodigioso che pronto dell’ acqua, ca- dendo sul ferro per tal modo rosso, ha avuto luogo, le valvole, ciò non ostante, facendo bene l'ufficio loro, non estraordinarj, come hanno esse permesso che il va- hanno bastato a lasciar passare il vapore comunicato, ed il coperchio intero è stato sollevato, e slanciato in uri tratto. Una di queste valvole fu. mandata separata- mente ad una grandissima altezza, ed in una direzione differente di quella della caldaja: nella sua caduta ella ha forato, come l’ avrebbe fatto una bomba, il tetto di una casa assai lontana, ed assai poco vi mancò che essa non cadesse su qualcuna delle persone che l’abitavaao, ed alla quale avrebbe infallibilmente tolta la vita, se l’avesse tocca. — my_——- A, che non tia jo libbre per i babilé che lai ntanéa caduta| caldaja; chel Ittime dell'are cui apertura ha saprebbe in qual oduzione di una quadrato, forza slanclarne due 10 rimasti ancor i dell? esplosione isordinamento dé rmesso che il ra: a elastica capace iù violenti eletti parte, se lo ste ) dell'acqua, ue a avuto luogo,| l'ufficio Joro, noù pore comunicato, to, e slanciato i mandata. separate I jo una direzione la sua caduta dk omba, il te ito di j manco che ess che 1 abitavano, tolta la vita INDICE Degli articoli contenuti in questo Supplimento. Economia RURALE 0 SIA AGRARIA. Memoria sul Agla ga re della na .del sig. Elia Dru.| pag. Della vinificazione e delle cause Do segnano 1 veri caratteri del suo miglioramento, o l’alte- razione dei suoi prodotti.....\.......» Obbiezioni appoggiate ai risultati di alcu pro- Ves per dimostrare U errore: egli. DIobcRgro Qual è la quantità di prodotto acquoso e spiri- toso, che potrà dare un liquore tale come il PIROFDECHNNE VIDA. ATL STIRIA I, SSN Notizia che serve di Ripitabtvo; o nuovi fatti relativi all’oggetto della precedente Memoria delld:stesto Sanna DA IBIS, RIESI 000 Mali che arreca alla POR l’ eccesso del CMORCI CC.» ei(4 È è è GRA tic Influenze sofferte dalle decotto quantità del mosto sottoposto alla fermentazione in troppo vasti CURE SCOPOFIOMITO 0: BOSSO SI, DERRBRDA Od Della fermentazione vinosa, e dell’ ordine che si osserva nel suo andamento nei vasi di vetro SOM ERRO OA: SE o, RASO, Memoria del dottore Agostino Bassi. 12 i 22 26 (0) e e Ai MORINI— ppt—_———— ea 174 Modo di fare una pergola col filo di ferro, di Carlo Raja, Parroco di busto Garolfo(Tavo- la Teil. nio dI piro oi. pari Descrizione dell’ordigno A, fig. 38 e 6°.» Descrizione del Palone ausiliario, fig 48» Uso dell'ordigno dx(ig. 9° I... Uso del Palone diano By ferro i. Il Coniglio(continuazione e fine)........» Il gesso non esercita la sua azione fecondante sulle foglie esclusivamente; esperienze di I. P. M. Limouzin Lamorne, farmacista in Alby, etc. etc.(continuazione e fine)........» L’arte di scavare canali, di aprire fosse, e di dre mare strade con processi economici, ec...» Sul modo di giugnere o attaccare i buoi. Lei- tera del sig. Favre, medico veterinario, ec. ec. (continuazione e fine). a:’» Der Extirpator.— L' a ai— ui dir Thaer(Tav. II.). via”» Dell’influenza dei si verdi su Paid prima gal loro maturanza, del sig. Teodoro de Saussure (continuazione e fine). Esperienze sui legumi del pisello(pisum sativum) da sgusciare, a rami. A. Sviluppo del gas aasigeo da questi frutti immersi nell'acqual°°..» B. Influenza dei legumi di Sed sul aria atmosferica, in tempo di noite.........» C. Influenza dei legumi del pisello sull’ aria atmosferica; al, sole( 1). alto«mann ivi 61 66 IOZ 105 106 Eps TO, di | Tavo- * pag. db 6.n5g L» bo » Ivi > Ivi » 6I lante IEpE ete. «RAst000 li for- AR), 70 Let- EC. CC, i UL lottor n 1 della ussure mi del ram, frutti . 9 102; Vara dI 103 I) ana . 9 106 Arti EconoMICHE. Memoria sulle tavolette di brodo del sig. Proust. ( continuazione. e\fine)}: 0... 0. fn vuspag: Su il charque(pronunciato tcharqui) dei Pe- rudianizanz::a visi dia Ab Metodo di conservare il latte. Esperienze fatte, e risultati‘ottenuti. uc israel cos Bin Arti Curmico-FisicHE. Lampada di Sicurezza.(Tav. IV).......» Lampada‘a Gas:.portatile>... ipa dn Lampada con filo di platino, o sia senza fiamma» Arti MECCANICHE. Processo per copiare le lettere o altri scritti, in un momento, senza macchine e senza torchio.» Dimostrazione»del-processo: svi. vii. in sia Pallone messo in opera alla battaglia di Fleurus.» Mezzo singolare di trasmettere una lettera..» Commercio. Notizie sul commercio delle lane(continuazione e fines) ee OI PRIORE SL Dell’azione vicendevole dell’industria agricola ed artigiana(continuazione e fine)........» ©), II2 120 122 Ivi 124. 125 ivi 126 127 143 1706 VARIETÀ”. Dell’ influenza della luna sulle stagioni. ( continuazione e fine) O vile(continuazione e fine) MILANO DALLA TIPOGRAFIA DI FELICE contrada di S. Paolo, N.° M. DECCC. XXIII rizzamento di una Memoria del sig. Olbers) Esplosione di una caldaja a vapore avvenuta nel laboratorio di distillazione di Lochrin. Memo- ria del sig. Robert Stevenson, membro della ( Volga- . pag. 163 » 168 Società reale di Edimburgo, ed ingegnere ci-| | Î RUSCONI FIT ap. GtoPN. dgric Metri la lanrjit 7 D =“ io = n ven E // D i [FP l| |/ IZO, A, 4 Sergi i | 107 C} 7, e 44(0 (d (prati Do CA A, LO rU_ A=& et— fa|——_—+ fs SS IE SIR ilo TT fe | | db | | | di È | || || ||; È Que ra cera Ta== 7» e esi r | 1 i È 2] i: lm| «C_} MEAZZA Te Po E 191 > Bi maso rr" goose ro I_p fai w-. a[esa P È SRBEZLII VIE at tt A( SI o send. Ù x | soia è N NR È î e de.ANetre 20 frlle anglessg VIMZ/A MWetre ra frelle largli ge de Mlrgolali, non ché fu Me allorzo.e grup 27, de Legnani TENARIS HI TT Frase] : e=_=y—y me prgn e ea- pe ra I IRLESIDE© poca TA a ) 7 altra; | Sum. Giorn Agrie E Î Da> | | || I vg.d È ioni | lu 5028: Ù RS | TT: La ZN( È» È i 3 sly pre| | N o| i n;/. 9; 3 5|| G|‘ Soa(K de(entre(7 30 pelle AAA I, O È Sr Welyt 9.| i | IO é 7; 6 d 4 3 2 4000 20|| |:||| | full(CET E ns sia_____—_— È || pm ei î i t f; Ù 170 UP 7C0PT? Agri DI, 77 r. Das a È 4‘- Gg Si ly I a f Lg. 74 V/I5A}. 12.9: DE ess_ x=: 3 É CATE e O Prodi Blenarrt INEALATA Fy9 rg /0 IU TEOTALATEVENITNINTTEMATCI IRSA (e 4 Sla): alore IV. lav cca diteiivia ino vWWevrvoyooogeo Prezzo di questo volume, ital. lir. 16 50 AARAAAAAAARAAARAAA — GIORNAIIE 1 AGRICOL JUR V ARTI E COMMEICIO DI A. CATTANEO WAAAAAAAAANR K AAAAAN valuME INNICO DEI, 833 AAAAAAe 3 ff.. WAMWM QUARTO DELLA RACCOLTA AAMAAAAWAAA WwANNAAᷓAᷓwmAAAN MILANO MDCCCXXiIII. 6 V arahln dan L d alu dannean Mn7 nnndangiohnnnanfhnd dhanne 0!- Lum Oem 2 3 4 3 66 7 8 GIORNALE AGRLCOILTURA ARTI E GCOMMERCIO. A5eur A Grey Control Chart Blue Cyan Green Vellow Hed Magenta Whitee SGStey! SGSrey 2 GSrey 3 SGSrey 4 Black